Una circostanza/Un incidente

Giovanni Spadaccini



Andrea Benati. Una circostanza

Un errore imperdonabile, pensavo entrando in macchina dopo aver lasciato il pacco dei fogli, sui quali avevo fotocopiato il libro di Aldo Giorgio Gargani, Sguardo e destino, davanti al portone della casa dove viveva, e vive, il mio amico Andrea Benati, in assoluto la persona più geniale che abbia mai conosciuto, anzi, l’amico più geniale che abbia mai avuto e che non vedevo ormai da tre anni. Era sicuramente stato un errore imperdonabile, pensavo, l’aver imbustato in una grossa busta bianca quel plico che conteneva in forma di fotocopie un intero libro, prima di tutto per l’affronto spirituale che si compie ai danni di un autore quando si riduce un suo libro, cioè il risultato di mesi, di anni o persino di una vita ad un ammasso di fogli che non conservano nessuna parvenza di libro, nessun carattere di libro. Pensavo che volevo rendere partecipe un amico che non vedevo da anni, l’amico più geniale che abbia mai avuto, di una lettura che mia aveva letteralmente tolto il fiato, e contemporaneamente pensavo al danno che quella premura, quel gesto premuroso, procurava al suo autore. Pensavo: il mio amico Andrea Benati deve assolutamente leggere questo libro, e contemporaneamente pensavo: l’autore di questo libro, il suo sforzo e fatica e dolore, sono ridotti ad un mannello di pagine sparse, sono calpestati senza il minimo rispetto. Tanto più che, probabilmente, il mio amico Andrea non avrebbe trovato il tempo, o la voglia, di leggere quello che rimaneva di quel libro che a me aveva tolto il fiato e che qualche secondo prima, con una vigliaccheria che non mi appartiene nonostante la mia timidezza, avevo abbandonato, proprio così pensai: abbandonato, di fronte al portone dell’abitazione dove viveva e dove vive, lasciandolo nelle mani fameliche e curiose dei suoi vicini che avrebbero sicuramente pensato a qualche cosa che con la realtà non aveva niente a che fare. Inoltre era senza alcun dubbio stato un gesto senza alcuna giustificazione, cosa che lo rendeva particolarmente odioso ai miei occhi e che lo avrebbe reso odioso sicuramente anche ai suoi, aver lasciato la grossa busta piena di fotocopie facendolo passare per un semplice suggerimento di lettura, quando in realtà non era che il modo, il più inadeguato, pensavo, per riprendere contatto con il mio amico con il quale da ormai tre anni non parlavo, se si fa eccezione per un’occasione assolutamente imbarazzante e disgustosamente patetica in cui io mi ero comportato da perfetto idiota, cosa che mi procurò non pochi pensieri terribili e rimorsi nei giorni successivi e, pensavo entrando in modo circospetto sulla mia macchina parcheggiata poco distante da casa sua perché nessuno mi vedesse, che avrei dovuto suonare il campanello e chiedergli di farmi entrare, come si usa tra amici che non si vedono da anni, o che avrei almeno potuto fingere di essere il postino e lasciare la busta nella cassetta della posta o, meglio ancora, spedirla direttamente attraverso il servizio messo a disposizione dalle cosiddette Poste Italiane, servizio che non sempre garantisce, in verità mai, la soddisfazione del nostro desiderio ma che, tuttavia, bisogna ammetterlo, non è privo di una certa consumata eleganza, e invece no: invece di fare tutto questo avevo lasciato quel libro, quello che rimaneva di quel libro dopo il processo di copiatura, quel libro che doveva essere il mio messaggio nella bottiglia per un amico che non volevo per nessuna ragione al mondo perdere, davanti al suo portone con la semplice dicitura: per Andrea Benati, mittente Giovanni Spadaccini, esponendomi così all’ignominia e al ridicolo per aver calpestato in modo così brutale le regole dell’amicizia e non aver ascoltato che la mia paura di trovarmi di fronte non più il mio amico ma un’altra persona di cui forse addirittura non avrei nemmeno riconosciuto le fattezze e che, a sua volta non mi avrebbe riconosciuto, anche se, a dire il vero, in quell’ultima occasione in cui ci eravamo incontrati, cioè non più di un anno e mezzo fa, io l’avevo perfettamente ri-conosciuto nonostante i capelli cortissimi e lui aveva perfettamente ri-conosciuto me, nonostante la barba e dunque quella mia paura era perfettamente infondata, pensavo. Ma, pensavo, forse la mia paura era dovuta non tanto a queste circostanze esteriori, quanto piuttosto a circostanze interiori. Non a circostanze apparenti ma sostanziali. Non a motivi accidentali ma a motivi essenziali. Infatti non ero stato capace, pensavo entrando in macchina, di superare il senso di inadeguatezza che avevo provato incontrandolo in quell’ultima occasione ad una mostra sulle arti calligrafiche dal medioevo alle avanguardie, dove ci eravamo, per così dire, incrociati mentre io uscivo, cioè dopo aver osservato attentamente e con grande piacere quella mostra, e lui entrava, cioè prima di vedere tutte quelle belle opere che io avevo appena visto. E ancora oggi, pensavo e mi dicevo, non riesci a liberarti da quel senso di inadeguatezza e goffaggine che hai dimostrato nel tuo ultimo incontro con il tuo amico Andrea Benati, che è la persona più geniale che tu abbia mai conosciuto. Ancora oggi, mi dicevo, non riesci a passare oltre quella circostanza imbarazzante e riallacciare un rapporto, che certamente andrebbe perduto, soltanto perché ti sei comportato e hai agito nel modo più sconveniente possibile, cioè saltandogli al collo e abbracciandolo dopo aver constatato che non avevi niente da dire e dopo che lui, che aveva notato quel giorno il tuo abbigliamento da professore, ti aveva effettivamente chiamato professore e allora tu gli eri saltato al collo per difenderti dall’imbarazzo mentre mettevi in imbarazzo lui che, e questo avrei dovuto saperlo meglio di chiunque altro, pensavo, è la persona più reticente al contatto che tu abbia mai conosciuto. E mentre salivo sulla mia macchina parcheggiata non molto distante dalla sua, pensavo all’assurdità e alla mancanza di legame causale tra quei due eventi che avevano segnato il nostro ultimo incontro e che avevano fatto sì che io mi sentissi costretto ad abbandonare la busta piuttosto che a consegnarla; pensavo: mi ha chiamato professore; e subito dopo pensavo: gli sono saltato al collo senza alcun riguardo e senza nemmeno scusarmi. Mi dicevo: lui voleva essere affettuoso e io sono stato invadente, lui voleva essere gentile e io sono stato sgarbato, pensavo, e questo pensiero mi ha accompagnato fino a questa mattina quando, come ho già detto, ho abbandonato il libro straziato di Gargani di fronte al suo portone, libro che, già dalla prima pagina, avevo pensato anche lui dovesse leggere nel caso in cui non l’avesse già fatto e così l’avevo fatto copiare, cioè straziare, l’avevo imbustato e l’avevo abbandonato davanti a casa sua. Tuttavia, pensavo entrando in macchina, soltanto ora mi diventava chiaro che non solo il gesto di abbandonare il libro sarebbe risultato s-gradito, ma che la stessa scelta del libro sarebbe stata accolta con un’alzata di spalle, sebbene io l’avessi trovato di tale forza da, come ho detto, togliermi il fiato, per il fatto che, con quel libro, mi addentravo in un territorio che nella mia mente è di esclusiva proprietà del mio amico Andrea Benati, e nel quale a me è stato concesso di entrare solo da lui, cosa per la quale devo ringraziarlo ancora adesso mentre stendo queste righe che pur tuttavia sono una provocazione a quella concessione che lui mi aveva fatta ormai dieci anni fa facendomi conoscere i libri di quello che in seguito è diventato uno dei miei scrittori preferiti, se non, segretamente, il mio preferito, vale a dire Thomas Bernhard. Non avrei dovuto, pensavo, fargli avere quel libro, cioè come ho detto Sguardo e destino di Aldo Giorgio Gargani, perché proprio nello stile di quello scrittore che lui mi aveva fatto conoscere tale libro è composto ed è una stupidaggine farlo leggere a lui come sarebbe una stupidaggine, una cosa assolutamente patetica e fuori luogo, farlo leggere a Thomas Bernhard in persona, se ciò fosse possibile, perché in un certo senso, nella mia testa, il mio amico Andrea Benati è Thomas Bernhard, tanto che a fatica nel corso degli anni sono riuscito a distinguere le due persone, tanto che mi dicevo: sto leggendo un libro di Andrea Benati; oppure: avrei voglia di vedere il mio amico Thomas Bernhard. E quando pensavo, pensavo, Thomas Bernhard non riuscivo a non pensare: Andrea Benati. E quando pensavo Andrea Benati non riuscivo a non pensare: Thomas Bernhard. E tutte le volte che ho parlato a qualcuno di Thomas Bernhard in realtà la mia testa diceva: Andrea Benati, e tutte le volte che ho parlato a qualcuno di Andrea Benati la mia testa traduceva: Thomas Bernhard, e anche ora, pensavo salendo in macchina, ho lasciato un libro che è scritto nello stile di Thomas Bernhard (e pensavo: Andrea Benati) al mio amico Andrea Benati (e pensavo: Thomas Bernhard), che è una delle cose più stupide che potessi fare, ma che ormai ho fatto, pensavo chiudendo lo sportello della mia macchina dopo aver lasciato le macerie del libro di Gargani davanti a casa del mio amico, e indietro non posso andare.

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Andrea Benati. Un incidente

Salito in macchina dopo essere uscito dalla casa in cui da tempo vive il mio amico Andrea Benati, sono andato nella direzione opposta rispetto alla strada che per più di tre anni ho preso per tornare a casa dopo essere uscito dalla biblioteca situata proprio in fronte alla casa del mio amico. Sono andato nella direzione opposta, pensavo, senza nemmeno averci fatto caso. Per più di tre anni ho preso la strada che costeggia la biblioteca solo ed esclusivamente per spiare all’interno dell’appartamento del mio amico e vedere se era in casa. Solo oggi, invece, pensavo, proprio oggi che sono riuscito ad interrompere il silenzio che per tanto tempo ci aveva separati, ho preso l’altra strada, quella cioè che volge le spalle alla biblioteca e alla casa del mio amico Andrea Benati; proprio oggi, pensavo, che sono riuscito, con grande esercizio di coraggio, a suonare il campanello e a farmi ricevere in casa sua, invece di percorrere, come sarebbe stato perfettamente ovvio, la strada che per più di tre anni ho percorso per tornare a casa, ho preso la strada che va nella direzione opposta, e sono effettivamente andato nella direzione opposta, senza pensarci, pensavo. E mentre prendevo senza pensarci, pensavo, la strada contraria a quella solita, pensavo che andare a far visita al mio amico Andrea Benati era stato un errore imperdonabile, una di quelle leggerezze che continuamente mi concedo e di cui in seguito, senza scampo, mi pento, una di quelle azioni che potrei tranquillamente evitare e nelle quali, immancabilmente, mi tuffo senza pensare alle conseguenze; e ciò nonostante il trattamento che il mio amico mi aveva riservato dopo più di tre anni di mancata frequentazione, pensavo guidando verso casa. Pensavo: ti sei avvicinato a casa sua e con una scusa hai chiesto di entrare e, nello stesso momento pensavo: proprio per il fatto che ti presentassi a casa del tuo amico con una scusa avresti dovuto abbandonare il tuo proposito, e invece no, pensavo, invece sei entrato e sei stato ricevuto con la massima gentilezza, quella che ha sempre distinto il tuo amico Andrea Benati da tutte le altre persone che frequenti e hai frequentato. Eppure non riuscivo a non pensare che non avrei dovuto, che non mi sarei dovuto permettere di entrare in casa sua nonostante mi avesse chiamato, pensavo, the unexpected guest, perché effettivamente così mi aveva chiamato il mio amico mentre salivo le scale. Non avrei dovuto salire quelle scale che già avevo salito altre volte, non avrei dovuto entrare nell’appartamento e nemmeno chiedere il bicchiere d’acqua che gli avevo chiesto per allentare la tensione che mi stava chiudendo la gola, pensavo. E non avresti dovuto, pensavo, non per rispetto nei suoi confronti, poiché questo è indiscutibile, ma per rispetto nei tuoi, cioè nei miei, confronti, pensavo. E la decisione che hai preso, pensavo, è tanto più grave dal momento che fin dall’inizio sapevi a cosa andavi incontro andando a far visita a quell’amico che da tanto tempo non vedevi, e che per altrettanto tempo forse non vedrai. Eri perfettamente cosciente, pensavo, che l’immagine che nella tua testa ti eri fatta in questi anni del tuo amico sarebbe stata a dir poco distrutta, per non dire spazzata via. Eri perfettamente al corrente, pensavo aprendo la porta di casa, che nella tua testa la figura del tuo amico Andrea Benati, in questi anni dilatatasi a dismisura, si sarebbe fatalmente rimpicciolita, per non dire annientata, e tutto ciò per uno degli aspetti più terribili e infami della mente umana, pensavo, e in massimo grado della tua, quella aberrazione della nostra mente, della mia, cioè del mio pensiero, che ingigantisce a dismisura gli affetti e se ne ciba come se ne ciberebbe un cosiddetto morto di fame, senza essere mai sazia di questo pasto fatale. E addirittura, pensavo, o credevo di pensare mentre mi sedevo alla scrivania, è forse per annientare e spazzare via l’immagine ormai spropositata del tuo amico Andrea Benati che se entrato in casa sua per fargli visita, ed è certamente per salvarti, pensavo, che hai deciso di abbattere nella tua testa il colosso Andrea Benati, e per salvarti, non da lui, come sarebbe naturale e logico in una persona che vivesse i rapporti con gli altri in modo meno parassitario, ma per salvarti da te stesso e da quel cibo, ormai avvelenato e letale, che per più di tre anni ti ha nutrito non saziandoti mai, ed è proprio per questo che ora, pensavo iniziando a scrivere di questo incidente, tornato a casa scriverai di questo incidente e lo invierai, o lo depositerai di fronte al portone del tuo amico come già hai fatto, ad Andrea Benati per dirgli che, sebbene non sia una grande scoperta, il mondo non esiste se non nella propria testa, cioè nel proprio pensiero, e che se avrà voglia, conoscendo le cifre, potrà chiamare.

(Reggio, 18 luglio 2003 e 16 gennaio 2004. In memoriam.)








pubblicato da s.baratto nella rubrica racconti il 26 settembre 2008