Il popolo perduto

Antonio Moresco




C’è intorno a noi un popolo silenzioso e sempre più vasto che non vediamo anche se è sotto i nostri occhi, di cui ignoriamo la provenienza, un popolo venuto in mille diversi rivoli chissà da dove, che ha vissuto chissà quali vite prima di abbattersi sui nostri marciapiedi.

Coricati sulle panchine o sui cartoni distesi sui marciapiedi, con le loro corolle di sacchetti delle immondizie e di stracci, avvolti nelle loro coperte infittite e nel loro fetore, gli appartenenti a questo popolo ci guardano passare, muti, come se ci vedessero da enormi distanze. Li sorprendiamo certe volte mentre frugano nei cestini delle immondizie o mentre camminano tra la folla con una bracciata di cartoni da imballaggio, in silenzio oppure parlando da soli. Nelle notti più gelide dell’inverno li vediamo a volte coricati sulle griglie di aerazione della metropolitana, vicino ai colombi che se ne stanno immobili e con le piume gonfie, intontiti. Spariscono per qualche giorno dal loro posto e poi ritornano, quando vanno a passare la notte nei dormitori o a mangiare nelle mense pubbliche. Poi spariscono di nuovo, per un po’ o per sempre. Chissà dove sono? Chissà se sono ancora vivi da qualche parte o se sono morti?

Sono come corpi gettati a riva dalla risacca della crisi che crea sempre nuovi poveri, dalle conseguenze di meccanismi economici e finanziari spietati e fuori controllo che passano come nuvole di cavallette sul mondo e attraversano e devastano anche le singole vite, dalle nuove migrazioni di popoli, dal dolore che accompagna spesso le relazioni umane, personali e famigliari, in un paese sempre più incattivito e incapace di invenzione e di trascendenza. Questo nuovo popolo è formato da gente gettata, letteralmente, sul lastrico, che non ce la fa più, non ce la fa più a tenere il passo, a pagare l’affitto e tutto il resto, che riesce a prolungare la propria vita biologica solo se dorme in strada o nei dormitori pubblici e va a mangiare gratuitamente nei refettori o si cerca il cibo frugando nei cassonetti. Gente che non trova più un posto nel mondo, buttata fuori da fabbriche chiuse o delocalizzate, da uffici sostituiti con terminali di computer che si trovano magari nell’altra parte del pianeta, da piccole imprese commerciali fallite o annientate dai debiti, da famiglie esplose, gente che ha vissuto delusioni profonde nei rapporti personali o amorosi, abbandoni, gente che ha sperimentato sulla propria pelle la durezza e il cinismo che dominano in questa epoca e che ha voltato le spalle per sempre a un mondo simile. Persone sole, che non si adattano e che perciò vengono definite “disadattate” e “disturbate”. Come se il disturbo fosse solo in loro e non fosse anche nel mondo in cui stiamo tutti vivendo.

A me, che da molti anni ho l’abitudine di camminare per le strade, di notte, capita continuamente di passare vicino a questi poveri corpi gettati sui marciapiedi, mentre dormono avvolti nei loro stracci o stanno seduti, immobili, insonni, con la schiena appoggiata al muro, o mentre si accalcano vicino al furgone dei volontari che vanno a portare un pasto caldo a quelli che rimangono in strada anche nelle notti più fredde. Sono una presenza fissa nella mia vita e nel mio mondo, il popolo che sento più vicino, i miei muti compagni. Alcuni, a poco a poco, a forza di vedermi camminare una notte dopo l’altra, da solo, come un povero stupido, mi riconoscono, qualcuno ogni tanto esce addirittura dal suo mutismo e mi rivolge la parola mentre passo vicino a lui sprofondato nei miei pensieri o senza pensare a niente. Come qualche notte fa, quando uno straccione, che in genere grida come un ossesso ai passanti, mi ha chiesto inaspettatamente l’ora, a voce bassa, con gentilezza, anche se non credo gliene fregasse niente di sapere l’ora, così, solo per scambiare due parole con me.

Li vedo per mesi e mesi, sempre negli stessi posti, nelle loro nicchie riparate da una fila di balconi o da un porticato, dalla sporgenza di un tetto, nei loro giacigli sudici, nelle loro chiazze di vomito. Li riconosco, e forse loro riconoscono me, forse capiscono che sono anch’io uno “fuori posto”, che anch’io non sono fatto per questo mondo capovolto. Certe volte li sorprendo mentre fanno i loro bisogni con complicate e creative manovre che qui non è il caso di raccontare, incrocio i loro sguardi che si alzano all’improvviso verso di me, senza vergogna ma anche senza sfida, da pari a pari, perché in qualche modo capiscono che anch’io so come è fatto il mondo e che non li giudico.

Ecco, per tutto questo ho eletto uno di loro, anzi due di loro, a protagonisti della mia fiaba d’amore, che ho scritto pochi mesi fa per una bruciante esigenza intima. Perché la fiaba - se è una vera fiaba - non dice la verità che sembra vera ma quella che è ancora più vera di quella che sembra vera.

Una volta, diversi anni fa, mi è capitato di seguire tutti i passaggi che hanno portato un ragazzo “normale” a diventare uno straccione. Incontravo spesso per strada questo ragazzo, in giacca e cravatta, pulito, con la barba curata, una valigetta ventiquattrore. Poi, a poco a poco – ma i passaggi sono stati di volta in volta quasi impercettibili perché la trasformazione è durata una decina d’anni – la cravatta ha cominciato ad allentarsi un po’, il colletto della camicia a slacciarsi e a diventare via via sempre più sudicio, la giacca a perdere qualche bottone, a sformarsi. Finché la valigetta ventiquattrore è scomparsa, la barba è diventata sempre meno curata e più lunga, il ragazzo – che nel frattempo era diventato un uomo - ha cominciato a muoversi sempre più a scatti. Lo sorprendevo di tanto in tanto a sbirciare nei cestini delle immondizie, poi addirittura a frugarci dentro. Ma la cosa che mi aveva colpito di più era stato il suo sguardo, che all’inizio pareva soffrire un po’ quando vedeva che io lo guardavo e capivo cosa gli stava accadendo, poi ha cominciato a diventare sempre più irraggiungibile e assente.

Cosa sarà successo a quel ragazzo? Dove sarà adesso? Che aspetto avrà? Forse lo avrò visto ancora chissà quante volte, gli sarò passato vicino camminando di notte, ma senza più riconoscerlo, sarà entrato anche lui a far parte del popolo perduto.

Perché sta crescendo così tanto questo popolo? Bisogna guardare in faccia le cose, non bisogna chiudere gli occhi. Bisogna capire cosa sta succedendo nella nostra epoca e bisogna anche trarne le conseguenze. Perché questo popolo, che vediamo così da vicino ma che ci sembra tanto remoto, siamo noi. Il popolo perduto è il nostro popolo. Siamo noi, se non cambieremo la nostra rotta suicida che sta rendendo invivibile la vita e inabitabile il mondo. Gli appartenenti a questo popolo non sono solo quelli che non hanno saputo tenere il passo, sono anche quelli che ci stanno dicendo che il nostro passo è sbagliato. Non sono la nostra retroguardia, sono la nostra avanguardia. Cosa saranno le nostre città non dico tra cento anni ma anche solo tra vent’anni, trent’anni, se non cambia qualcosa, se non cambia tutto?

Scommetto che, vedendo questi poveri corpi gettati sui marciapiedi, sarà successo qualche volta anche ad alcuni di voi, che state leggendo queste righe, di provare un sentimento di vicinanza e addirittura di oscura invidia nei loro confronti, nei confronti del loro estremismo, del loro coraggio, del loro abbandono, magari in un momento difficile in cui la vita e le persone vi hanno deluso fin nel profondo, quando il mondo diventa buio e freddo e se ne tocca con mano la sua disumanità e falsità dietro la facciata della civiltà e delle più o meno buone maniere. Sarà successo anche a voi – come spesso succede a me – di provare per un istante il desiderio di buttarvi per terra ai margini della strada, di non pensare più a niente, di dimenticare tutto, di tagliare tutti i ponti e di lasciarvi un simile mondo alle spalle. Essere solo una cosa dimenticata e perduta, entrare a far parte del silenzioso popolo perduto.

[Foto di Giovanni Troilo]








pubblicato da a.moresco nella rubrica il dolore animale il 22 gennaio 2014