Tutto e solo quello che so di te

Enrico Bettinello



Hai scelto un nickname bellissimo

In famiglia vi chiamavamo i De Vito, perché tuo papà assomigliava un po’ a Danny De Vito, basso e calvo. Mio padre ogni tanto diceva “oggi all’edicola ho visto dannydevito” e tutti ridevamo, anche se mia sorella ogni tanto diceva “va a finire che una volta o l’altra ci scappa di chiamarli De Vito in loro presenza”

Per un periodo ogni giorno tornando a casa da scuola buttavo lo sguardo dentro al vostro giardino, sperando di vedere un gattone nero che ogni tanto si fermava a dormire lì

Una volta mia mamma era stata a casa vostra per un motivo che non ricordo e da quel momento, se veniva fuori il discorso, ripeteva “c’era un ordine maniacale, tutto pulitissimo, ma le scarpe erano tutte fuori dalla scarpiera”

Sia tu che tua sorella non mi interessavate perché non vi trovavo carine e poi andavate sempre in parrocchia

Sei la protagonista del momento di massimo imbarazzo della mia vita

Alle medie, credo fossero le medie, avevi lo zainetto Invicta dai colori più brutti che avessi mai visto

Credo di essere il protagonista del momento di massimo imbarazzo della tua vita

Dopo il liceo l’unica cosa che si associava al tuo nome era “è andata a Milano a studiare farmacia” pausa “credo anche con ottimi voti” pausa “per forza, secchiona com’è” e le prime due frasi le diceva di solito mia mamma, l’ultima o io o mia sorella

Quando chatti usi sempre maiuscole, punteggiatura, grammatica, senza abbreviazioni, come se stessi scrivendo una cosa ufficiale

Tuo padre con il tempo assomigliava meno a Danny De Vito, ma mi continuava a fare tristezza. Tua mamma di più, ma forse perché era catechista, potrei non essere stato obbiettivo

A una festa tua sorella aveva baciato un mio amico. Entrambi portavano l’apparecchio per i denti

Quando sei entrata nel bar e hai capito che ci conoscevamo, sei stata coraggiosa a sederti. Non sei fuggita. Nemmeno io sono fuggito, ma ero già seduto e sarebbe stato più difficile

Eri amicissima di una ragazza che si chiama Elisa. La vedo ancora, lavora in un bar e credo abbia un paio di figli, comunque è ingrassata un sacco

Non hai i fori sui lobi

Una volta, seduti sul muretto fuori della sala giochi, con altri ragazzi abbiamo fatto il gioco “quanti soldi vorresti per scoparti la…” e secondo me volevamo svariati milioni per scoparti. C’erano ancora le lire comunque

Sei sposata

Non mi piace il tuo odore e sono stato a lungo indeciso se dirtelo, perché sapevo che avrebbe accresciuto la tua perversione

Non ti piacciono gli emoticon, non ti ho mai visto usarne uno, e il modo complicatissimo che hai per renderli con la sola frase che scrivi è molto eccitante

Tuo padre lavorava in banca

Non abbiamo mai capito dove tua madre trovasse quei cappottini dai colori improbabili. Dopo l’adolescenza però, ogni volta che se ne parlava mia sorella chiosava “è un mito”

Nel caffè metti lo zucchero di canna e lo mescoli per un tempo che a me sembra eterno, non so se perché si scioglie meno di quell’altro o perché eri imbarazzata quando ti ho visto farlo

Le prime parole che ti ho sentito dire dopo forse vent’anni sono state “non lo sapevi nemmeno tu, vero?”

Mi fido di te

Alle medie eri nella sezione A, io in B

Hai scelto tu Verona come luogo per incontrarci, perché è a metà strada, ma forse anche perché è più romantica di altre città

Non essere romantici è una regola che ci siamo posti subito, come quella di non mandarci mai foto né il numero del cellulare

Mi turba sempre un sacco pensare a quello che sei capace di scrivere in chat senza mai usare parole volgari

Non hai figli

Se avessi portato i capelli corti anche da ragazzina forse saresti stata più carina. Forse no

Tuo papà aveva una Ford Escort grigia che lavava ogni domenica mattina nella strada, generando brevi ruscelletti di acqua e sapone giù per il marciapiede

Giocavi a pallavolo. Non me lo ricordo distintamente, ma tutte le ragazzine della tua età del nostro quartiere giocavano a pallavolo, specie quelle che frequentavano la parrocchia

Porti una piccola croce d’argento appesa al collo. È l’unica cosa che non ti sei mai tolta

Quando ti ho vista nel bar avevi un maglione di lana blu che sembra morbidissimo

Metterti il guinzaglio è più eccitante da fare che quando me lo scrivevi

Quando abbiamo dato la carta d’identità alla reception dell’albergo hai avuto un gesto di pudicizia nel nascondermela mentre la porgevi

Mi hai detto che sei convinta che alla fine il fatto che ci conosciamo renda tutto questo se possibile ancora più perverso

Tua sorella aveva un motorino Ciao rosso su cui attaccava degli adesivi

Mia sorella è abbastanza più grande di te, ma non sarebbe stata tua amica comunque, conoscendola

La tua biancheria intima è sobria e dà un senso di pulito

Non ho mai sentito i suoni dello stereo dalle finestre di casa tua

Oltre alla fede porti un altro anello, allo stesso dito, con una piccola pietra azzurra

Hai le unghie corte

Anche se sei da tanti anni a Milano, un po’ l’accento ti è rimasto

Per chattare ti collegavi sempre dopo le cinque del pomeriggio

Non mi hai mai chiesto se chattavo anche con altre persone, ma non te l’ho mai chiesto nemmeno io

Nell’ascensore dell’albergo mi hai preso la mano per qualche secondo

Ho sempre pensato che nella tua famiglia leggeste pochi libri

Quando ti ho riaccompagnata alla stazione mi hai detto che è meglio se non ci rivediamo e se non chattiamo più

Il segno del reggiseno sulla pelle ti è rimasto per molto tempo dopo che l’avevi slacciato

Non hai voluto che portassimo una bottiglia di vino nella stanza, ma prima di andarcene hai voluto bere una mignon di whisky dal frigobar

Il campanello della vostra casa aveva il tuo cognome scritto con un’etichettatrice, una piccola striscia di nastro rosso un po’ staccata sull’angolo

Hai lo stesso nome di mia nonna

Non mi hai mai detto né scritto che ti senti infelice

Sono stato attento a non graffiare i piccoli nei scuri che hai sulla schiena

Una volta che c’era la neve abbiamo fatto a palle di neve, ma forse era tua sorella, non mi ricordo, eravamo tutti infagottati nei piumini e sotto i berretti

Quando è morta tua nonna, tua madre è andata in depressione e mia madre si fermava sempre a parlarle per la strada

I tuoi capezzoli sono di una taglia più grande rispetto al seno

Se la cameriera ai piani fosse entrata per errore nella stanza avrebbe visto il tuo viso deformato dall’espressione più oscena di vergogna che potesse immaginare

Tutti quelli che dicono che gli anni Ottanta erano mitici potrebbero facilmente ricredersi se avessero conosciuto la tua famiglia

In chat mi hai dato l’esclusiva sui tuoi pensieri più scuri e hai preteso il contrario

Mi sono scritto per mesi su piccole striscioline di carta alcune tue frasi e quando le ho tirate fuori dalla busta le hai bagnate con la tua saliva ormai corrotta per attaccarle alla pelle della mia schiena

Non leggerai mai questa riga

Una volta all’oratorio un mio compagno ha centrato con una pallonata – lui diceva per sbaglio – tua madre che si era intestardita a volere che i bambini entrassero a catechismo

Hai ottimi motivi per vergognarti e me ne hai dati alcuni per farmi vergognare

Una volta piangevi su una panchina dopo la scuola. Io ti avevo vista, ma ho tirato dritto

Dopo che ci siamo salutati mi è venuto da piangere appoggiato a un muretto. Se mi avessi visto, avresti tirato dritto

gennaio 2012








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 15 febbraio 2012