L’Anno Zero

Teo Lorini



Dubito che, quando Michele Santoro e la sua redazione si misero al lavoro sul programma che sanciva il rientro in RAI di uno degli epurati dell’editto berlusconiano, avessero idea delle potenzialità profetiche di un titolo come «Annozero». Ieri sera, vedendo la prima puntata della nuova serie tale antiveggenza è emersa con chiarezza perentoria.
La trasmissione era dedicata alla questione-Alitalia, risolta in qualche modo nelle ultime ore col repêchage della cordata di imprenditori fortemente voluta e supportata da Berlusconi. Le tre ore scarse di programma mi hanno suscitato una serie ascendente di choc. Ma andiamo con ordine: in primo luogo per me, come per coloro (tanti o pochi che siano) che si sforzano di confrontare e verificare le fonti, di andare oltre gli strilli delle testate informative, non è una novità che i capitani soi-disant coraggiosi radunati attorno a Roberto Colaninno siano del tutto digiuni di trasporto aereo, per nulla soggetti a rischio o esposizione finanziaria (i debiti di Alitalia saranno anzi accollati al contribuente), interessati più a fare un favore a Berlusconi e a guadagnarsi la sua concreta riconoscenza che a gestire una compagnia aerea di cui si disferanno nel giro di pochi anni, per poi cederla a prezzo di svendita a un concorrente interessato (verosimilmente Air France). Sapevo tutto questo eppure sentirlo finalmente dire in televisione, col rischio che se lo sentisse raccontare anche chi di sfogliare reportages e verificare fonti non ha la minima voglia, ha costituito un primo, piccolo trauma.
Uno choc un po’ più grande è che il rappresentante del governo presente in studio (l’ingegnere leghista Roberto Castelli, attuale sottosegretario alle infrastrutture) non abbia smentito quasi nulla di quanto gli inviati di Santoro venivano illustrando. Certo: Castelli ha praticamente accusato di rimbambimento senile un nume del diritto civile come Piero Schlesinger, ha aggredito con piglio degno d’un osteria della Valcamonica alcuni dipendenti Alitalia che gli contestavano l’uso disinvolto di cifre e comparazioni. E tuttavia il rappresentante del governo votato con una maggioranza impressionante dagli elettori italiani per traghettarli oltre la crisi, non ha smentito nella sostanza i rilievi sulle personalità che compongono la CAI, sulla loro totale incompetenza nella materia (il trasporto aereo) che costituisce la ragion d’essere della Compagnia, sulle disinvoltissime procedure di valutazione del patrimonio Alitalia né sulla condizione di assoluto favore con cui la CAI ha potuto trattare col governo al di fuori e al di sopra di qualsiasi possibile concorrente (circostanza inoppugnabilmente ricostruita da Gianni Dragoni de «Il Sole 24 Ore» in un libro in uscita per Chiarelettere).
Lo stupore è stato tanto più grande dal momento che i rappresentanti della politica di destra e di sinistra mi hanno ormai abituato, anche di fronte alla più grave delle contestazioni, a giochi di prestigio verbali, schermaglie retoriche, esibizione di cifre in contrasto con quelle prodotte dai giornalisti. Al massimo questi duelli si risolvevano, anche ad «Annozero», in una patta in cui fatti, dati, sentenze e numeri, si amalgamavano in un’unica confusa brodaglia.
Questa volta no. Stavolta Castelli non s’è avventurato a smentire. Il leitmotiv del sottosegretario leghista è stato che questo è lo stato dei fatti e come tale deve essere accettato perché né lui, né il governo, né alcuno dei presenti in studio avrebbero potuto produrre ormai alcuna alternativa plausibile. La resa assoluta e senza condizioni della politica dai compiti -programmazione, investimento, tutela, visione a medio e lungo raggio- per cui essa esiste, per cui i cittadini delegano dei rappresentanti non avrebbe potuto essere espressa con maggiore chiarezza.

Da questa resa, da questa situazione derivano alcune conseguenze che Santoro ha sfiorato ma non ha approfondito ma che emergevano in maniera pressante dalle interviste dei suoi inviati. Una è quella sottolineata dal comandante Alitalia che avvertiva: questo contratto capestro va contro ogni norma di trattativa sindacale, esigendo senza concedere pressoché nulla. Esige esuberi, esige riduzione dei salari, esige aumenti di produttività. Teste. Soldi. Fatica. La politica di destra e di sinistra che lo accetta e lo impone crea un precedente di inaudita gravità, testando qui, sul dinosauro morente Alitalia, un modus operandi che -non è fatica immaginarlo- toccherà presto i servizi statali e le grandi compagnie in cui lo Stato partecipa. Chi saranno i prossimi? L’istruzione è già scopertamente nel mirino. Potrebbe toccare alla sanità pubblica, alle Ferrovie, a Telecom, alla RAI…
In studio si squadrano scongiuri, ma è difficile non avvertire le implicazioni allarmanti di queste (non avventate) previsioni mentre l’unica risposta, peraltro appena accennata, da Castelli è il solito refrain del privilegio dei piloti, come se la causa di un crac come quello di Alitalia fosse riconducibile unicamente agli stipendi dei suoi dipendenti.
E una sensazione ancora peggiore arriva dalle interviste raccolte fra la folla dei dipendenti Alitalia lo scorso 18 settembre, fuori dai palazzi romani e milanesi in cui CAI, sindacati, governo giravano attorno all’accordo. A protestare, a inveire stavolta non era l’eterna folla degli innumerevoli precari, dei poveri che, per dirla con Manzoni, «chi sa che ci siano? Son come gente perduta sulla terra», «gente di nessuno» di cui ci si ricorda ogni 5 anni giusto per chiedergli il voto. A Fiumicino, al contrario, fuori da palazzo Chigi e da palazzo Clerici c’è una categoria del ceto medio italiano di chi, come l’ormai celebre assistente di volo Maruska Piredda non fanno mistero di aver votato Berlusconi o di chi, come un’altra hostess intervistata, ammette che l’ultima cosa che avrebbe mai pensato è di trovarsi, lei, signora elegante, chic, moderata, a manifestare in una folla come un operaio metalmeccanico, come una qualsiasi della altre categorie tradizionalmente accostate all’idea dei cortei e delle movimentazioni. È la stessa hostess che, pochi secondi dopo, reagisce alla notizia dell’abbandono CAI urlando a squarciagola, il volto deformato dall’emozione: «Meglio falliti / che in mano a ’sti banditi».
Santoro, come già detto, non approfondisce, ma appare sinistramente evidente che siamo a una svolta. Le voci di queste persone che da settimane sono bollate con l’infamia del privilegio, additati come folli che danzano sul ponte del Titanic, rivelano come questa volta il randello informatico, la gogna dell’informazione abbia mirato più in alto.
Ora il reprobo, il nemico da indicare non è il migrante, lo straniero, il povero. Ora tocca agli esponenti di una borghesia media o piccola, persone che fanno il loro lavoro (in un’azienda dello Stato, ammesso che questo significhi ancora qualcosa per i rappresentanti del medesimo) e votano chi gli promette protezione dalla precarietà, dalla crisi, dalla povertà, dal caos. Viene in mente la lirica attribuita a Brecht:

Prima di tutti vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano

Poi vennero a prendere gli ebrei
e non dissi niente, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e voltai il viso, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
e io voltai il viso, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
voltai il viso a guardarmi intorno, ma non era rimasto nessuno a protestare.

Fotogrammi come la smorfia rabbiosa e l’esultanza paradossale e tragica di questi lavoratori, immagini che non erano ancora passate attraverso il meccanismo inveratore dalla macchina televisiva, alzano il velo su questa verità semplice e allarmante: il prossimo potrebbe essere chiunque, anche la fascia degli elettori medio-borghesi e «nemici dei contrasti» è a rischio nel prossimo futuro e, cosa ancora più minacciosa, la rappresentanza per i nuovi poveri semplicemente non esiste più. Ciò che restava dei partiti di ispirazione socialista è stato spazzato via dalle disperate mosse elettorali del PD di Walter Veltroni, l’uomo che dopo la peggior sconfitta elettorale del dopoguerra e nel mezzo di una crisi di tale portata si concede un tour newyorkese per promuovere il suo romanzetto (e perfezionare l’acquisto di un apparatamento a Manhattan) e, come se potesse reclamare qualche merito, torna in tempo per presentarsi da Vespa e rinfacciare a Berlusconi, con infantilismo spudorato, incredibile, offensivo, di essersene andato per fare le saune in Umbria.

Ma chi può raccogliere un’eredità così ingombrante? Chi si incaricherà di veicolare le istanze, moderare le proteste e la crescente inquietudine sociale dei nuovi diseredati che si sommano a un’intera generazione precaria, di chi precipita dalla rassicurante identificazione nell’alveo borghese a una provvisorietà da cui ci si pensava salvi, protetti, scampati? E se invece nessuno si fa avanti con una proposta credibile, in che direzioni rischia di espandersi questa energia incontrollata e instabile?

In questo scenario il capo del governo va in Umbria a farsi massaggiare in beauty farm e quello dell’opposizione a New York per comprare l’appartamentino alla primogenita.
Ma allora chi è che davvero sta danzando sul ponte del Titanic?








pubblicato da t.lorini nella rubrica giornalismo e verità il 26 settembre 2008