Quarantacinque giri: diario aprile-giugno 2008

Valerio Magrelli



1. I quarantacinque giri sono un oggetto desueto, come desuete potranno sembrare diverse affermazioni del presente scritto. Quei dischi, inoltre, sancivano il successo di due materiali il cui abuso sta rovinando l’ecologia del pianeta: plastica e musica.

2. Come è possibile che, nell’era della sensibilizzazione ecologica, si beva acqua racchiusa in bottiglie di plastica? Come è possibile che il suo testimonial sia uno sportivo, naturista e verde? Ritengo questa pratica comprensibile sul piano del mercato, criminale su quello della sopravvivenza, poiché la privatizzazione dei beni naturali rappresenta un peccato senza espiazione. Ne è la prova la recente emersione di un settimo continente composto interamente di rifiuti polimerici. Questa specie di isola ferdinandea avvistata nell’Atlantico, rappresenta l’unico inconscio collettivo che si meriti la civiltà dei consumi. È la cattiva coscienza del pianeta, il ritorno del rimosso sub specie geografica.

3. L’antica teoria degli umori si ripropone nel nuovo vocabolario che gli italiani stanno imparando a sillabare in queste settimane, giusto con qualche decennio di ritardo sul resto dell’Europa. Bile nera, bile gialla, sangue e flegma disposti secondo i quattro principi della medicina ippocratica. E dunque caldo, freddo, umido, secco, sono passati a regolare i criteri della raccolta differenziata. Per curare il corpo? No, per provare a salvare il suo supporto, ossia la Terra.

4. Ho letto una vignetta prevedibile. Su uno schermo televisivo, davanti a una famigliola di italiani, appare il mezzobusto di Berlusconi (chiamato Bullysconi) che dichiara: "Questo è il telegiornale di prima serata, io sono il vostro nuovo primo ministro… e questa televisione mi appartiene", mentre una formichina esclama: "Mama mia!". La particolarità del documento, per il resto banale, dipende dalla sua provenienza, ossia un giornale del Kenia, "Daily Nation". Ringrazio "Internazionale" del 23-30 aprile per questa informazione, e mi domando: non suona strano essere additati come un’eccezione democratica anche dal cuore del continente nero?
Sappiamo bene, noi, popolo di emigranti, che ognuno è sempre il Sud di qualcun altro. Ma un conto è reagire agli snobistici appunti di inglesi, francesi, spagnoli o americani, un altro è subire le osservazioni di paesi che giudichiamo proverbialmente inferiori (malgrado tutti gli eufemismi del caso). Insomma, dover prendere lezioni di democrazia da una zona del mondo che colleghiamo abitualmente a culture politiche segnate da dittature e atrocità, fra Bokassa dintorni, fa un certo effetto. O no?

5. Scrive Leonardo Palmisano, su Nazione indiana: "Occorre chiedersi che cosa porta un paese in cui la maggioranza delle persone diventa sempre più povera e perde progressivamente dignità e diritti, a votare per un uomo che diventa sempre più ricco e potente calpestando la legge e le istituzioni, e che si ripromette pubblicamente di continuare su questa strada. (La risposta che mi do, numeri alla mano, è questa: la capacità di quest’uomo di «allevare» degli elettori che non abbiano la minima capacità critica, e di riuscire, nello stesso tempo, a portare i gli antagonisti sul proprio campo di battaglia, costringendoli a una guerra al ribasso in ogni settore – dalla cultura ai diritti dei lavoratori, dall’informazione all’ecologia, dalla ricerca scientifica alla laicità dello stato. Non c’è uno solo di questi ambiti politici (le cui regole sono, cioè, stabilite dal potere legislativo) nel quale negli ultimi quindici anni non ci sia stato un peggioramento tanto forte da apparire irreversibile o peggio ancora assuefacente".

6. In un articolo di cinque anni fa notavo come, nelle Nozze di Figaro di Mozart, i contadini si riuniscano per ringraziare il padrone di aver soppresso lo jus primae noctis. Ebbene, tutto questo è esattamente il contrario di quanto è accaduto con Forza Italia, quando proprio coloro che più avrebbero avuto bisogno del servizio pubblico, hanno aderito al partito che intendeva smantellarlo. Pensiamo ai finanziamenti per la scuola privata. In certo modo, è come se da noi il coro mozartiano di giovanetti e giovanette si riunisse, sì, ma per il motivo contrario, ossia chiedendo il ripristino dello jus primae noctis. Per uno stupefacente caso di autolesionismo, i "tagli" (la metafora sessuale resta) sono stati sostenuti da coloro che ne verranno penalizzati. Le fasce deboli hanno cioè votato affinché Berlusconi togliesse loro i diritti faticosamente acquisiti in decenni di lotte.
Per tutti i suoi elettori non abbienti, la seduzione esercitata dal Cavaliere (tramite l’assolutismo mediatico gentilmente concessogli) conta cioè ben più del proprio stesso benessere. In altre parole, si scrive Berlusconi ma si pronuncia Bourdieu, per l’intelligenza dimostrata nel comprendere l’importanza del meccanismo identitario all’interno del sistema sociale. Gran parte dell’elettorato italiano, infatti, non sembra voler proteggere i propri interessi reali, preferendo agire in difesa di quelli immaginari. Il vero post-marxismo sta tutto qui. Altro che lotta di classe: viviamo in uno Stato di Ipnosi procurato del Grande Persuasore non-occulto. Siamo passati dalle fantasie del materialismo storico, alla realtà dell’illusionismo catodico. Meglio ancora: dalle pie illusioni del Materialismo, alla cruda materialità dell’Illusionismo. Durissima lezione per chi è cresciuto nel solco del pensiero politico comunista.
Bel paradosso: l’uomo più ricco del paese, dimostra che i soldi non sono tutto, anzi, possono essere tranquillamente sacrificati sull’altare dei sogni, come in effetti hanno fatto milioni di indigenti che lo hanno seguito a proprie spese. È questa la democrazia che vorremmo esportare – un’istituzione drammaticamente fragile, come dimostra il fatto che è sufficiente un’accorta manipolazione televisiva per convincere una madre lavoratrice a sostenere l’abolizione della mensa scolastica dei suoi figli. In un certo senso, si tratta della vittoria dello spirito sulla carne, della psiche sul denaro, del regime libidinale sul discorso economico. Non ce lo aspettavamo più, eppure l’immaginazione è davvero arrivata al potere, e la parola d’ordine del Sessantotto è stata messa in pratica da Mediaset.

7. Sulla copertina del volume di Livio Borriello, Micame (Orientexpress), "mica" e "me" appaiono scritti in due colori diversi, quasi a significare una sorta di "non-io", ma declinato in un linguaggio meno filosofico e più colloquiale. Micame è un libro di frammenti, da cui emerge una fenomenologia del quotidiano svolta per prospettive estranianti, a volta violentemente materiche, a volte meditative e astratte. Il tutto, sempre all’interno di un solipsismo sofferto, eroico e furioso fino all’agrammaticalità: "Io scrivendo vorrei rendere qualcuno più come me".
Si va dall’aforisma ("È sempre il taglio del bene che può farti male"), alla confessione ("Non mi piace che io sia un uomo. Me ne piace, a volte, la trasparente, lucida coscienza"). Splendida questa interpretazione della figura orante riletta sotto il segno di Merleau-Ponty: "Il corpo che prega, è il corpo che non può prendere il mondo. È il corpo senza presa, il corpo che non afferra. Le palme congiunte, le palpebre chiuse, il busto piegato, questa carne in circuito, questa carne arrotolata e chiusa, può disporsi alla possessione".

8. Passano pochi giorni, e leggo un altro libro di frammenti, completamente diverso, benché riconducibile allo stesso ambito. Si tratta dei Quaderni di studio 2002-2006 di Arnaldo Pizzorusso (Pacini). Se quella di Borriello è un’opera d’esordio, qui siamo di fronte al quarto volume di un’investigazione che ormai procede da oltre un trentennio (i Quaderni di Studio 1975-1990 erano apparsi nel 2000), da parte del decano dei nostri francesisti.
Ne scelgo due passi, il primo dei quali si offre come un magnifico esempio di ciò che Paul Valéry indicava col termine di chirurgia linguistica: "Sul detto «prendere le cose come sono». Si tratta, in apparenza di una modesta massima pratica. Ma chi volesse conformarvisi si renderebbe conto, molto spesso, di non sapere «come sono le cose». Per poter adottare il criterio di passività che gli è proposto, dovrebbe prima, attivamente, tentare di conoscere, di comprendere qual è, in realtà, lo stato delle cose. Ciò forse non tanto per agire, quanto per non agire; per giungere alla certezza che la sua astensione non è, a sua insaputa, una modalità d’azione".
Il secondo stralcio affronta invece il faticosissimo e negletto genere letterario cui questo testo, come quello di Borriello, appartiene: "La scrittura frammentaria può essere rappresentata come verticale. Una linea verticale, di norma, va dall’alto al basso. Ma perché non in senso opposto? Penso che possa dirsi «verticale» tutto ciò che, in vario modo, attiene a un vertice. Sul termine vi è forse il riflesso – o l’ombra – della sua origine. Vertex era il punto più alto, la sommità; ma era anche un vortice, un abisso […] Ma aggiungo che a una scrittura verticale è correlativa una lettura verticale. Non solo di scritti frammentari. Una lettura, intendo, che disgrega ciò che si configura come organico; che nell’osservazione di un’apparente o reale armonia introduce la percezione della disarmonia".

9. Una lettura "che disgrega" e che "introduce la percezione della disarmonia"? Ma chi richiede più, oggi, una pratica simile, operativa, ardua, e insieme nutritiva? La fortuna del romanzo poliziesco e del noir (presi come semplici sintomi di un generale indirizzo alla ricreazione mentale) significa che l’acquirente può considerarsi svincolato da ogni tipo di impegno. È come se il mercato editoriale rispondesse alle direttive di un Ministero della Semplificazione Letteraria. L’unica vera vittima di questo genere macabro e sanguinario, è il Tempo: infatti la lettura serve appunto a "ammazzarlo".

10. Ammesso e non concesso che i Verdi appartengano all’area progressista, mi sembra di vedere in alcune delle loro scelte, o meglio non-scelte, il cuore suicida della sinistra. Interrogato in un dibattito televisivo su quale alternativa proporre rispetto all’energia atomica, un rappresentante di Legambiente ha invitato a ridurre i consumi, rifiutandosi così di rispondere. Domanda: come è possibile che in un paese che abbia rifiutato il nucleare, non si sviluppino le energie alternative? Risposta: sono brutte.

11. Provo a sintetizzare le critiche rivolte nel corso di millenni ai principali tipi di fonti energetiche. Esistono obiezioni di natura etica, di fronte alla schiavitù (l’uguaglianza degli uomini); di natura igienica, di fronte ai combustibili fossili (la salute degli uomini); di natura estetica, di fronte alle risorse solari e soprattutto eoliche (il buon gusto degli uomini). Qui il decadentismo politico tocca il suo apice, e si trasforma in difesa del bello paesaggistico. Una risorsa morale e salutare, ossia solidale e non inquinante come le pale a vento, viene bocciata perché rovinerebbe il colpo d’occhio sul panorama. E tutto ciò, in un paese dove i piani regolatori o non esistono, o non sono stati rispettati.

12. Che il meglio sia nemico del bene, lo sostenne Voltaire in una sua poesia. Bisognerebbe tuttavia precisare che il filosofo francese, per rafforzare la propria affermazione, l’aveva attribuita a un nostro compatriota: "Dans ses écrits un sage Italien / dit que le mieux est l’ennemi du bien". Ovvero: "Nei suoi scritti un saggio italiano / dice che il meglio è nemico del bene". Non so chi fosse la fonte di tanta sapienza, ma è già una soddisfazione immaginare i nostri antenati decisamente più avveduti di noi. Il perché è presto detto, e ci riporta dai cieli del pensiero, alla terra, e più in particolare al risorto problema delle centrali atomiche.
Il motivo per cui diffido del nucleare risiede appunto nell’esempio di Voltaire. In una società incapace di dividere i resti umidi da quelli cartacei, prostrata da incompetenza e corruzione, come sperare nella complessa manutenzione di un impianto? Anche senza affrontare la questione sollevata dallo smaltimento delle scorie di uranio, è ovvio che l’Italia andrebbe trattata alla stregua di quegli "stati canaglia" cui viene proibito l’accesso al nucleare, e questo non per dichiarata aggressività, ma per conclamata insipienza. Non sarebbe più auspicabile dedicarci a sistemi eolici o solari, facilmente controllabili anche con la nostra scarsa affidabilità tecnica e il nostro inesistente senso civico? Questo intendeva dire l’antico motto "il meglio è nemico del bene", nato da una tradizione che da noi sembra ormai tristemente declinata.

13. Quando parlo di cuore suicida di certa sinistra, mi riferisco alla sua illimitata capacità di negare la realtà su ogni piano. C’è un nucleo di infezione da irrealtà, non tanto utopistica, quanto atopistica. Vedi il rifiuto di installare termovalorizzatori in Campania. Dove collocare l’immondizia per smaltirla? Evitate di produrla. Vedi i ladri di Malpensa ripresi dai filmati. Perché infierire? Meglio definirli con la stessa formula usata per indicare i brigatisti: compagni che sbagliano.

14. La peste della precarietà, perfettamente speculare ai privilegi difesi dai sindacati. Alitalia: brutalità della svendita contro cecità del corporativismo. La polarizzazione come caratteristica strutturale della cultura politica italiana. Chi ha detto che siamo il paese dei compromessi? Al contrario, la nostra malattia consiste proprio nell’incapacità di realizzarli. Si rimuovono le ragioni dell’avversario, invece di assorbirle, almeno in parte.

15. Qualcuno tocchi Caino. Sempre a proposito di polarizzazione. Si è passati dalla benemerita, esemplare battaglia contro la pena di morte, alla sciagurata campagna contro la pena tout court. Ho sentito con le mie orecchie l’auspicio che si lasciasse in pace un uomo anziano come Pinochet. E poche settimane fa, uno dei tre assassini del Circeo (peraltro a suo tempo già evaso) è stato fatto uscire di prigione dopo aver scontato solo quattordici anni dei trenta decretati. Meno della metà? Che sarà mai! Si trattava di una cifra evidentemente orientativa, come sempre la pena da noi. È un modo di dire, una maniera qualunque per avviare le trattative, ovviamente al ribasso. Come nei mercatini dell’usato: basta tirare sul prezzo.

16. Pietà per gli infanticidi. Bisognerebbe richiedere la par condicio anche nelle rappresentazioni fotografiche di vittime e carnefici. Se l’immagine dell’omicida appare centinaia di volte rispetto a quella dell’ucciso, si finirà inevitabilmente per occuparsi degli interessi del primo, dimenticando quelli del secondo. Senza contare che il criminale dispone della possibilità pressoché illimitata di rinnovare il suo press book (nuovi scatti, nuove sequenze, nuove interviste), rispetto alla monotonia iconografica di chi è scomparso (sempre gli stessi ritratti!). Il morto, cioè, ha la colpa imperdonabile di essersi assentato. Morale: con un perfetto rovesciamento dell’antica damnatio memoriae, ora viene bandito l’innocente. In questo modo, attraverso la mozione degli affetti, il tramonto della sanzione penale si rivela una semplice questione di fotogenia.

17. L’Occidente di oggi ricorda la Roma Imperiale, ma invece d’essere assediato dai barbari, lo è dalle loro sciagure. Come godersi un pic-nic in mezzo ai naufragi degli extracomunitari? Circondata da tragedie internazionali (catastrofi, guerre) e intranazionali (dalla violenza su donne e bambini, fino all’estorsione mafiosa nel nostro sud tribale), ogni felicità diventa amara.
Tutto ciò consiglierebbe, come minimo accorgimento, il pudore di evitare l’esibizione del lusso. Eppure è proprio questo ad essere negato dall’ideologia televisiva: occorre anzi mostrare la ricchezza, nella convinzione che il privilegio rappresenti una fonte di diritti, piuttosto che di doveri. Ecco la differenza che corre fra la borghesia intellettuale europea e il ceto medio-mediatico italiano.

18. Una preghiera: vietare l’ingresso nel nostro paese agli italiani che scelgono di risiedere all’estero per motivi fiscali. Chi compie una decisione simile sarebbe ancora scusabile se, con scarsi guadagni, volesse conservare il necessario. Come accusare un bidello di voler mettere in salvo quel poco che gli dà da vivere? Ma un milionario che cerca di lucrare sul superfluo, risulta deprecabile.
Invece di posare come testimonial di aziende pubbliche e private, coloro che, pur avendone i mezzi, rifiutano di contribuire al bene della comunità (strade, scuole, ospedali, polizia), dovrebbe almeno perdere il diritto di usufruirne a spese altrui.

19. Amo l’insegnamento, amo la ricerca, e soffro per come viene frantesa e negata la funzione dell’università. La situazione italiana mi ricorda una scena del film Hannibal the cannibal, quando un uomo viene costretto a mangiare il proprio cervello. È facile indicare gli innegabili difetti del sistema accademico, ed è indispensabile porvi rimedio, ma questo non deve portare a distruggerlo. Svalutando la didattica e la trasmissione del sapere, la nostra società si condanna a divorare la sua stessa sostanza cerebrale. Così il progetto sarà completo, e avremo un mondo popolato di tronisti e sportivi, finalmente disinfettato da qualsiasi elemento critico. D’altronde, la nostra classe politica va allo stadio, alla ricerca di un completo mimetismo con gli aspetti primari del suo elettorato. Perché ostinarsi ad appannare la superficie di questo perfetto rispecchiamento?

20. Riprendo alcune note sulla riforma universitaria riguardo ai nuovi, equivoci parametri di produttività che dovrebbero ispirare i criteri di valutazione degli studenti. Credo sia venuto il momento di rivendicare, anche a livello accademico, la specificità dell’attività critica. Rispetto alle metodologie aziendali, essa non rappresenta un’eccezione, bensì l’espressione di una dimensione gnoseologica diversa, inassimilabile al linguaggio del marketing, e che si cercherebbe inutilmente di quantificare in termini di costi e ricavi.
Se dovessi illustrare tutto ciò con un’immagine, penserei alla differenza fra sistema digitale e sistema analogico. In certo modo, i nuovi controllori riconoscono soltanto il primo: il che equivale a pretendere che un orologio con lancette e quadrante debba indicare l’ora numericamente. Nessuno di loro sembra sfiorato dall’idea che, al posto delle cifre, l’informazione possa essere trasmessa secondo altre procedure; per esempio, tramite l’esame dei rapporti spaziali, l’analisi della posizione reciproca fra le componenti, e così via. Di fronte a tali pretese, bisogna ribadire la peculiarità di un sapere, quello letterario, alternativo, ramificato, irriducibile alla logica da cui sorge, per esempio, la brutale schematizzazione dei test a scelta multipla.

21. Qualche settimana fa, passeggiando per strada, ho capito che un altro confine è stato varcato. Fino ad oggi, per qualche malinteso scrupolo, si erano continuate a tramandare alcune ottuse abitudini architettoniche, mirate, per esempio, a differenziare fra loro Chiese e Supermercati. Basta coi pregiudizi! Adesso questa antiquata forma di discriminazione è stata spazzata via da uno spirito nuovo, come dimostrato da una sensazionale installazione (non saprei come altro chiamarla), posta all’ingresso di una chiesetta in pieno centro storico di Roma.
Si tratta di un monumento defilato e minore, Santa Maria in Publicolis, ma con una aggraziata probità. Nel loro decoroso semianonimato, sono costruzioni del genere che assicurano al tessuto urbano della capitale la sua preziosa, inconfondibile consistenza. Ebbene, proprio in cima alla breve scalinata, dov’era un tempo un portone pressoché invisibile per la sua modestia, spicca adesso un bel paio di ante metalliche dipinte di marrone, dotate di grandi maniglie plasticate nere e due cartelli rossi con la scritta "tirare". Da qui la rilettura del Vangelo: "Tirate e vi sarà aperto".

22. Dalle chiese alla Chiesa. Mentre la teocrazia iraniana celebra i suoi fasti e i teocon americani esportano la democrazia, il Vaticano interferisce con le decisioni dello Stato italiano, tanto che il papa è ormai giunto a attaccare apertamente la legge 194 sul diritto all’aborto. Con bella coincidenza, lo scorso anno si è festeggito il sessantesimo anniversario di Dialettica dell’Illuminismo di Adorno e Horkheimer, testo secondo cui la causa del nazifascismo "non va cercata tanto nelle mitologie nazionalistiche, quanto nell’illuminismo".
Come dargli torto? In effetti, con la loro meschina difesa borghese di libertà insignificanti e meramente formali, Voltaire e compagnia non fecero altro che protestare contro un pericolo del tutto inesistente quale l’intolleranza religiosa. I roghi, le torture, le persecuzioni che punteggiano la storia di quel pensiero libertino da cui scaturisce l’illuminismo: niente. Da Bruno a Théophile de Viau, da Vanini a Gassendi, da Bayle a Diderot: tutti antenati delle SS. E così, a distanza di secoli, oggi ci ritroviamo a combattere lo stesso immarcescibile avversario, ossia l’ingerenza cattolica nella vita pubblica. Quando si dice la dialettica…

23. Ogni volta che si parla di libertà religiose, bisognerebbe ricordare che il Vaticano non ha mai scelto di rinunciare liberamente al suo millenario potere temporale, ma vi è stato costretto con la forza. Quel libero pensiero di cui oggi usufruiamo in Occidente, non è una concessione generosamente elargita, bensì una conquista ottenuta col sangue dei martiri laici. Nel caso dell’Islam, la sua mancanza è semplicemente dovuta allo strapotere di quella chiesa, che sconfisse chiunque tentò di opporvisi (sebbene Al-Farabi, maestro di Averroè e Maimonide, sin dal X secolo teorizzasse la subordinazione della rivelazione alla filosofia). In ogni caso, il comportamento del nostro papa è stato identico a quello di qualsiasi ayatollah. L’unica differenza sta nei risultati: il primo ha dovuto cedere (proprio sotto la spinta illuminista), mentre i secondi hanno avuto la meglio sui loro nemici. Ma è inutile illudersi: la tolleranza cattolica non è un regalo, bensì un bottino di guerra.

24. Svegliandomi in albergo, di mattina, seguo il primo canale della televisione pubblica. Intervista a un esorcista. La presentatrice del programma parla del diavolo come se fosse un rappresentante di elettrodomestici, che si presenta a casa di tanto in tanto. L’esperto, un’alta carica ecclesiastica, si lamenta dell’arretratezza riscontrabile, sull’argomento, in alcune nazioni quali Gran Bretagna, Spagna o Germania. Noi, per fortuna siamo all’avanguardia, quanto a operatori sul campo. Durante l’intera trasmissione, nessuna forma di contraddittorio. Segue oroscopo.

25. Mi viene da tornare a Pizzorusso: "Esempio di un’ironia fondata sull’inversione di una formula in apparenza conforme al senso comune. Swift (An Argument to Prove that the Abolishing of Christianity in England…) non dice che la religione cristiana sarebbe in pericolo se la Chiesa fosse abolita; ma che «non sappiamo quanto presto» – quindi non subito (o forse mai?) – la Chiesa sarebbe in pericolo se la religione cristiana fosse abolita".

26. Leggo un saggio di Fulvio Pezzarossa intitolato Televisore e contenuto nel volume Oggetti della letteratura italiana, a cura di Gian Mario Anselmi e Gino Ruozzi (Carocci). Il testo si conclude con una citazione tratta dal racconto di Ray Bradbury, Il pedone: "«Tutto», pensò tornando alle sue meditazioni, «tutto si svolgeva ormai di sera, dentro quei sepolcri di case appena illuminati dal tenue riflesso dello schermo televisivo, in cui gli uomini, simili a defunti, sedevano davanti alle luci grigie o multicolori che sfioravano i loro volti ma senza mai toccarli dentro»".

27. Unisco queste parole all’ultimo studio di Gabriele Pedullà, In piena luce. I nuovi spettatori e il sistema delle arti (Bompiani). Tema del saggio è la domesticazione forzata del cinema novecentesco ad opera della televisione. La vicenda narrata è quella di una caduta degli dei, dove il Walhalla è rappresentato dalla sala cinematografica, distrutta dall’avvento del tubo catodico e ora del plasma. Attraverso l’immagine della scomparsa cui va incontro "lo spettatore vitruviano", Pedullà riesce a collegare la riflessione sul teatro degli umanisti rinascimentali (Alberti, Prisciani, Serlio, Giraldi Cinzio, de’ Sommi e Ingegneri), all’invenzione delle sale cinematografiche. La linearità di questa genealogia s’infrange con l’arrivo dello schermo televisivo, caratterizzato da un protocollo d’uso esattamente opposto a quello tradizionale. Ma ecco la sorpresa: questa opposizione va intesa in senso contrario a quanto abitualmente immaginiamo. Grazie all’impiego del telecomando, essa segna il passaggio dalla passività cui era soggetto il pubblico teatrale, ad una forma di sfrenata attività. La tv, cioè, sancisce la liberazione dell’utente dalla costrizione cui lo obbligava lo spettacolo drammaturgico.
E qui interviene la tesi di uno fra i maggiori studiosi di Shakespeare, Stanley Cavell. Proprio la liberazione assoluta di cui godono oggi gli spettatori degli individual media, impedisce che si attui quella catarsi psicologica-cognitiva cui il teatro ha mirato per oltre due millenni. Infatti, l’immobilità forzata della sala teatrale (e cinematografica), l’energia disciplinante dell’architettura che obbliga gli uomini a non muoversi, provvedevano all’educazione del pubblico: "Per Cavell, la principale lezione del dramma e soprattutto della tragedia consisterebbero nel rendere gli spettatori consapevoli che quel processo di riconoscimento reciproco che durante lo spettacolo non siamo in grado di portare a termine, data l’impossibilità di intervenire sulla sorte dei personaggi, costituisce l’essenza stessa delle relazioni umane. Diversamente da quello che succede in sala, nella nostra esperienza quotidiana possiamo e dobbiamo rompere l’asimmetria: lasciarci coinvolgere, uscire dal buio, permettere che gli altri ci guardino e ci scoprano in quanto individui, rivelando a loro volta se stessi".
In altre parole (come in un certo senso ha spiegato Pasolini in Che cosa sono le nuvole?), se assistendo all’Otello non possiamo impedire che si compia l’infamia di Jago (il verdetruccato Totò), è appunto perché il dolore provocato dalla nostra impotenza si deve tradurre in catarsi, insegnandoci a difendere la causa della giustizia nella vita, cioè una volta usciti dalla sala.

28. Un incomprensibile inciso di Nietzsche: "I drammaturghi sono in genere uomini alquanto cattivi".

29. Un comprensibile inciso di Nietzsche: "Ci troviamo così bene nella libera natura, perché essa non ha alcuna opinione su di noi".

30. Parole definitive sui voltagabbana. Parole definitive sui voltagabbana ci vengono da due maestri della televisione, Guido Pancaldi e Gennaro Olivieri, presentatori dello storico programma intitolato Giochi senza frontiere. Secondo le regole di quella gara, ogni squadra poteva disporre di un unico jolly, chiamato "fil rouge". Ebbene proprio questo è quanto offerto ad ognuno di noi.
Fatta una scelta politica, ossia puntato il jolly, possiamo tranquillamente rinnegarla, ma avremo perso per sempre il diritto di fungere da portabandiera del nuovo schieramento. Chi cambia campo, cioè, sarà costretto almeno a militare nella retroguardia, lontano dagli araldi, in fondo in fondo, col capo cosparso di cenere. Il terrorista, quindi, si potrà pure convertire alla non-violenza, ma non avrà il diritto di tenere banco sulla sua conversione. Idem per il comunista o per il fascista pentito: vietato pontificare sotto la nuova casacca. Sembrerà poco, ma a ben vedere la sanzione risulterà tremenda per la vanità di molti transfughi. È una vera condanna all’anti-gogna: l’atroce berlina della non visibilità.
In alti termini: "Un’affettazione nel congedo. Chi si vuol separare da un partito o da una religione, crede che sia ora necessario per lui confutarli. Ma ciò è pensato assai superbamente. Necessario è soltanto che egli comprenda chiaramente quali ganci lo tenevano finora legato a questo partito o a questa religione, e che essi non lo fanno più, quali intenzioni lo avevano spinto verso quelli e che esse ora lo spingono altrove. Noi non ci siamo schierati dalla parte di quel partito o di quella religione per stretti motivi di conoscenza: neanche dobbiamo, separandocene, affettare ciò" (Nietzsche).

31. La parola "tifosi", con cui designiamo un’umanità plurale per antonomasia, segnata dal conformismo, dall’aggressività e da un patologico senso di appartenenza, dovrebbe essere considerato come uno di quei nomi che si impiegano solo al plurale. Sostantivi difettivi, appunto perché mancano di una possibilità; in questo caso, il singolare. Vedi il termine "esequie".
Parlo dello squadrista, feroce e multiplo, feroce perché multiplo (male che vada, in coppia, ovvero nella specie del duale), nato dalla frustrazione e da una straziante perdità di identità. "Esequie" e "nozze", "ferie" e "tifosi", non possono conoscere una forma individuale: giusto il contrario di "buio", che invece non ha il plurale.

32. A proposito di un libro di Roberto Andò, Diario della delazione (Schirò), mi sono tornate in mente le pagine di un sussidiario dedicate all’avvento del basso medioevo. Dopo l’arrivo dei Longobardi, leggo, la popolazione si ritirò a vivere in villaggi montani inerpicati sulle alture. La pianura e il fondovalle vennero abbandonati, le strade costiere dismesse, mentre i fiumi tornarono ad essere attorniati da paludi. In breve, l’Italia riprese la fisionomia che la caratterizzava prima della conquista romana.
Ebbene, scorrendo questo agghiacciante resoconto, ho avuto la netta sensazione che qualcosa di simile stesse accadendo sotto i nostri occhi. La civiltà si ritira, si rattrappisce, colpita da una sorta di mostruosa piorrea, insieme etica e geografica. Geograficissima, poi, nella ricostruzione del disastro campano proposta da Roberto Saviano in Gomorra (Mondadori). Lo rende bene anche il film di Matteo Garrone, con la vecchia contadina intenta a raccogliere pesche avvelenate. La criminalità che contagia il proprio stesso suolo! Non c’è più religione, verrebbe da dire, ma in verità c’è eccome; soltanto che è cambiata.
Ancora Pizzorusso: "Si legge in Artemidoro (Il libro dei sogni), che di alcune divinità si aveva una percezione intellettuale, di altre una percezione sensibile. Fra queste ultime, le divinità marine. In un mondo non ancora devastato dagli esseri umani esisteva, immagino, un senso religioso delle loro presenze. Esse erano riconosciute nelle loro identità e denominazioni, Driadi, Naiadi, Nereidi… Mi rappresento il fascino di un tale culto".

33. Un pacco speditomi dall’Argentina si arresta in un deposito di Roma perché il pony non ha citofonato. Migliaia di chilometri, migliaia di piccoli gesti, la collaborazione attivata fra uomini di tanti paesi, infiniti contributi di macchinari, benzina, inquinamento da trasporto, bolle e autorizzazioni, da Buenos Aires fino a casa mia, vanificati dall’ultimo componente della catena di trasmissione. Ma quanto spesso capitano piccoli avvenimenti come questi, segnati dall’intervento di una "deficienza terminale"?
Fruttero e Lucentini avevano visto giusto, parlando di Prevalenza del cretino. In questa definizione, tuttavia, agisce un elemento psicologico che non mi ha mai convinto. In verità, la questione è un’altra. "Lavorare", significa sempre e comunque "collaborare", ossia, letteralmente, "lavorare con" qualcuno, entrando cioè nel quadro di una comunità di intenti, desideri, linguaggi. Non c’è lavoro, senza una simile "con-divisione" di volontà. Privato di questa funzione, che assicura il legame fra l’attività e il contesto in cui essa si svolge, anche il servigio di uno schiavo risulterebbe inutile. Loro, invece, tolgono il prefisso "con". Ecco perché non trovano il nome sul citofono: non hanno alcun motivo di cercarlo.

34. Piccole novità dal fronte delle molestie acustiche. L’ultimo grido proviene dagli USA: si tratta di un segnale sonoro abbinato alla retromarcia. L’innovazione intende garantire la sicurezza dei passanti rispetto a una manovra poco prevedibile, ma il risultato è una grandine di bip che in certe ore sommerge le strade. Viene da domandarsi perché mai qualsiasi ritrovato della tecnica debba inevitabilmente tradursi in un disturbo arrecato al prossimo.
È la stessa questione delle sirene. Già il fatto che centinaia di persone vengano tormentate per il furto di un veicolo privato, risulta di per sé incomprensibile: è forse logico svegliare il vicinato perché sono stato derubato dal mio fiscalista o soffro di reumi? Ma che ora la comunità venga seviziata solo per indicare la direzione di ogni singola auto, appare francamente delirante. Delirante e istruttivo, a ogni modo: infatti la privacy ambientale non è mai stata violata come in questi anni, così ossessivamente e inutilmente dedicati a proteggerci da tante altre forme di intrusione più innocue.

35. Mentre sto scrivendo, vive, dall’altra parte dell’Atlantico, mangia, dorme, discorre, circola liberamente qualcuno che ha pensato di collegare un segnale sonoro alla retromarcia. Uno di noi è di troppo.

36. Non esiste la musica in sé. Esiste soltanto la musica voluta da me stesso, oppure imposta da altri. Si tratta di due fenomeni antitetici. Il primo rappresenta uno fra i più squisiti alimenti concessi alla specie umana, mentre il secondo è un semplice reato. Uno è un dono prescelto, l’altro una punizione subita. Per questo torno a citare un passo di Kant che suona come un mantra. Sono parole che condannano irrevocabilmente le arti dell’udito e dell’olfatto, colpevoli di imporre la loro presenza a soggetti non consenzienti: "Alla musica è propria quasi una mancanza di urbanità a causa della proprietà che hanno i suoi strumenti di estendere la loro azione sul vicinato, per cui essa si insinua e va a turbare la libertà di quelli che non partecipano all’intrattenimento […] È pressappoco come del piacere che dà un odore che si spande lontano. Colui che tira fuori dalla tasca il suo fazzoletto profumato, tratta quelli che gli sono intorno contro la loro volontà". Ecco l’unica religione in cui credo, quella basata sul rispetto dell’altro. Che il prossimo sia il tuo unico Dio.

37. Esistono ristoranti con la musica (scelta dagli altri, intendo). È come posare una calamita accanto a una bussola.

38. "Correva voce che il compositore Sostakovic fosse stato colpito da uno shrapnel tedesco durante l’assedio di Leningrado, e che alcuni anni dopo una radiografia avesse mostrato una scheggia metallica conficcata nell’area uditiva del suo cervello. Henahan scrive che «Sostakovic, tuttavia, era restio all’idea di farsi rimuovere la scheggia, il che certo non ci stupisce: da quando si trovava dov’era, spiegava, ogni volta che inclinava la testa di lato, sentiva della musica. Aveva la testa piena di melodie – ogni volta diverse – dalle quali poi attingeva per comporre. Quando raddrizzava la testa, la musica immediatamente cessava»" (Oliver Sacks, Musicofilia, Adelphi).

39. L’emblema dell’inattendibilità contemporanea è per me incarnato da Francis Fukujama, autore di un volume dal titolo La fine della storia. Accolto come un best-seller, il saggio uscì nel 1992, ma in verità costituiva lo sviluppo di un testo apparso con lo stesso titolo nel 1989. Dice niente questa data? Qualcuno scrive La fine della storia poco prima della caduta del Muro di Berlino. Non mi interessa esaminare le tesi del libro (e i successivi tentativi dell’autore per includere al loro interno ogni sviluppo imprevisto), bensì la presunzione del suo titolo, la sua totale mancanza di responsabilità. Naturalmente, lungi dal concludersi, la storia è proseguita secondo percorsi insospettabili, irridendo l’improvvido profeta, fra clonazioni, fondamentalismi, terrorismo… Ma che sarà mai? Basta passare a un’altra teoria. Ricevere dai fatti una smentita tanto bruciante, non serve a nulla. Ecco perché Fukuyama rappresenta per me una figura mitologica, una specie di centauro della bêtise, paragonabile a Bouvard e Pécuchet messi insieme. È l’uomo imbevuto di sé, colui che immagina di poter annunciare il futuro, in un momento in cui sembra impossibile l’atto stesso del "prevedere".
O forse no. Forse, assai più del suo compiacimento, conta la misera astuzia editoriale, basata su un sistematico rifiuto della letteralità. Tutto dipende da cosa intendiamo per "fine" della storia. Infatti, l’accezione del termine varia a seconda del suo uso: mentre sulla copertina, al momento della vendita, esso possiede un significato preciso e inequivocabile, nel testo, per articolare l’ipotesi di lettura, viene ad assumerne un altro. È un trucco ben noto in Italia: noi lo chiamiamo "gioco delle tre carte".

40. Sempre a proposito del gioco delle tre carte. Si è cominciato a considerare il calcio come un fenomeno culturale, riferendosi all’uso estremamente ampio che di questo termine poteva fare un antropologo, includendovi cioè tanto le usanze funebri quanto le pratiche alimentari. Ma subito dopo, una volta che il concetto era stato sdoganato, si è tornati ad usare il termine "cultura" nell’accezione più tradizionale. E giù, convegni su calcio e letteratura.
Semplice? Più che semplice, truffaldino. Il fatto è che, a ben vedere, la dogana è stata tranquillamente aggirata; siamo anzi al contrabbando vero e proprio. Il tutto, sempre e soltanto per far sì che il mercato possa accaparrarsi ogni tipo di onorificenza (vedi le analoghe, smodate ambizioni della musica commerciale, il suo ardente desiderio di essere eseguita nelle sale da concerti). Da questa celebrazione dell’esistente, trapela una sollecitudine sospetta, un dubbio zelo di legittimazione. Ma non gli basta un giro di miliardi? No, vogliono anche i titoli nobiliari.

41. Miseria e nobiltà. La conferenza diventa Lectio magistralis, l’applauso si muta in standing ovation, la qualita si traduce in eccellenza. Volere farsi belli, ma conservando tuttavia una fame di superlativo assoluto, un appetito da cafoni sorpresi con gli spaghetti che sbucano dalle tasche.

42. Dopo un concerto pianistico interamente dedicato a Bach, Ramin Bahrami offre come ultimo bis una canzone di Frank Sinatra. Cercherò di spiegare il mio disgusto. Non sto a descrivere l’imbarazzante abisso percettivo e gnoseologico che separa uno fra i massimi coronamenti del pensiero umano (L’arte della fuga), dalla desolata povertà mentale di un qualsiasi prodotto di consumo – abisso che mi ha ricordato quel proverbio in cui si parla di "portare un cane in chiesa". Il fatto è che il rapporto fra cultura e mercato risulta ormai falsato dai sempre più frequenti riconoscimenti che la prima concede al secondo per un malriposto spirito di convenienza.
È inutile donare a man bassa lauree honoris causa a sarti e motociclisti: questa miserabile liquidazione di un potere intellettuale conquistato dopo secoli di lavoro, non sortirà alcun effetto, oltre a quello di una immedicabile umiliazione. Inutile sperare in un compenso: avete mai visto un rettore a una sfilata di moda o nei box di qualche Grand Prix? Come in ogni forma di prostituzione, il punto non è evitare di vendersi, ma di svendersi.

43. Altrimenti detto: frenetico desiderio di innalzare alla sfera dell’arte le più basse attività di fruizione quotidiana. Musei del fumetto, Enciclopedie della tv, Archivi del calcio. Mi viene in mente l’immagine di una donna attempata che cerca di piacere al suo gigolò. Patetica e sfruttata. Professori che discettano sul cantante rock seduto alla loro destra, lusingatissimo dalla situazione: "Ma allora l’università non è inaccessibile!" In effetti, lo è stata per quasi un millennio, e il suo prestigio proveniva appunto da tale inaccessibilità, ossia dalla pretesa di richiedere uno sforzo profondo e educativo. Oggi, invece, siamo ai saldi di fine stagione. Todos caballeros. Così, però, si sperpera un inestimabile patrimonio di autorevolezza, correndo dietro al miraggio di un guadagno soltanto immaginario.

44. "Si è maggiormente in pericolo di essere investiti quando si è appena scansata una vettura" (Nietzsche).

45. Anni Sessanta. Durante un pomeriggio d’agosto, in un parcheggio, frugando sul pianale del lunotto posteriore, stupore per il rinvenimento di sei esemplari di 45 giri totalmente alterati dal calore. Suono piegato dalla luce, modelli topologici di strutture galattiche. Comunque inutilizzabili. Vinile deformato dalla luce dell’infanzia.

Pubblicato su "Nuovi Argomenti", n. 43.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 30 settembre 2008