Ritorno alla fabbrica della cattiveria #4

Sergio Baratto




4. Apoteosi del piromane

Il 2006: la metà degli anni Zero, l’anno che avrebbe dovuto sancire la cacciata dell’ignominiosa destra berlusconiana, sanare la ferita inflitta all’onore del Paese dalla dissennata partecipazione alla guerra predatoria in Iraq, punire almeno elettoralmente un governo che aveva inaugurato il proprio mandato con il macello del G8 di Genova. L’anno che invece ha sancito la permanenza del berlusconismo: chi c’era se li ricorderà a lungo credo, quei mesi orribili: la non-vittoria di un centrosinistra già avviato sulla strada dell’autodistruzione, il sospetto di brogli, i toni golpisti del caudillo di Arcore…
Proprio sul finire di quell’anno tormentato, agli albori di quella che poi si rivelerà una campagna xenofoba orchestrata e programmata in grande stile – si situa la prima storia di sopraffazione istituzionale, di vittoria del più forte sul più debole, di razzismo autorizzato. Il rogo del campo nomadi di Opera inaugura cronologicamente la stagione delle leggi razziali, delle «emergenze etniche» inventate ad arte dai ministeri degli Interni e della Cattiveria, delle schedature antropometriche. Ho scelto di ripercorrerla qui perché a mio avviso rappresenta un esempio perfetto del cortocircuito vizioso prodottosi nell’Italia di quegli anni tra cittadinanza e istituzioni, tra la cattiveria viscerale della prima e la lucida cattiveria delle seconde.

Tutto inizia a Milano giovedì 14 dicembre 2006 in via Macconago, una delle tante diramazioni terminali di via Ripamonti, la lunghissima arteria che dalla zona di Porta Vigentina affonda praticamente in linea retta nella polpa dell’hinterland: otto chilometri tirati con il righello. All’altro capo di Ripamonti, oltre la Tangenziale Ovest, sorge il comune di Opera: 13 000 abitanti, la torta di pere come dolce tipico e il carcere più grande d’Italia.
In via Macconago c’è un piccolo accampamento abusivo di nomadi.
Il 14 dicembre, alle sei del mattino, la polizia lo sgombra e caccia i 102 occupanti, che si ritrovano per strada con solo i vestiti che hanno addosso. Di questi 102, solo 18 risultano essere immigrati clandestini. Degli altri, una quarantina circa sono minori.
Come funziona lo sgombero di via Macconago? Come tutti gli altri. Il copione è più o meno identico. Le ruspe spianano le baracche e schiacciano tutto ciò che si trova al loro interno, cioè praticamente tutto ciò che possiedono i loro ex abitanti. Passano sui violini, sui libri e sui quaderni di scuola, sulle pentole e sulle scarpine. È normale, è la prassi.
Mancano undici giorni al Natale. Anche solo simbolicamente, non è un bel momento per lasciare senza un tetto e in maglietta dei bambini. Per il Comune di Milano è un guaio imprevisto. L’assessore alle politiche sociali, Mariolina Moioli: «Abbiamo saputo dello sgombero a cose fatte, la polizia e il prefetto non ci avevano detto niente!».
Il prefetto di Milano Gian Valerio Lombardi risponde: «È stata l’esecuzione dello sgombero di un’occupazione abusiva reclamato dalla proprietà». La proprietà del terreno su cui sorgeva la baraccopoli è di Salvatore Ligresti, all’epoca uno dei più potenti immobiliaristi d’Italia [1].
Ma le autorità di un paese civile non lascerebbero mai dei poveri cristi senza un tetto, soprattutto in pieno inverno e a dieci giorni dal giorno in cui si ricorda un povero Cristo nato in una capanna al freddo e al gelo. Perciò le civilissime autorità – il già citato prefetto Lombardi, la destrorsa sindaca di Milano Moratti e il sinistrorso presidente della provincia Penati – si mettono all’opera. Guardano poco oltre via Macconago, in fondo a via Ripamonti, oltre i confini del capoluogo, e fatalmente i loro occhi si posano su Opera. Lì, nella frazione periferica di Noverasco, c’è un terreno di proprietà del comune di Milano che viene usato per ospitare circensi e giostrai di passaggio a Opera. Ecco dunque la soluzione: la Protezione Civile vi allestirà una tendopoli riscaldata provvisoria per ospitare una parte dei rom cacciati da via Macconago fino alla fine dell’inverno. Settantadue persone in tutto, di cui trentasette minori. Palazzo Marino si impegna addirittura a organizzare il trasporto giornaliero dei bambini che frequentano le scuole di via Ripamonti.
Decisione del prefetto, proprietà di Milano: anche volendo, il sindaco di Opera (giunta di centrosinistra) non potrebbe opporsi. Sa certamente che è una rogna, eppure ai giornalisti pronuncia parole semplici e umane: «Gente lasciata in maglietta all’alba, baracche spianate, bambini strappati dalla scuola. Io non me la sento di dire non m’importa». La sua umanità gli costerà cara.

La notizia dell’arrivo degli zingari a Opera fa esplodere il cranio almeno a una parte degli operesi. Nell’area in cui la protezione civile si appresta ad allestire la tendopoli si crea piano piano una specie di presidio non autorizzato. Sono i residenti della zona, spaventati e inferociti. Sono i vertici della vicina casa di riposo “Anni azzurri”, sbigottiti e imbufaliti. Sono i neo-proprietari e futuri inquilini degli appartamenti di nuova costruzione nel quartiere, allibiti e inviperiti. La gente non ne può già più, e dire che non è ancora incominciato niente. Nell’aria, insieme ai profumi tipici del tardo dicembre lombardo – legna bruciata aromatica, smog, umidità –, si comincia ad avvertire un certo sgradevole odore di pogrom.

Passa una settimana. Giovedì 21 dicembre 2006.
Alle sette di sera i tecnici della Protezione Civile che stanno montando le tende nello spiazzo si accorgono che qualcuno ha spaccato i vetri delle loro macchine. Che recano ben visibile sulla portiera il marchio della Provincia.
Alle nove si apre il consiglio comunale. Affollatissimo. Anzi occupato. La sala consigliare rigurgita di gente incazzata nera, altra è stipata all’esterno. I leghisti sventolano le loro bandiere di partito, arringano la folla. Il sindaco cerca di spiegare le ragioni della giunta, ma la sua voce viene immediatamente subissata dalle urla e degli insulti. Caos totale. Un quarto d’ora di sospensione dei lavori, ma non serve: il consiglio non riesce nemmeno a iniziare.
Alle dieci due consiglieri comunali dell’opposizione, Ettore Fusco della Lega Nord e Pino Pozzoli di AN, megafono in mano, si affacciano dalla finestra della sala consigliare ed esortano i cittadini a raggiungere il campo in allestimento. Per occuparlo pacificamente, diranno poi. E così qualcuno si stacca, lascia il comune e si incammina. Nessuno lo ferma.
Il gruppo che arriva alla tendopoli non è esattamente sparuto: quattrocento persone, c’è chi dice addirittura cinquecento. Il sito del presidio operese anti-rom ha toni accorati e deamicisiani nel cercare di sminuire i fatti: «Trovando aperto il cancello ed incustodita l’area, entrano spontaneamente non sapendo cosa fare. Proprio il non sapere cosa fare induce qualcuno al gesto estremo e, con un semplice accendino, si cominciano a dare alle fiamme le tende già montate».
Senza premeditazione, già. Con un semplice accendino, già. Un accendino è un oggetto che sta nelle tasche di un essere umano su due. Peccato che le tende montate dalla Protezione Civile siano ignifughe e che non basti un accendino per incendiarle. Perciò forse appaiono le taniche di benzina. Che non sono esattamente oggetti che stanno nelle tasche di chiunque e senza premeditazione. Ad ogni modo, la tendopoli va a fuoco. Un bel rogo rischiara il buio, illumina l’hinterland sempre così nero nelle notti invernali. Sei tende bruciate, sette divelte. Fine del campo rom.
Poi, mentre la Digos accorre ad annusare l’odore della cenere, i piromani tornano verso il comune sventolando a mo’ di trofei i brandelli bruciacchiati delle tende.
Tutti a volto scoperto.
Chi sono? Quelli della Lega? Quelli di AN? Gli ultras della curva? Gli squadristi dell’estrema destra? Gente venuta da fuori? Gente del paese? Cittadini operesi che «io sono di sinistra / sono pacifico / non odio nessuno però la pazienza è finita fuori dai coglioni gli zingari»? Tutti questi insieme?

24 dicembre, vigilia di Natale. Tra i fedeli operesi comincia a girare un volantino scritto il giorno prima dal parroco, don Renato Rebuzzini. Vi si legge così:

«Racconta il Vangelo di Luca: “Mentre Maria e Giuseppe si trovavano a Betlemme, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce suo figlio, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo”.
Guardando le persone giovedì sera mi sembrava di avere un’allucinazione.
Vedevo donne e uomini, giovani e anziani, anche bambini, tutti assatanati, privi di ogni intelletto e di ogni sentimento vagamente umano:
“Non c’è posto per loro”.
Sono trenta famiglie di nomadi rumeni, tutti col permesso di soggiorno, i padri lavorano, i trentacinque bambini vanno scuola a Milano. Sono tutti conosciuti e seguiti dalla Casa della Carità di don Colmegna.
“Non c’è posto per loro”.
Posso comprendere le paure, le comprendo, ma sono paure. Ma la realtà non è fatta di paure, è fatta di persone. E la paura non è mai in grado di interpretare la realtà.
Era la stessa paura di Erode, che vedeva nei bambini qualcuno che avrebbe attentato alla sua sicurezza e dunque:
“Non c’è posto per loro”.
Erode, per sentirsi sicuro, li ha uccisi.
Qualcun altro, nel secolo scorso, ha inventato i forni crematori per ebrei e zingari e omosessuali.
Non siamo ancora arrivati a questo, ci è bastato incendiare le tende, poveri rifugi per chi vive un’emergenza sociale.
Ma la logica è la stessa; anche noi, Erodi contemporanei, vogliamo gridare:
“Non c’è posto per loro”.
Non si discute, non si parla, non si affrontano i problemi; si urla in modo isterico, si insulta, si usa violenza nelle parole e nei gesti.
Vedendo le fiamme che bruciavano le tende, vedendo la gente che sembrava godere dello scempio, ho avuto la percezione di cose viste nei film sul Ku Klux Klan.
Mi chiedo se è veramente questa la cultura che vogliamo difendere, se è così che si pensa di abitare positivamente il territorio, se è questo il modo “civile” di affrontare i problemi.
(…) Gesù è nato da nomade a Betlemme, in una stalla, “perché non c’era posto per loro”.
Nulla di nuovo.
Una parte della comunità di Opera rivive la stessa storia, purtroppo dalla parte di Erode.
Auguro a me e a ciascun credente di poter dire nel proprio cuore e nel proprio comportamento:
“C’è posto anche per loro”.
Solo così ha senso augurare buon Natale.»

Ora, io so cosa succederebbe a questo punto, se tutto questo fosse un film: le parole dure e profondamente umane del sacerdote, il vero eroe morale della pellicola, farebbero di colpo breccia sui cuori induriti dei fedeli. Si vedrebbe una panoramica delle facce prima dure, poi imbarazzate, infine vergognose. Poi nella scena successiva si vedrebbe la gente che comincia a guardare per terra, a far cadere le taniche – pardon, gli accendini. Partirebbe una musica sommessa e toccante. Addirittura qualcuno si farebbe avanti per ricostruire la tendopoli semidistrutta. Trionfo dei buoni sentimenti, scenetta comica per stemperare ovvero accrescere la commozione, tutti quanti scoppiano a ridere, lieto fine, titoli di coda.

Nella realtà, le cose sono andate molto diversamente.
Don Renato Rebuzzini ha lasciato la parrocchia meno di un anno dopo. Secondo la Curia si è trattato di una decisione indipendente dai fatti del dicembre 2006, tanto più che gli avvicendamenti periodici sono prassi comune. Secondo altre voci, sarebbe stato lo stesso parroco a chiedere di essere spostato altrove. I leghisti operesi esultano: dopo gli zingari, se ne va anche il prete «che legge il Manifesto» e che ha fatto «scappare i fedeli» dalla parrocchia di San Pietro e Paolo con i suoi attacchi ai cittadini [2].
Del resto, tra don Renato e i suoi fedeli era sceso davvero un gelo polare. I parrocchiani non gli hanno mai perdonato quel volantino, in cui li si accostava a Erode l’infanticida e al Ku Klux Klan. E anche le parole durissime da lui pronunciate sull’altare durante la successiva messa di Natale, quando aveva detto che in quella chiesa non era possibile scambiarsi il segno della pace perché, date le circostanze, sarebbe stato un gesto ipocrita. Da allora la chiesa era andata svuotandosi sempre di più. Una specie di boicottaggio della messa e della raccolta delle offerte.
Fa impressione vedere come le pecorelle siano state capaci di tirare fuori i coglioni con il clero e fare strame dell’obbedienza proprio e solo quando il clero si è messo a difendere i più deboli.
Travolto dalla rabbia collettiva, il centrosinistra ha perso le successive elezioni comunali. Un esito ampiamente prevedibile già dal fatidico momento in cui l’allora sindaco Alessandro Ramazzotti aveva detto «Io no me la sento di dire non m’importa».
Della ventina di operesi indagati per il rogo, solo otto sono stati rinviati a giudizio. Dopo due anni di processo, la vicenda si è conclusa con una sola condanna per incitamento pubblico (non per il rogo) e sette assoluzioni. Tra gli scagionati c’erano anche Pozzoli e Fusco. Dobbiamo quindi concludere che le tende sono andate a fuoco per autocombustione.
Nel 2008 Ettore Fusco, il leghista col megafono, il capopopolo che la sera del 21 dicembre 2006 ha arringato la folla inferocita invitandola a «occupare» la tendopoli, è stato eletto sindaco di Opera. Per meriti sul campo, verrebbe da dire.

Apoteosi del piromane.
I cattivi vincono.
Nessun lieto fine.


[Continua. Prima, seconda e terza parte.]




[1] Qualche informazione interessante su Gian Valerio Lombardi, prefetto di Milano dal 2005 al gennaio 2013, e sui suoi rapporti con il costruttore Ligresti la fornisce l’Espresso del 7 novembre 2012:
«Generali, prefetti, politici, gran commis di Stato. D’estate tutti al Tanka Village, il resort di lusso sul mare cristallino della Carbonara, sud-est della Sardegna. Pagava Ligresti. Salvatore Ligresti. È andata così per anni, mentre il finanziere e costruttore siciliano, amico di Bettino Craxi e poi di Silvio Berlusconi, veleggiava alla grande nel mare magnum del potere italiano. Pochissimi dicevano di no a quegli inviti nel villaggio a cinque stelle. E alle allegre comitive di vacanzieri vip partecipava spesso e volentieri anche un anziano signore napoletano. Si chiama Gian Valerio Lombardi, classe 1946 e fino a febbraio dell’anno prossimo [di fatto Lombardi lascia la prefettura di Milano nel gennaio del 2013], salvo nuove proroghe, resterà seduto sulla poltrona di prefetto di Milano.
(…) Qui Lombardi si inserisce in una “consolidata rete di favori, amicizie, protezioni politiche e legami elettorali” che “ha reso possibili malversazioni, truffe e corruzioni”: lo hanno messo nero su bianco i magistrati milanesi titolari dell’inchiesta che due settimane fa ha portato all’arresto per corruzione di un dirigente comunale nominato dalla giunta Moratti [Patrizio Mercadante, funzionario dell’assessorato alla Famiglia, arrestato nell’ottobre 2012 nell’ambito di un’inchiesta su presunti appalti truccati per le colonie estive dei bambini e per il quale i pm nel dicembre 2013 hanno chiesto una condanna a 2 anni e 4 mesi]. “Solo relazioni istituzionali”, reagisce Lombardi.
(…) Anche l’avvocato Stefano Lombardi, il figlio del prefetto, è stato per anni a libro paga dei Ligresti. Centinaia di migliaia di euro a titolo di legittimi compensi per incarichi professionali. Parcelle staccate sia dalle finanziarie di famiglia del patron Salvatore sia dalle società assicurative del gruppo Fonsai. Ma non è solo questione di parcelle. I Lombardi erano di casa dai Ligresti. E viceversa. Le due famiglie si frequentavano abitualmente tra salotti e feste. E il quarantenne Stefano Lombardi vanta tra i suoi migliori amici i tre figli del patron Salvatore (Jonella, Gulia e Paolo), oltre al suo collega avvocato Geronimo La Russa, erede dell’ex ministro Ignazio, a sua volta stipendiato, nonché grande animatore della movida milanese. Giusto un anno fa, al matrimonio di Lombardi junior, tra i 600 invitati al sontuoso ricevimento nell’esclusiva Società del Giardino, i Ligresti erano tra gli ospiti d’onore, con il finanziere Francesco Micheli, pure lui a lungo legato al carro dei Ligresti, come testimone dello sposo. Non poteva mancare all’appuntamento Paolo Berlusconi, un altro amico dei Lombardi che molti ricordano intrattenere gli invitati al cocktail in prefettura del 2 giugno, festa della Repubblica italiana, con giochi di prestigio e barzellette (un vizio di famiglia).
Del resto Lombardi è sempre stato un berlusconiano in servizio permanente effettivo. Una fede non nascosta, anzi esibita, con tanto di foto del caro leader del centrodestra sistemata in bella vista sulla scrivania, con buona pace dell’imparzialità dei servitori dello Stato. La sua passione per Silvio ha però procurato al prefetto anche qualche grana. L’anno scorso l’inchiesta su Silvio e Ruby svela che Lombardi, il 13 gennaio 2011, ha incontrato un’elegante ospite notturna dell’ex premier. La ballerina domenicana Maria Esther Garcia Polanco, che sognava la cittadinanza italiana, è stata ricevuta dal prefetto in persona, contattato “sul numero avuto da Berlusconi”». (Link).
Salvatore Ligresti è stato arrestato insieme alle figlie Giulia e Jonella nel luglio 2013, su ordine della procura di Torino. Ma che fine ha fatto l’ex prefetto Lombardi? Si è ritirato a vita privata? Ha cessato di essere un dipendente stipendiato dello Stato italiano? Macché! Nel dicembre 2013 è stato nominato presidente dell’ALER Milano. Da chi? Ma dal presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni, no? Lo sanno tutti che la Lega è contro la ka$ta!

[2] Traggo i virgolettati dal comunicato (datato 29 agosto 2007) del Gruppo Consiliare Lega Nord di Opera. Link.





pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 19 gennaio 2014