Ce pensa Roma

Tiziano Scarpa



Roma è deleteria per qualsiasi artista. Poeti, narratori, pittori e registi di cinema si adagiano sul “ce pensa Roma”. Quando non si sa come risolvere una scena, quando fantasia e visione sono momentaneamente prosciugate, è presto fatto: si allarga l’inquadratura e si rimedia una veduta di Roma. Ci si toglie d’impaccio affidandosi al paesaggio, che qui è sempre meraviglioso.

Roma non fa mai la stupida nei romanzi e nei film, nei quadri, nelle poesie: dà sempre una mano agli artisti a far dire di sì all’opera d’arte.

Ce pensa Roma, questa Supercity che arriva in soccorso dei suoi abitanti, a sventare catastrofi, come un Superman dello spirito. Quando sei a Roma ti basta uscire a fare una passeggiata e ogni dramma interiore è risolto, pensa a tutto lei, non occorre che ci aggiungi niente di tuo.

È questo il problema dei romani, e non solo degli artisti che sfruttano la città come fondale e abbellimento riempitivo. Il problema dei romani è credere che una città possa salvarti, che la bellezza del mondo possa darti una mano quando non ce la fai da solo. È credere che un posto sia un pronto intervento dell’io, e, in definitiva, una sua succursale teologica.

Kamikaze d’Occidente, 2003

A questa recensione di La grande bellezza scritta dieci anni prima dell’uscita del film, va aggiunto per lealtà intellettuale che questo atteggiamento verso Roma Sorrentino lo oggettiva nel suo protagonista. Il regista sfrutta lo sguardo di Jep Gambardella, scrittore che bighellona incantato per la città invece di dare forma alla sua opera. Si mette spesso dietro le sue spalle, per inquadrarlo dentro ciò che sta guardando lui.

In questo modo, scaricando la responsabilità dello sguardo sul personaggio, Sorrentino ottiene un risultato ambivalente: da un lato porta a casa un continuo “che meraviglia!” negli occhi degli spettatori (ce pensa Roma a rendere più bello il film), dall’altro può sempre dire che quel paesaggio ha rovinato Gambardella, lo ha illusoriamente risarcito della sua accidia. Gambardella è uno che ha sprecato la vita. La sua esistenza è una voragine di inadempienza: in quel buco, in quella mancanza dove non ci sono le opere che non ha fatto, ci ha messo dentro la bellezza della città (ce pensa Roma a fotterlo).

Qui una recensione sul Primo amore.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica cinema il 13 gennaio 2014