Fiaba d’amore

Antonio Moresco




Esce oggi un mio nuovo, piccolo e imprevisto libro, scritto irresistibilmente l’agosto scorso, che comincia così:

C’era una volta un vecchio che si era innamorato perdutamente di una meravigliosa ragazza.
Che poi non era solo un vecchio. Era anche uno straccione, uno di quelli che dormono per strada sopra i cartoni, un uomo perduto, un rifiuto umano.
Nessuno sapeva chi era, neanche gli altri straccioni, perché se ne stava sempre da solo, non parlava mai con nessuno.
Mangiava quello che trovava dentro i cestini e i cassonetti delle immondizie: pane raffermo, avanzi di pasta fredda ancora dentro i vassoi di carta stagnola, croste di pizza con i segni dei denti, frutta marcia scartata e buttata qua e là sull’asfalto, che andava a raccogliere attorno alle bancarelle dei mercati rionali prima del passaggio degli spazzini.
Il vecchio non mendicava, non si andava a mettere in fila nei refettori per avere un piatto caldo, non accettava il cibo distribuito nelle notti più fredde da quei ragazzi con il giubbotto catarifrangente che girano con i furgoni, non andava mai nei dormitori per gli straccioni, neanche nelle settimane più gelide dell’inverno. Non si rifugiava dentro le cabine di vetro dei bancomat aperti tutta notte. Non si andava a coricare sulle griglie e gli sfiatatoi che ci sono al di sopra dei cunicoli delle metropolitane, da cui salgono quel vapore caldo e quel tanfo, come facevano gli altri straccioni e i colombi gonfi e intontiti per non morire di freddo.
Stava in un posto che non interessava a nessuno e che nessuno gli contendeva, una piccola rientranza dove quando pioveva gli cadeva l’acqua sul volto, e quando nevicava veniva ricoperto da un velo bianco.
Andava a fare i suoi bisogni prima dietro una siepe in un’aiuola poco distante. Poi, quando la siepe venne tagliata e lo spazio disinfettato, nell’angolo di un muro e, per gli altri bisogni, usava un foglio di giornale che poi gettava nel cestino delle immondizie più vicino. Se il bisogno era improvviso, c’era gente in giro e non poteva accucciarsi, aveva escogitato questo sistema: si abbassava un po’ ciò che restava dei calzoni, ci infilava dentro un foglio doppio di giornale, tenendolo accartocciato con la mano, si scaricava e poi andava a buttare quella cosa calda e fumante dentro il cestino.
Nessuno sapeva da dove veniva. Qualcuno degli altri straccioni diceva che tanto tempo prima doveva essere stato una persona importante. Uno diceva un generale che aveva combattuto molte guerre in varie parti del mondo, un altro un armatore di navi o il proprietario di una compagnia aerea, un altro il padrone di case e palazzi di mezza città, un altro un inventore, un altro un grande scienziato, un altro un grande scrittore, un altro un campione olimpionico, un altro ancora che era stato a capo di industrie oppure di banche e di imperi finanziari e che aveva posseduto enormi ricchezze ma che poi, per qualche ragione, aveva lasciato tutto e si era messo in strada. Ma nessuno sapeva come mai si erano sparse quelle voci. Se chiedevano all’uno o all’altro chi ne aveva parlato per primo, l’interpellato non sapeva cosa rispondere, non se lo ricordava.
Neanche lui sapeva chi era stato. Ricordava solo che tutto lo aveva deluso, che aveva abbandonato la sua casa, la sua vita, e che si era messo a dormire per strada, al freddo, nel mondo vuoto.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 13 gennaio 2014