L’Aquila e la sottrazione del futuro

Enrico Macioci



Mi si chiede, in un momento così inquieto e problematico, di descrivere la mia attuale condizione post/sisma; niente potrebbe mettermi più in crisi.

Non è facile trovare le parole, allora lascio spazio a George Steiner: “In un senso ben reale, ogni uso del futuro del verbo essere è una negazione, anche se soltanto parziale, della mortalità. I futuri verbali svolgono, oggi come ieri, un ruolo indispensabile per la sopravvivenza e l’evoluzione di fronte allo scandalo incomprensibile della morte dell’individuo. I farò e i sarò sono le password verso la speranza.”

A quasi cinque anni dal terremoto del 6 aprile, penso che sulla questione/futuro si debba incardinare un’analisi seria del problema. L’uomo non vive senza un’idea perlomeno accettabile di futuro. L’uomo ha bisogno di un’idea accettabile di futuro tanto quanto dell’acqua, del pane, del sole e dell’amore. L’uomo è una creatura fatta di futuro. A prescindere da ciò che crediamo (o che crediamo di credere) non concepiamo nulla al di fuori di una traiettoria e d’un senso. Da quando ci alziamo la mattina a quando ci corichiamo la sera, da quando poggiamo a terra i piedi a quando fissiamo il soffitto prima di chiudere gli occhi, non compiamo un solo gesto che non possegga un senso – e cioè un futuro. Il futuro è la nostra reale dimensione, lo sfogo metafisico che ci rende umani.

Ho trentotto anni e due figli piccoli, e ogni giorno m’interrogo sul futuro, ci guardo dentro come in un pozzo profondo durante una notte senza luna. Poiché sono aquilano, non m’interrogo sul futuro alla maniera – già problematica – degli altri cittadini italiani o europei o americani, tutti presi nel vortice d’una crisi assoluta che coinvolge religione, politica, economia, lavoro, cultura e ambiente; no. Io sono aquilano, e tutta quest’angoscia viene dopo perché prima c’è un’altra domanda, la più urgente e impegnativa, la domanda basica: esiste ancora un futuro? Suppongo che, ciascuno a seconda della propria coscienza, ogni aquilano sia tormentato dal medesimo dubbio: il futuro c’è ancora? E se sì, dove inizia? Possiamo tracciare una linea a partire dalla quale smetteremo di sopravvivere per ricominciare a vivere? Possiamo intravvedere un traguardo, seppur remoto, nella fitta nebbia che ci attornia? Siamo tendenzialmente assai più forti di ciò che riteniamo, e ci abituiamo a sofferenze davvero orribili, ma convivere a lungo con un interrogativo del genere è chiedere troppo: la psiche d’un tratto si spezza, e i frantumi precipitano nel vuoto pneumatico che un tempo chiamavamo futuro, il vuoto dove un tempo riponevamo i nostri progetti e le nostre ambizioni – a che siamo ridotti senza ambizioni? Come possiamo rinunciare al panorama di una libertà civile, di una potenzialità sociale, di una progettualità individuale e quindi collettiva? Perché dovremmo rassegnarci a guardare il mondo da dietro un ponteggio? Perché dovremmo accettare di vivere in una specie d’infarto prolungato e permanente? Nell’opaca rassegnazione dell’azzoppato? Perché dovremmo mettere da parte ciò che prima stava al centro – notare le mille implicazioni che si ramificano dalla parola “centro” – senza impazzire? Perché insomma dovremmo pretendere da noi stessi ciò che non solo è intollerabile, ma anche ingiusto?

Per almeno un paio d’anni ho pensato che il terremoto, pur con la sua immane tragedia, potesse offrire una chance di rinnovamento, ma il magma iniziale sembra oramai divenuto un pantano. Di chi è la colpa? Dei governanti? Dei cittadini? Dello Stato? Mia? Vostra? Di certi sì e di cert’altri no? Adesso nel rinnovamento credo meno, forse non ci credo più; vedevo energie creative che scemano, mie incluse. Del resto nessuno impiega energie in una lotta che non capisce, nessuno fuori dalle pagine d’un libro vuol impersonare Don Chisciotte; nessuno, qui, ha voglia di scherzare.

Io amo L’Aquila. Ci sono nato e cresciuto. Ce l’ho dentro. La luce chiara, lavata dai boschi, le schegge fredde anche in agosto, il cielo così terso da caderci dentro, il profumo aspro delle montagne, gli scorci di pietra e foglie e grondaie, il saliscendi delle strade e dei tetti… Io amo L’Aquila anche contro la mia volontà, anche non volendo. I luoghi ci posseggono più di quanto noi li possediamo, e perderli significa smarrire l’identità, e il cuore dell’identità sta nella speranza, e la speranza mi riporta daccapo, proprio da dov’ero partito. Ma la speranza, com’è l’ultima a morire, è anche la prima a comprendere; e forse le nostre speranze sempre più curve ci stanno avvisando che abbiamo raggiunto il limite, che la misura è colma, che non si rimane equilibristi per sempre. Prigionieri della nostra assurda città, della sua bocca aperta in uno stupore infinito, ci troviamo tagliati fuori da ogni altro luogo, anzitutto mentale e poi fisico. Noi aquilani siamo in esilio, dunque assolutamente soli; e la solitudine provoca una claustrofobia dell’anima, rende più cattivi, più meschini e perfino più stupidi. Chiudo il cerchio di nuovo con Steiner: “Una città è la somma esterna della nobiltà dell’uomo; in essa, la sua condizione è umanizzata nel modo più completo. Quando una città è distrutta, l’uomo è costretto a vagabondare per la terra o a vivere all’aperto in un ritorno parziale alle consuetudini della bestia.” Non viviamo all’aperto e neppure siamo bestie ma dentro, dove conta, dove non decliniamo più al futuro il verbo essere, forse un po’ sì.

L’articolo con un’introduzione di Roberto Santilli è uscito il 23 gennaio su Abruzzoweb








pubblicato da s.gaudino nella rubrica condividere il rischio il 23 gennaio 2014