Romanzo per signora

Piersandro Pallavicini



È da oggi nelle librerie Romanzo per signora di Piersandro Pallavicini.
Per presentarlo, l’autore ha regalato al Primo Amore un testo particolare, il racconto (inedito) di una passione letteraria, che diventa anche uno scorcio sulla propria fucina inventiva e sulle suggestioni, sugli spunti e su un particolare genius loci che lo ha accompagnato durante la stesura di questo libro. [T.L.]

Qual è il tema di Romanzo per Signora? La vecchiaia, la malattia.
Prima che il lettore si faccia prendere dallo sconforto, aggiungo che nel “tema” rientra anche il come affrontarle serenamente, con quali armi: gli affetti famigliari, l’amicizia, il buon vivere, il senso dell’umorismo. Tanto che alla fine ne è uscito un libro allegro e felice. E questa felicità e allegria le sentivo così tanto, nello scriverlo, che, facendo perno sulla vicenda del protagonista – Cesare, che è stato direttore di collana in “casa editrice” – mi sono divertito ad arricchire il romanzo di omaggi a una delle cose più belle che sia concesso avvicinare a poca spesa: i libri.
Così, Romanzo per Signora è popolato dalle mie passioni letterarie, che compaiono con nome e cognome: Frederic Prokosch, Pier Vittorio Tondelli, Michel Houellebecq, James Baldwyn, Christopher Isherwood, Piero Chiara, Alberto Arbasino…
Alcuni di questi “scrittori del cuore” entrano persino nella trama. È il caso di Frederic Prokosch, e anche, pur solamente con una specie di cameo, di Piero Chiara. Il come e il perché lo racconto qui, in Alla ricerca del fungo trifola. Che, continuando l’onda dello scrivere allegro e felice, si è trasformato in un ricordo affettuoso del mio incontro con i libri dello scrittore di Luino.
P.P.

[Altri due miei racconti inediti, per altrettante passioni letterarie omaggiate in Romanzo per Signora, sono disponibili da ora in rete: Pellegrinaggi Sentimentali, dedicato a Pier Vittorio Tondelli, su ’Tina, e Viaggio a Grasse (un remake), dedicato a Frederic Prokosch, che esce in contemporanea su Satisfiction online e sul sito Feltrinelli, nonchè, in stampa, sul n.14 della rivista «Satisfiction»]

Alla ricerca del fungo trifola

In questa estate 2010 sono nel pieno della stesura di Romanzo per Signora. Ho appena terminato il terzo capitolo in cui Cesare – protagonista, io narrante, ex-direttore della collana degli italiani in “casa editrice” – racconta della speciale classificazione che utilizzava, per i libri, il suo vecchio capo e mentore, Mauro Bosetti. Sono convinto della soluzione che ho trovato per i libri peggiori e le loro gradazioni: “da piaghe da decubito”, “martlàa a travers”, “noioso come un rosario”. Anche per quelli decenti, accettabili, ho scovato un buon aggettivo: “navigabili”. È per i pochi davvero grandi, per i capolavori, per quei libri che, a Bosetti, era capitato di pubblicarne non più di cinque o sei in tutta la carriera, che non sono soddisfatto di quanto ho pensato. Sin qui, li ho chiamati “libri-champagne”. Ma mi sembra un’aggettivazione abusata. E poi, che c’entra lo champagne con Mauro Bosetti?
Nei giorni scorsi, al fresco del dehors del nostro appartamentino al lago, nascosto ai vicini dal fogliame della raglia, sono passato al capitolo successivo, il quarto. Che consiste soprattutto di un lungo flash-back sugli anni in cui Cesare e la Franca si sono conosciuti. Ed erano gli anni cinquanta e il luogo Vigevano, cioè una delle città-simbolo della provincia letteraria italiana. Io, con la mia seggiola in canniccio e la raglia e il vermouth alle sei di sera, sono in armonia con un altro di questi luoghi provinciali par excellence, il Lago Maggiore. Porto Val Travaglia, dove abbiamo la nostra piccola casa, è a cinque chilometri da Luino. E tra Luino, Val Cuvia, e porticcioli affacciati sulle due sponde del Lago Maggiore, Piero Chiara ha ambientato gran parte dei suoi romanzi e racconti. Il capitolo che sto scrivendo ne subisce le influenze, e io non me ne preoccupo. Nell’ombra della raglia, lascio che Chiara e i suoi intrighi scabrosi entrino nei miei, e rendano la scrittura facile e felice, in un gioco di rimandi e sotterranee citazioni.
Ieri, ripensando al primo libro di Chiara che io abbia mai letto, L’uovo al cianuro, mi sono ricordato di qualcosa che potrebbe essermi utile, qualcosa da mettere nel mio terzo capitolo, al posto di “libri-champagne”. Il titolo di un racconto. Ora, mentre viaggio quieto, ai sessanta, verso Ponte Tresa, ancora ci sto pensando. S’intitolava Il fungo trifola. O me lo sono immaginato? Sfilano prefabbricati bassi con le vetrate scintillanti, sfilano distributori Servisol con annessa rivendita di caramelle, cioccolato, giornali. Sfilano le osteriette che promettono pollo al cestello, grigliate, merlot, e io mi sforzo ancora una volta di ricordare se davvero quel racconto esista e sia lì. Nel libro che sto andando a cercare in Svizzera. In una libreria antiquaria nascosta sopra Lugano. Dove mi aspetta una copia dell’Uovo al cianuro con autografo di Piero Chiara.

A causa del lavoro di mio padre, che era bancario, da ragazzino mi era toccato peregrinare per la Lombardia. A ogni promozione lo spostavano di sede, e la famiglia doveva seguirlo: Vigevano, dove sono nato, poi Milano, Busto Arsizio… Tra il ’73 e il ’74 eravamo finiti a Cantù. Mio fratello aveva sedici anni, io dodici, ed ero ancora poco più che un bambino. Intendo dire che non solo non avevo mai visto una rivista pornografica, ma nemmeno capivo con precisione a cosa si riferissero certi miei compagni, che pretendevano di saperla lunga, quando parlavano di quelle manipolazioni col nome da falegnameria e dei loro mirabolanti effetti. Mio fratello, invece, era un prevedibile concentrato di ormoni e comportamenti osceni.
Mia madre, cattolica, di famiglia contadina, svolgeva funzioni censorie sulla nostra vita quotidiana. Mio padre, di provenienza emiliana e borghese, godereccia invece per definizione, non ne condivideva i draconiani divieti su riviste, libri, film e persino vocabolario. Sfortunatamente, la testa presa dal lavoro, non si curava della nostra educazione. Però era lui che acquistava i libri che entravano in casa. Niente di che: Urania, Il Giallo Mondadori. Ogni tanto Segretissimo, con disappunto di mia madre a causa delle copertine scollacciate di Carlo Jacono. Poi cose d’intrattenimento, saggi, i libri che ti potevi aspettare da uno che aveva smesso di leggere Il Corriere della Sera per passare, seguendo Montanelli, a Il Giornale: Wodehouse, Vittorio G. Rossi, Luca Goldoni, i volumi della Storia d’Italia di Montanelli e Gervaso (appunto), qualcosa di Gianni Brera, Come Ammazzare La Moglie e Perchè di Antonio Amurri con i suoi numerosi sequel…
Piero Chiara doveva essere arrivato per vicinanza territoriale, per affinità tra località lacustri: Cantù è in Brianza, a pochi chilometri dal Lago di Como, e Lugano, possibile via di traffici e contrabbandi anche culturali, è equidistante dalle sponde del Lago Maggiore e dalla frontiera di Monte Olimpino. Mia madre, resasi conto che le storie di Chiara erano intrise di (pur castigatissima) sensualità, ne faceva sparire i libri sotto le magliette di lana e le pancere del cassetto di mezzo del comò, nel santuario della sua camera da letto. Mio fratello conosceva il nascondiglio da sempre e lo teneva sotto controllo. Appena arrivava qualcosa di nuovo ci metteva sopra le mani, golosamente.
Un pomeriggio di primavera ero di sopra, in mansarda, dove c’erano i nostri due letti accostati. Le porte-finestre erano aperte sulla grande terrazza che circondava l’ultimo piano, le tende svolazzavano per una brezza fresca che rincuorava. Ero seduto alla scrivania, stavo facendo i compiti. Mio fratello era salito dalla scala a chiocciola che collegava al piano inferiore, nascondendo qualcosa sotto la maglietta. Mi si era piazzato davanti a gambe larghe, come se mi stesse per sfidare a colpi di revolver, e dalla cinta dei pantaloni aveva sfoderato quel libretto. L’Uovo al Cianuro. Era l’edizione Oscar Mondadori: piccola, stretta, in brossura. Lui lo aveva già letto, e ora intendeva rendermene edotto. C’era un racconto che lo eccitava particolarmente, Il compagno innominabile. Si era messo a raccontarmi la vicenda con occhi accesi e una specie di bava intorno alla bocca, come se non riuscisse a contenere la salivazione. La storia era quella di un ragazzino di ottima famiglia, costretto ad abbandonare la scuola pubblica e a trasferirsi in un collegio di preti a causa del proprio cognome, Figus, fonte di ovvii imbarazzi.

Il Lago di Lugano risplende di sole, lungo la strada che corre dritta verso il capoluogo del Cantone. L’uovo al cianuro l’ho trovato online, in uno di quei cataloghi che consorziano centinaia di libreria antiquarie. Quaranta euro per una copia rilegata, sesta edizione, ma niente affatto cara, visto il raro autografo dell’autore. Resta il problema di trovare la Libreria del Tempo, comune di Massagno, località Savosa, ai limiti estremi di questa zona del Ticino che gli svizzeri chiamano Malcantone. Non ho né navigatore né cartina. Qui sul lago non ho nemmeno una stampante, mi sono fidato della mia memoria dopo aver visualizzato il punto su Google Maps. Errore. Perché una cosa è una mappa, un’altra è trovarsi dentro questo dedalo di straducce identiche, esemplari per manutenzione, che si allarga dalla periferia di Lugano senza soluzione di continuità, tra palazzetti nuovissimi, piscine, palestre, negozi di arredobagno.
Faccio un’inversione di marcia, poi subito un’altra, poi svolto alla disperata: ho perso il senso dell’orientamento. C’è un’automobile della Polizia Cantonale ferma a un’incrocio: freno, scendo, chiedo indicazioni agli agenti. Che guardano la mia macchina e poi me, come se fossi un pazzo: per la manovra e per come l’ho parcheggiata, sulle strisce pedonali. Esattamente da italiano, come loro capiscono dall’accento e dalla targa. Così irrecuperabilmente italiano, che decidono di ignorare l’infrazione. Savosa, mi spiegano, è tra due semafori: prenda a sinistra, troverà un parcheggio poco prima della Migros.

Dunque il Figus era stato trasferito nel corso dell’anno scolastico in questo collegio tra le provincie di Varese e Novara, dalle parti di Arona e Sesto Calende, a capo del lago. Lì, il suo nome era presto diventato leggenda, e lui, benchè ragazzino innocente, si era ritrovato circondato di un’aura sensuale e peccaminosa, portata da quell’esplicita assonanza. Punzecchiato e provocato dai compagni, la sua vita si era trasformata in un incubo. Non solo: lo scatenarsi di pensieri impuri suscitati nei collegiali dal mero suono del cognome, l’avevano suo malgrado trasformato in un mal tollerato elemento di disturbo agli occhi dei superiori. L’epilogo del racconto vede il Figus scoperto da un prete mentre è abbarbicato al prefetto della camerata, entrambi seminudi nel letto del ragazzo, sotto un quadro del Beato Domenico Savio in preda alle fiamme. Il cui incidentale prender fuoco era stato la causa di quella specie di abbraccio, che era in realtà un principio di zuffa, nata per caso e del tutto priva di ogni implicazione erotica. Il racconto si conclude con la magistrale chiosa di Piero Chiara:
“Il Figus fu mandato a casa con addosso, oltre all’infausto cognome, il riflesso diabolico di quell’incendio che l’aveva rivelato per quello che non era e non fu mai, neppure in seguito, neanche quando gli riuscì, diventato uomo, di far cambiare con decreto reale il suo cognome in quello di Fogus, forse pensando a quel fuoco che l’aveva, a caro prezzo, liberato dal suo incubo.”
Mio fratello, su in mansarda, in quel lontano ‘73 o ‘74, un po’ aveva raccontato e un po’ aveva letto, osservandomi con un riflesso sulfureo negli occhi, dietro gli occhiali che mi erano parsi unti quel pomeriggio più del solito, e non semplicemente per le sue ditate: bensì sporchi di una sporcizia che sembrava uscirgli dall’anima. Poi aveva detto qualcosa, non ricordo cosa, circa l’avvinghiarsi del prefetto e del Figus, e questo qualcosa, temo di ricordarlo bene, conteneva la parola masturbazione. E sì, anche l’altra parola, che a Cantù, con i suoi artigiani mobilieri, era decisamente di casa. Poi mio fratello mi aveva guardato con aria forse di derisione o forse di sfida, ed era filato via, giù dal budello della scala a chiocciola, come un diabolico jack-in-the-box che si ritirasse con una smorfia soddisfatta, convinto di avermi sconvolto la vita.

Sconvolto no, ma di certo il Figus e l’abbraccio col prefetto di camerata mi avevano lasciato una curiosità che mi attirava come una forza magnetica. L’uovo al cianuro ero andato a stanarlo nel secondo cassetto del comò, nella camera dei miei, in uno di quei lunghi pomeriggi in cui mio fratello era a Como dai suoi amici liceali neghittosi, mio padre in banca e mia madre all’oratorio, a impartire, da volontaria, lezioni di catechismo ai cresimandi. Avevo letto subito, per intero, il racconto del Figus. Ma non ne ero rimasto particolarmente impressionato. Tutto lì? Forse ero troppo piccolo per capire. Forse mi sfuggivano le implicazioni. O forse gli ormoni non arrivavano ancora a confondermi i pensieri e ad aprirmi scenari vertiginosi. Allora, giacchè ero lì e il santuario genitoriale l’avevo ormai violato, ero tornato indietro, al racconto di apertura. Sulle sponde del Lago Maggiore. Poi avevo letto anche il racconto eponimo, attirato dal titolo, chiedendomi cosa mai potesse essere un uovo al cianuro. E i due racconti mi erano piaciuti, nonostante fossi solo un dodicenne che leggeva I Fantastici Quattro e gli Urania di suo padre. Il perché l’ho capito anni dopo, non certo allora. In quei racconti di Chiara avevo trovato qualcosa che mi apparteneva: il languore della nostalgia e del ricordo, e il ghigno di chi, nel ricordare, era ben consapevole dell’essersi salvato, fuggendo altrove, dall’esilio nel limbo grigio della provincia.
Lì mi ero fermato. La lettura di quei tre racconti era già stata una specie di miracolo. Piero Chiara l’avevo abbandonato ed ero tornato a Sub-Mariner, all’Uomo Talpa, e ai loro attacchi scomposti dalle parti del Baxter Building. Lo scrittore di Luino l’avrei ripreso solo molto più tardi, dopo i vent’anni, quando mi sarei messo a leggere per così dire sul serio, riscoprendo l’epica delle sue intricate storie piccolo borghesi di provincia, il gusto per la gag, per le strizzatine d’occhio al lettore fatte di aneddoti scabrosi. I suoi libri li avrei presi come una boccata d’aria fresca, un sospiro di sollievo da contrapporre alla tetra metafora del catrame di cui erano imbevute le pagine paranoiche e rancorose del mio concittadino Mastronardi, letto anche lui nell’imprescindibile rito di passaggio di ogni giovane vigevanese con pretese culturali. Alle sconfitte del maestro Mombelli mi ero reso conto di preferire le urla dello Sberzi, le giocate del Camola, i peti del vecchio Rimediotti e il surplace di tutta la compagnia del Metropole. E più di ogni altra l’estro con cui Chiara sceglieva nomi e cognomi: prendendoli non semplicemente tra i verosimili ma tra quelli autentici, intimamente comici, capaci di evocare col loro mero suono caratteri, volti e manie di chi li portava: l’Orimbelli, lo Spreafico, le Tettamanzi, l’Emerenziano Paronzini. Il Costante Pirla. E il vescovo, cui era intitolata l’omonima stanza, che con un effetto destinato a incrementarsi col tempo, Piero Chiara aveva chiamato Alemanno Berlusconi…
Negli anni sessanta e settanta i suoi libri erano stati venduti a centinaia di migliaia. Negli anni ottanta non lo collezionava ancora nessuno. Non mi era stato difficile trovarlo a poche lire sui banchetti dell’usato: Il cappotto di astrakan, La stanza del vescovo, La spartizione, Il piatto piange. Non trascuravo niente, nemmeno le raccolte di racconti, le biografie, i romanzi minori: Sotto la sua mano, Saluti notturni dal passo della Cisa, Vita di Gabriele D’Annunzio, Una spina nel cuore, Le corna del diavolo, Le avventure di Pierino al mercato di Luino…
L’unico libro che non mi ero mai preoccupato di acquistare era proprio L’uovo al cianuro. Tanto è a casa casa dei miei, mi dicevo, posso prenderlo quando voglio. E così sono andato avanti per anni, rinviando il momento in cui rileggerlo, pensando che ci fosse tempo, perché intanto sapevo dov’era. Ma quando quest’inverno l’ho cercato nella nostra casa di Vigevano – dove eravamo tornati ad abitare nel settantasette e dove mio padre tutt’ora abita – non ne ho trovato traccia. Niente nella libreria del soggiorno, niente nella libreria della mia vecchia camera. Ho cercato persino nel secondo cassetto del comò, nella camera da letto dei miei, ma niente nemmeno lì. Mio padre l’aveva svuotato delle cose di mia madre, scomparsa due anni fa. Al posto delle pancere e delle magliette ho trovato dei calendari. Niente di speciale, non calendari d’arte, nessun nudo della Pirelli. Calendari qualsiasi, di una tipografia vigevanese. Mai usati, ingialliti. Degli anni novanta. Inutili ora e per sempre.

Cosa c’era, in quel libro, oltre Il compagno innominabile, Sulle onde del Lago Maggiore e L’uovo al cianuro? Era davvero lì, in quella raccolta, il racconto intitolato Il fungo trifola? Ed era davvero, quel fungo, qualcosa di speciale, rarissimo, unico al mondo per gusto, forma e consistenza? Come i pochi grandi capolavori trovati dal leggendario Bosetti nella sua carriera? Perchè questa è l’idea che mi ha spinto a cercare il libro in internet, a scovare la copia della Libreria del Tempo, a organizzare subito la gita sin qui: i capolavori, Mauro Bosetti avrebbe dovuto chiamarli fungo trifola. Altro che libri-champagne.
Eppure ricordo che in montagna, negli anni 70, quando mio padre riusciva ancora a trascinarci con lui la mattina presto in cerca guarda caso di funghi, mio fratello rimaneva indietro con me e, con aria saputa, faceva accenni ellittici al leggendario fungo trifola. Per scivolare, subito dopo, che evidentemente ne era ossessionato, sul Figus, sul prefetto, sul Domenico Savio andato a fuoco. E compiendo, con le mani, percorsi curvi, anch’essi ellittici, come se stesse descrivendo la superficie di una materia viva, organica, oscena nelle suo moltiplicarsi in gittate di volume.
Ma ecco la Migros. Ecco, sulla sinistra, il parcheggio. Entrando e proseguendo, prima la strada si stringe, poi in fondo si apre su un altro piazzale. Su questo si affaccia La Libreria del Tempo. La signora che ci riceve ha un bel sorriso, dei bei capelli, una bella spilla, e indossa un caftano bianco. Il suo sorriso è per me, per mia moglie, soprattutto per nostra figlia. Avevo telefonato, ieri, per chiedere se il Chiara autografato c’era ancora, e si ricorda di me. Me lo ha tenuto da parte, me lo mette tra le mani. Una bella copia, perfetta, non con un semplice autografo ma con una dedica di Piero Chiara a una sua lettrice, datata 77. Ci passo i polpastrelli, su quella firma. Lo faccio ogni volta che aggiungo un libro nuovo alla mia piccola collezione di autografi e lettere. Arbasino, Prokosch, Gore Vidal. Lucio Mastronardi, Carlo Coccioli, Bret Easton Ellis. Ora anche Piero Chiara. So che lui è stato lì, su quelle pagine. Che le ha toccate, che ci ha scritto sopra. Scorro con i polpastrelli sulla firma ed è come la puntina di un giradischi che legge tra i solchi di vinile. Come se vibrassero, queste mie dita, lungo il percorso spezzato dell’inchiostro blu, e io sentissi la voce di Chiara. L’odore del suo cappotto. Lo scricchiolio delle sue scarpe da pioggia.
Che sciocco, vero? È luglio e Piero Chiara me lo immagino in una giornata d’inverno piovosa. Basta, chiudo il libro prima che mi commuova, la signora mi chiede se allora lo prendo. Ma certo che lo prendo. Lo prendo e lo tengo con me, ben stretto in mano, mentre passeggio tra le altre sale di questa bella libreria, che alle pareti ha scaffali che raggiungono il soffitto e sul pavimento tappeti. E in ogni sala vecchi divani, poltrone, tavolini. Mia moglie e mia figlia cercano qualche vecchia edizione tra i libri per bambini. Io mi siedo e sfoglio L’uovo al cianuro.

Il fungo trifola c’è. Il racconto esiste. Stringo il pugnetto come Lleyton Lewitt dopo un ace. E mi metto a leggerlo, scoprendo la storia di questo disegnatore di tessuti di Luino, l’Oreste, che a cinquant’anni da segni di follia, lascia il lavoro e si autoesilia in un roccolo sopra la città, forse proprio dove siamo passati noi un’ora fa, uscendo per via Turati e salendo verso Fornasette. Lì da sfogo alla sua passione di uccellatore, stende reti e retini per catturare tordi, merli, nibbi e àstori. E il fungo trifola? Il fatto è che c’è l’io narrante, un ragazzino quindicenne – facile da immaginare come lo stesso Chiara – che gli fa per così dire da assistente. E mentre aspettano che le reti catturino le loro prede, accompagna l’Oreste per funghi. Oreste che ogni tanto lo lascia solo, per avventurarsi in ripe segrete e private, dietro fogliami fitti, alla ricerca – eccolo – del fungo trifola. E dice questo, lo svitato uccellatore, di quel fungo che il Chiara ragazzo ammette di non aver mai sentito nominare:
“Fungo raro, purtroppo […]. Con la cappella chiusa e sodo come un tubero, mezzo nascosto nella terra, dove se ne sta chiotto chiotto, tanto che per raccoglierlo bisogna scavargli intorno con le dita”.
Poi il racconto va fino a che, tornando al roccolo, nel forteto, l’Oreste (e dietro di lui il giovane narratore), scostando una fronda scopre la figlia, che sta scambiando intime attenzioni con un giovanotto luinese. Silenzio. Sconcerto. Tornando giù a Luino, esorta il giovane io narrante a convincersi che il fungo trifola non è mai esistito. Che era solo uno scherzo. Che anzi, se mai lo avesse trovato per davvero, sarebbe stato meglio non dirlo a nessuno. Perchè altrimenti sarebbe passato per pazzo. E certo, l’Oreste stava chiamando per metafora il giovane assistente alla discrezione, al silenzio su quanto visto su al roccolo. Ma il fungo trifola?, continuo a chiedermi io, qui, sul divano della Libreria del Tempo, come migliaia di lettori prima di me. Esiste davvero o no?
Poi smetto di pensarci perché accade un miracolo.
La libraia coi bei capelli, la bella spilla, il caftano, arriva con un vassoio. Sopra ci sono tè freddo, una caraffa di succo di frutta, biscotti. Li posa sul tavolino di fronte al divano. Sono per me, per lei, per mia moglie e mia figlia. Così, per il caldo, dice. Per sedersi insieme a parlare di libri e di belle cose. “Hai trovato quello che cercavi?” chiede. Io trasecolo. Come fa a sapere che stavo cercando qualcosa dentro questo libro?
“Sì!” dico, strozzato, perfino commosso. Perché l’ho trovato eccome. Perchè ho pensato che Bosetti, nel romanzo, potesse essere un amico, di Piero Chiara, e che questo racconto che ho appena finito di leggere potesse essere un suo racconto feticcio. E che Il suono del Mondo, il romanzo di Leo Meyer e primo libro che Bosetti avrebbe affidato a Cesare da curare, sarebbe entrato di diritto in quella rara, elusiva, speciale categoria: un fungo trifola.
Ride, la libraia.
“Mi scusi, dicevo a sua figlia.” Che ride anche lei, di questo suo padre un po’ distratto e un po’ svitato. Tra le mani stringe un vecchio libro. Una ragazza fuori moda, romanzo di Louisa May Alcott. Raro, elusivo. Introvabile quanto un fungo trifola.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 21 febbraio 2012