Lettere a nessuno 1997

Carla Benedetti



Dopo undici anni torna in libreria, ma raddoppiato, Lettere a nessuno di Antonio Moresco (Einaudi Stile libero). La parte nuova integra la disperante ricognizione del nostro habitat culturale raccontando il segmento di tempo che va da allora a oggi. Ho visto che in rete circola di nuovo la recensione molto negativa che ne fece "L’indice". Per completezza, e per salutare l’arrivo di questo nuovo libro, ho quindi pensato di ripubblicare qui la mia recensione, che uscì sulla "Rivista dei libri" del settembre 1997.

Il vecchio Lettere a nessuno (Bollati Boringhieri, 1997) raccontava cose avvenute prima di conoscere Moresco e di aver iniziato assieme a lui e agli altri amici del "Primo amore" il lavoro e il progetto che ora ci lega. Perciò non esito a ripubblicare qui questo mio vecchio articolo. Invece non posso entrare nel merito della parte nuova, essendone troppo coinvolta.

***

Sepolto vivo nel cimitero postmoderno (1997)

Lettere a nessuno di Antonio Moresco (Bollati Boringhieri, 1997) è il diario di uno scrittore steso in anni in cui lo scrittore era ancora totalmente inedito. Molta quindi la materia autobiografica, tra cui insoliti squarci sul mondo sommerso della militanza politica di estrema sinistra durante gli anni ’70, di cui varrebbe la pena parlare, essendo stato quasi del tutto trascurato dai recensori, attenti più che altro all’altro momento, più eclatante, del libro. Ma poiché anche quest’altro momento è stato anch’esso banalizzato, mi concentrerò su di esso, e cioè su tutte quelle annotazioni, accumulate nei dieci anni di stesura del diario, su cosa significhi scrivere in un’epoca in cui nessuno si aspetta più nulla dalla letteratura.

A questi nessuno, chiamati però per nome e cognome, sono indirizzate le molte lettere, in parte spedite, in parte no, contenute nel diario. E sono i personaggi chiave della cultura letteraria, dell’editoria e del giornalismo culturale italiano, ad alcuni dei quali Moresco mandava inutilmente i propri manoscritti in lettura: da Giovanni Raboni a Maria Corti, da Francesco Leonetti a Goffredo Fofi e a molti altri. Così non c’è bisogno di fare indagini maliziose per scoprire ad esempio chi è il noto saggista, editor della Feltrinelli, che dice a Moresco di ritelefonargli dopo un mese ("Tra un mese esatto!") e poi non si fa più trovare; che lascia la Feltrinelli dichiarando che l’industria culturale non fa per lui, e poco dopo va a lavorare alla Garzanti; o che a un certo punto gli dice: "credo che pubblicare non sia, nel contesto attuale, qualcosa per cui vale la pena di battersi così tanto come fai tu" - lui che pubblica libri propri e altrui! E’ Goffredo Fofi. Oppure, chi sia quel critico "controcorrente", che si fa paladino di scrittori "alternativi", ma che alla fine dice a Moresco che non c’è nessuna rivista che possa pubblicargli un racconto, essendo il suo nome ignoto. E’ Mario Spinella. Ognuno di questi "nessuno" si affaccia così con il suo nome e cognome, inchiodato a ciò che ha detto o scritto e al suo comportamento contraddittorio o meschino o ipocrita.

Alcuni recensori hanno sottolineato il lato comico del libro. In effetti, leggendo le "tartuferie" di quei seriosi personaggi, si può ridere a crepapelle. Ma Moresco è comico in una maniera particolare, come lo sono sempre stati i grandi scrittori tragici del passato. Il tono generale del libro resta tragico, non tanto nello stile, che non è mai enfatico, ma nel tipo di esperienza con cui ci mette in contatto, che è di una tragicità senza catarsi.

Queste lettere, e questa non reticenza sui nomi, come si può immaginare, sono quelle per cui il libro ha fatto parlare. Ma non proprio nella maniera in cui ci si sarebbe aspettato. Le pagine culturali vanno ghiotte di polemiche del tipo "x ha detto questo, che cosa risponde y "? Ci si poteva dunque aspettare che anche Lettere a nessuno ne facesse sorgere una. Invece non è stato così. Quegli scontri d’opinione, in effetti, vengono quasi sempre montati attorno a inezie. Quando il confronto rischia di diventare reale, di solito si tace. Così i personaggi del libro di Moresco hanno taciuto - e anche i giornali più ghiotti di polemiche hanno dovuto rinunciare, questa volta, a una bella paginetta di opinioni a confronto.

Lettere a nessuno ha fatto dunque parlare, ma in un altro modo. Se ne è fatta una storia di manoscritti non letti: di poveri addetti ai lavori oberati dai manoscritti, e di poveri esordienti alle prese con la difficile scalata all’editoria. E su questo, allora, qualcuno dei destinatari delle lettere ha potuto parlare. In un articolo intitolato Confessioni di un lettore negligente ("Corriere della sera" del 2.3.1997), Giovanni Raboni si è rammaricato di non aver letto il manoscritto che Moresco gli mandava. E Claudio Magris, sullo stesso giornale, ha precisato che è suo costume rispondere a tutti quelli che gli scrivono: e questo sarà senz’altro vero (a Magris, del resto, Moresco non ha mai inviato manoscritti, come si legge chiaramente nel diario). Ma il punto è che ridurre Lettere a nessuno a questa innocua querelle di manoscritti non letti è già una maniera di disinnescare l’ordigno. Tanto è vero che Alberto Arbasino ha trovato il modo di buttare la faccenda sul ridere (in Italia, del resto, i conflitti vengono spesso fatti passare per una farsa). Sulla "Repubblica" del 14.3.97, egli ha firmato un articolo (Se lo scrittore è come un pizzaiolo) in cui, traendo spunto dalle scuse di Raboni, se la prende con la folla dei petulanti estensori di manoscritti che importunano gli scrittori con richieste di "giudizi non dovuti", per di più gratis.

"Esordiente" a cinquant’anni

Sarà bene allora dire alcune cose che i recensori sembrano non aver neppure colto. Innanzitutto che l’autore di questo diario non è propriamente un "esordiente"; e nemmeno "un povero scrittorello di provincia", come lo ha dipinto Mirella Serri in un articolo quasi demenziale comparso sulla "Stampa" dell’11.3.97 (esempio eclatante di quel che Enzensberger chiamava il "crepuscolo del recensore"). Moresco diventa qui la caricatura di un personaggio di Balzac (che c’entra poi la provincia? non siamo forse a Milano?), oppure di De Amicis: "il piccolo scrivano Moresco". E ancora, in un crescendo di cliché: "giovane di belle speranze ma di poche conoscenze nell’universo dell’editoria". Ma come! Se conosce Leonetti, suo compagno di militanza (altro destinatario delle lettere); se si incontra più volte con Fofi, con Maria Corti, con Bifo, con Antonio Franchini. Quanto a "giovane di belle speranze", sarà bene ricordare che il diario è stato scritto tra il 1981 e il 1991, e che a questa data Moresco ha 44 anni (età in cui molti dei grandi scrittori del passato erano già morti), da circa vent’anni si dedica alla scrittura, ha i cassetti pieni di manoscritti, e non ha ancora pubblicato niente.

Il primo libro di Moresco, Clandestinità è infatti uscito due anni dopo la fine del diario, nel ’93; e il suo secondo libro, un breve romanzo intitolato La cipolla, è stato pubblicato nel ’95 (entrambi da Bollati Boringhieri). Ancora inedito è invece, assieme ad altri manoscritti, quel vasto romanzo di cui si parla spesso nel diario (quello che Raboni non ha avuto il tempo di leggere), intitolato significativamente Gli esordi: faticosi esordi di uno scrittore quasi cinquantenne!

Gli esordienti, come li si chiama, se hanno pazienza (e Moresco ne ha avuta molta) prima o poi pubblicano qualcosa: un pezzo su una rivista, un intervento a un convegno - e man mano si fanno conoscere. Così si usa in Italia. Così gli consiglia infatti Maria Corti. E così anche consigliava Umberto Eco nell’introduzione a I ventun modi di non pubblicare un libro (Bompiani, 1991): "Se qualcuno aveva qualcosa da dire si sarà messo alla prova su una rivista minore, avrà partecipato a qualche convegno, discussione, conferenza ... E pian piano il suo nome avrà iniziato a circolare". Ma Moresco, fino all’età di 46 anni, non è mai riuscito a pubblicare una riga, nemmeno su una rivistina secondaria. Perciò Lettere a nessuno è un incredibile documento: cosa pensa uno scrittore già maturo, con tutti quegli inediti nei cassetti? e come sopravvive nella sua folle ostinazione a scrivere uno scrittore che "non esiste per nessuno"? Questo è il primo aspetto forte del libro, che non può non colpire immediatamente, ma che nessun recensore ha messo a fuoco. Ma ce n’è un secondo, ancor più esplosivo.

Nessuno si aspetta più nulla dall’arte

Quel poco che finora Moresco è riuscito a pubblicare ha impressionato molti, per la forza della scrittura e per la capacità di costruire un mondo da cui, una volta entrati, non si riesce più a prescindere. Clandestinità e La cipolla (di cui avevo parlato sulla "Rivista dei libri" dell’ottobre del ’95) non sono due libri interessanti come ce ne sono tanti, ma due libri di straordinaria novità - e sottolineo la parola, giacché viviamo in un’epoca che crede che il nuovo non sia più possibile, e che non si possa essere che epigoni. Due libri non facili, tanto sono lontani dai canoni del già noto. Ma quello che è certo è che se li si legge con attenzione non si può non percepirli come la punta di un iceberg. Non si può non accorgersi che là sotto c’è una grande massa sommersa, un mondo poetico potente, già tutto formato. Come è che gli addetti ai lavori con cui Moresco è entrato in contatto non se ne sono mai accorti?

Non si può non accorgersene, ma a una condizione: che ci si aspetti ancora qualcosa dalla letteratura. Ma una tale attesa, come appunto Moresco ci mostra in questo libro, non sembra averla più nessuno. Se c’è un’idea che davvero unifica la cultura letteraria contemporanea, passando al di sopra di tutte le contrapposizioni e di tutti gli schieramenti, è proprio quella dell’esaurimento della letteratura. Da una parte i malinconici cultori dell’alta letteratura sostengono che essa vive ormai solo in una condizione postuma. Dall’altra gli euforici postmoderni, giocolieri della bassa letteratura, non ammettono altra possibilità che non sia riciclare e ibridare ironicamente il già scritto, l’immenso magazzino delle forme letterarie del passato. Nessuno si aspetta più che un libro possa trascinarci a vedere ciò che non si è ancora visto, o aprirci un punto di vista altro sul mondo, non ancora catalogato.

Ma la cosa più tragica, e comica insieme, è che nemmeno se lo aspettano coloro che più piangono sul fatto che non ci sono più "scrittori veri". Quei personaggi che hanno avuto per le mani i manoscritti di Moresco, sono gli stessi che per anni hanno continuato a lamentarsi sulle pagine culturali del fatto che la letteratura è finita, che si leggono ormai solo prodotti ben confezionati, privi di grandezza (Raboni è uno di questi). Moresco si è così trovato a esistere "nella condizione di un sepolto vivo che sente passare e parlare sopra di sé: ’No, non c’è più nessun vivo, è stabilito, è deciso, non è possibile che ci sia più nessun vivo...’ ". Perciò questo diario può essere letto come una parabola tragica sulla condizione dell’arte nella nostra epoca, un’epoca in cui l’ideologia artistica e l’industria culturale si sono saldate insieme in una morsa cimiteriale, all’insegna dell’idea della fine dell’arte, su cui tutti piangono "lacrime assai remunerate".

Moresco è stato dunque sottoposto a emarginazione non - come vorrebbero i suoi recensori - dall’anonimo meccanismo stritolante dell’industria culturale (per il quale è fisiologico che ci siano manoscritti che vengono respinti, o che cadono in un cono d’ombra); ma da critici e letterati con nome e cognome, incapaci di vedere ciò che fuoriesce dalle loro gabbie critiche, che non rientra nel catalogo previsto dalla loro idea di letteratura. Perciò Lettere a nessuno è un libro sovversivo, che ci costringe a guardare con altri occhi l’intera classe di ciò che oggi viene chiamato letteratura. Esso apre una fessura nelle ideologie che dominano la cultura contemporanea: una piccola fessura ma tale che, se si accetta di guardarci attraverso, non si può non rimettere in discussione quasi tutto. Non si può ad esempio continuare come prima a leggere le pagine culturali, prendendo sul serio le finte polemiche che vi si trovano quasi ogni giorno, leggere tranquillamente le Storie letterarie, prendere per buone le argomentazioni che riempiono le recensioni degli addetti ai lavori. Ed essendo un ordigno esplosivo, si è subito tentato di disinnescarlo, riducendolo a una banale vicenda di manoscritti rifiutati. Il libro, come dicevo, ha avuto infatti diverse recensioni e tutte sostanzialmente positive: eppure ognuna è riuscita a suo modo a edulcorarlo, aggirando il suo lato tragico, cioè il suo essere in conflitto con i punti di vista dominanti.

Quando dico che la scrittura di Moresco è in conflitto con l’idea di letteratura oggi dominante, non ne faccio una questione di poetica. Del resto, nel nostro mondo letterario tutte le poetiche sono ammesse. La condizione tipicamente postmoderna si presenta come un "si può" (come recitava la canzone di Giorgio Gaber). Oggi si può fare di tutto: dai poemi informi ai sonetti, dai versi senza rima alle sestine, dai trattati manieristi ai romanzi rosa, dai feticci imbalsamati dell’alta letteratura postuma allo splatter. Eppure, in questo insieme variegato di cose che la nostra cultura è disposta ad accogliere come letteratura, non c’è stato spazio per Moresco. La ragione è che tutto è possibile, sì, ma a un patto: che tutto sia morto.

Qualcuno potrà obiettare che è sempre stato così da che mondo è mondo: il nuovo, l’inutile, ciò che non serve ora, fa fatica a uscire, a essere riconosciuto. Ma oggi questa forza inerziale dell’esistente è diventata una morsa di cemento: da una parte l’industria culturale, che cerca solo ciò che può vendere, e dunque ciò che è utile. Dall’altra l’ideologia della morte dell’arte (sia nella versione postuma che in quella postmoderna) che le facilita il compito, distruggendo alla radice ogni attesa nei confronti dell’arte. Queste due cose si sposano magnificamente nel loro tetro ruolo di guardiani dell’esistente. Ecco ciò che emerge dal diario di Moresco, tragico e insieme rigenerante, nel suo mostrarci il volto cimiteriale dell’ideologia artistica contemporanea alleata con gli interessi di mercato.

Italia

La macchina editoriale in Italia funziona per cooptazione. Tutti lo sanno, e a volte anche lo dicono. Lo aveva per esempio detto Umberto Eco, nel saggio sopra ricordato: "chi manda manoscritti a una casa editrice è condannato ipso facto alla non pubblicazione. Molti hanno paura a dirla, ma questa è la verità... Una casa editrice ti prende in considerazione solo se ti conosce già". Ciò che invece sfugge ai più è che la macchina coopta solo se stessa. E cooptare se stessi, vuol dire clonarsi, ripetere l’esistente. E se l’esistente è un cimitero, clonare cimiteri. Insomma, se l’arte, per definizione, è qualcosa che muove i punti di vista stabilizzati, apre nuove vie, vuol dire che in questo sistema non c’è più spazio per l’arte. C’è spazio solo per l’omologo. Cioè per ciò che è già morto in partenza: "Niente da fare insomma - scrive Moresco - se non hai superato indenne tutte le operazioni prescritte di riconoscimento, le prove per accettare la tua inoffensività e irrilevanza, in modo da non spaventare il blocco di potere editorial-letterario-pubblicitario custode dell’orizzontalità e dell’irrilevanza".

Qualcuno forse troverà esagerato chiamare "potere" quella cerchia di persone a cui Moresco continuava a mandare manoscritti. Quel "potere", in effetti, con le sue "tartuferie", ha per noi un volto familiare, tanto familiare che ormai non ne vediamo più la faccia terribile. Ci siamo abituati a prenderlo con ironia, a buttarlo in farsa, e intanto a guizzare tra le sue maglie. Ma imparare a guizzare tra le maglie di questo potere vuol dire mutarsi in anguille. Ed è proprio questo che Moresco si rifiuta di fare, nella sua infantile ostinazione a non adattarsi. Egli continua a spedire manoscritti, senza aver imparato la lezione da Umberto Eco; continua a prendere alla lettera ciò che quelle persone scrivono sui giornali, ad attribuire loro insomma una dignità che loro stessi, per primi, non si danno. In questo ci può ricordare il Kafka della Lettera al padre; nemmeno l’estensore di quella lettera aveva mai imparato a guizzare tra le palesi contraddizioni delle leggi paterne, come sanno fare invece tutti i bambini che si adattano. Ed è proprio grazie a questa ostinazione infantile a prendere tutto alla lettera, a restare col proprio punto di vista esterno, che Moresco riesce a straniare, e dunque a renderci di nuovo visibile, dietro la sua faccia buffonesca, la faccia terribile e mortuaria di quel potere.

Il potere ha sempre a che fare con la morte. Ma soprattutto questo potere che Moresco ci descrive, così tipicamente italiano: una miscela micidiale di pigrizia e di ipocrisia, "la dittatura della meschinità e dell’appiattimento". Con il suo "variegato galateo della morte", esso fa la guardia alle porte delle istituzioni giornalistico-culturali e dell’editoria per controllare che ogni cosa che passa sia veramente inoffensiva, sia veramente e perfettamente morta.

Una pazzia fuori tempo

I recensori non hanno mancato di notare, con disappunto, che l’autore di questo diario crede molto nel suo essere scrittore. Francesco Roat (sull’"Unità" del 22.3.97) scrive ad esempio che Lettere a nessuno può apparire "un libro presuntuoso, per la scabra sincerità con cui Moresco urge a essere letto e apprezzato". La nota muove un po’ al sorriso. Mi chiedo come potrebbe uno scrittore che non esiste per nessuno continuare a scrivere fino a 46 anni senza esistere almeno per se stesso. Dovrebbe dire piuttosto: "ho vergato anch’io negli anni le mie paginette, ma non sono una cosa seria"? Se lo avesse detto, avrebbe già smesso da un pezzo di vergarle. Ma la cosa più importante da dire è che quel distanziamento ironico dalla propria opera, che a Moresco si rimprovera di non avere, fa anch’esso parte dell’ideologia epigonale e cimiteriale della fine dell’arte, cioè di quell’ideologia di cui la macchina si serve per cooptare se stessa. Allo scrittore oggi si richiede di distanziarsi ironicamente non solo dalla propria voce, ma anche dall’idea stessa di arte. Ed è evidente che Moresco sia alieno da questo genere d’ironia. Altrimenti non avrebbe scritto quel che ha scritto, cioè non avrebbe scritto niente. Egli crede nella necessità della propria scrittura ed è per questo che scrive. Non è un vezzo neoromantico: è la condizione stessa per poter praticare l’arte della parola in un’epoca in cui essa viene ormai considerata una "pazzia fuori tempo"; è l’arma con cui egli riesce a difendere l’arte nella sua radicale e grandiosa inutilità:

"Io sono di sicuro un povero sciocco, se credo ancora che all’arte dovrebbe essere lasciato non dico largo spazio, che non andrebbe neanche bene, ma perlomeno una fessura... Come sono più fortunati i tarli ai quali è perlomeno permesso di lavorare alacremente e inutilmente dentro la gamba di una vecchia sedia scalcagnata, su una montagna di rifiuti che sta per essere incendiata!"








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 1 ottobre 2008