Ritorno alla fabbrica della cattiveria #3

Sergio Baratto




3. Atti

Dove spiego cosa intendo per piccoli e grandi atti.

Piccolo atto

Tutte le collettività portano in sé come una malattia in latenza un grumo di paure, paranoie, insicurezze, ottusità e cattiveria: è l’angolo cieco in cui il filovirus capace di corrodere i tessuti rimane dormiente. Probabilmente non può essere eliminato, ma si può mettere in atto una strategia di contenimento: altre pulsioni, più nobili, più costruttive e – sembra un’ovvietà, ma siamo arrivati al punto da doverlo specificare – più proficue per il corpo sociale soverchiano l’infezione, la confinano nel suo buco fetido, nei casi e nei momenti più virtuosi la riducono in stato di quiescenza. Allora essa non è molto più che una mucillagine, un velo di schiuma, una feccia residuale.
I periodi di crisi, le accelerazioni dei processi di mutamento, i cambiamenti sociali bruschi o percepiti come tali sono pericolosi proprio come gli sbalzi termici per un organismo non robustissimo. La malattia può cominciare con un brusio di fondo quasi indistinguibile. In questa fase, quelli dotati di un udito più fine rischiano di passare per apocalittici, una delle categorie più vilipese dagli ottimisti a libro paga. A molti sfugge la differenza fondamentale che divide i profeti di sventura dalle cassandre: i primi hanno torto, le seconde vedono giusto.
Piano piano il brusio monta. I luoghi comuni più malevoli si moltiplicano, aumentano di massa e di numero, passano di bocca in bocca sempre più velocemente: sembrano innocui e invece sono letali, perché sono i germi dell’infezione. Le leggende urbane più inverosimili diventano verità apodittiche, uccidendo per prima cosa la logica. A chi non è mai capitato di sentir parlare delle famigerate trentacinque mila lire al giorno (all’epoca in cui l’ho sentito dire per la prima volta c’erano ancora le lire: ora saranno trentacinque euro) che «il governo» erogava (eroga) agli zingari?
Fin qui, l’infezione può ancora essere combattuta. È il momento cruciale in cui davvero la responsabilità diretta di un’eventuale diffusione dell’infezione pesa su ciascuno. In questa fase si può ancora, si deve intervenire con determinazione a cauterizzare, nella quotidianità e nelle occasioni di partecipazione collettiva, le prime suppurazioni. L’amico che si lascia andare a discorsi d’odio, il parente che esprime concetti razzisti, il collega che delira come se all’improvviso fosse diventato un membro del Ku Klux Klan, vanno affrontati con cortese fermezza. Più tardi sarà troppo tardi. L’alzata di spalle, la constatazione (che può benissimo essere veritiera) che, al di là delle parole, sono «brave persone», la rinuncia per quieto vivere o comprensibile riluttanza al rimprovero sono piccoli ma importanti atti mancati di sabotaggio della macchina.
Non dimenticherò mai le parole della commessa bionda e ricciolina intervistata alla televisione nell’estate 2007, dopo che a Livorno quattro bambini rom erano bruciati vivi nella loro baracca da miserabili e i loro genitori erano stati arrestati con l’accusa di abbandono di minori [1]: «Gli zingari hanno una percezione diversa del dolore». Il razzismo totale sintetizzato in una frase: sono diversi da noi, sono antropologicamente diversi, persino il lutto in loro è diverso.
Anche quelle parole hanno aggiunto la propria forza motrice al movimento della macchina. Un atto piccolo ma enorme.

Atto grande

Più si ha potere, più la responsabilità è grande. Perciò le responsabilità di chi fa politica o informazione sono enormi, nel bene e nel male. Quando la feccia della coscienza collettiva comincia a schiumare, purtroppo può succedere che chi riveste un ruolo pubblico di qualsiasi tipo, dal magistrato della corte di cassazione al più oscuro assessore comunale, dal ministro degli interni al giornalista di nera di una testata locale, decida di agire come un untore.
O di farsi volentieri carico di un «atto grande» di cattiveria.
Tra il 2008 e il 2009 la destra al potere ha cercato (talvolta con successo) di introdurre una serie di misure legislative e di provvedimenti fortemente legati alle campagne xenofobe e al clima allarmistico prodottosi e prodotto nel Paese.
Eccone un breve elenco:

  • l’uso dell’esercito per pattugliare le città (la paternità dell’iniziativa, lanciata nel 2008, fu dell’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa);
  • la schedatura su base etnica dei rom italiani e stranieri, nonché la rilevazione delle impronte digitali per i minori: un provvedimento senza precedenti nell’Italia repubblicana e in cui qualcuno ha creduto di vedere un sinistro ritorno delle persecuzioni razziali inflitte durante il Novecento alle popolazioni nomadi nel cuore della civilissima Europa (“decreto emergenza nomadi”, 21 Maggio 2008); [2]
  • l’introduzione delle ronde (decreto Maroni, aprile 2009);
  • l’introduzione del reato di clandestinità («pacchetto sicurezza», luglio 2009, ancora Maroni), con l’obbligo di denuncia da parte dei pubblici ufficiali e degli incaricati al pubblico servizio (medici e insegnanti compresi!): fallimentare nella pratica, parzialmente scardinato dalla Corte Costituzionale, ma pur sempre carico di una feroce valenza simbolica;
  • il respingimento dei clandestini tramite trattati di collaborazione con paesi come la Libia di Gheddafi, per cui esistevano oltretutto prove consistenti circa il trattamento disumano inflitto ai «rimpatriati» (torture, reclusione in lager nel deserto): un comportamento rivendicato ancora una volta dall’allora ministro Maroni e che è valso all’Italia una condanna per violazione dei diritti umani da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Su alcune di queste «leggi speciali» (uso volutamente il termine in modo improprio, non tecnico) e sui loro drammatici effetti sulla vita delle persone tornerò più avanti. Ma come furono recepite, all’epoca?
C’è stato chi si è indignato, certamente. Ma non si sono viste mobilitazioni (pacifiche e democratiche) paragonabili a quelle contro la guerra in Iraq che, relativamente pochi anni prima, avevano inondato le strade di Roma di milioni di cittadini indignati e combattivi.
Nel clima generale di timidezza o di pruderie lessicale, in cui per la maggior parte quelle misure venivano dissimulate sotto strati e strati di giudizi felpati che suonavano insopportabilmente cauti o vergognosamente ipocriti, forse gli unici che hanno osato chiamare le cose con il loro nome primario sono stati i cattolici. Addirittura quelli nemmeno particolarmente progressisti di «Famiglia cristiana». Difficile non rimanere colpiti, ancora oggi, nel rileggere l’editoriale comparso nel febbraio 2009 sul settimanale paolino:

«Il soffio ringhioso di una politica miope e xenofoba, che spira nelle osterie padane, è stato sdoganato nell’aula del Senato della Repubblica.
(…) L’Italia precipita, unico Paese occidentale, verso il baratro di leggi razziali, con medici invitati a fare la spia e denunciare i clandestini (col rischio che qualcuno muoia per strada o diffonda epidemie), cittadini che si organizzano in associazioni paramilitari, al pari dei “Bravi” di don Rodrigo, registri per i barboni, prigionieri virtuali solo perché poveri estremi, permesso di soggiorno a punti e costosissimo.
La “cattiveria”, invocata dal ministro Maroni, è diventata politica di Governo, trasformata in legge. Così, questo Paese, già abbastanza “cattivo” con i più deboli, lo diventerà ancora di più: si è varcato il limite che distingue il rigore della legge dall’accanimento persecutorio. Il ricatto della Lega, di cui sono succubi maggioranza e presidente del Consiglio, mette a rischio lo Stato di diritto. La fantasia del “cattivismo” padano fa strame dei diritti di uomini, donne e bambini venuti nel nostro Paese in fuga da fame, guerre, carestie, in attesa di un permesso di soggiorno (…). La sicurezza è solo un alibi per norme inutili e dannose, per scaricare il malessere del Paese sugli immigrati, capro espiatorio della crisi.
(…) L’ignobile “cattivismo” leghista ha fatto scattare la maggioranza sull’attenti e oggi il Paese adotta un diritto speciale (indegno di una democrazia) che discrimina tra cittadini (gli italiani) e non-cittadini (gli extracomunitari)».

Una requisitoria dai toni aspri, del tutto priva degli infingimenti ipocriti che troppo spesso soffocano la prosa addomesticata di tanti editorialisti laici. Il termine «cattiveria» viene pronunciato senza remore. Possibile che solo i bambini, i cristiani e i cattivi non abbiano paura della forza ingenua delle parole elementari?


[Continua. Qui la prima parte e qui la seconda.]




[1] «Livorno, 11 agosto 2007. Nella notte quattro bambini rom rumeni muoiono carbonizzati nell’incendio divampato nella loro baracca sotto il cavalcavia di Pian di Rota mentre i genitori erano assenti. Per ben due giorni la stampa parla della tragedia senza nemmeno dare un nome ai piccoli cadaveri, che sono Lenuca, di 6 anni; Danchiu, di 8 anni; Eva, di 11 anni; e Menji, di 4 anni. Le cause del rogo sono incerte, forse all’origine del disastro c’è un fuoco di sterpaglie sfuggito al controllo o una candela rovesciata, perché nella baracca dei nomadi mancavano tutti i servizi fondamentali: acqua potabile, luce elettrica, riscaldamento. (…) Livorno è sotto shock. I genitori dei piccoli carbonizzati vengono arrestati per incendio colposo e abbandono di minore seguito da morte. Il 19 agosto il rogo viene rivendicato da un gruppo sconosciuto, il Gape (Gruppo Armato di Pulizia Etnica) che minaccia attentati a cadenza mensile negli altri campi nomadi, ma gli inquirenti non sono convinti dell’attendibilità della rivendicazione e i quattro zingari rimangono in carcere: non avendo una casa, non possono chiedere gli arresti domiciliari, nonostante la disponibilità ad ospitarli offerta dalle molte associazioni umanitarie locali e nazionali che si interessano del caso. (…) Agli inizi di ottobre vengono resi noti agli Inquirenti i risultati definitivi della perizia (…): il rogo è stato incidentale e non colposo, causato da una candela accesa rovesciata dai movimenti di un topo o di un altro fra gli animali che infestano le abitazioni di fortuna in cui le autorità locali, Sindaci e Prefetti, relegano i nomadi. Il 12 ottobre 2007 le due coppie vengono scarcerate. Hanno patteggiato una pena che varia da un anno e quattro mesi a un anno e sei mesi per abbandono di minore seguito da morte, con il beneficio della condizionale perché incensurate.» Fonte: www.rivistapaginauno.it/tempidifficili

[2] Il decreto, che riguarda inizialmente Lazio, Campania e Lombardia, viene poi esteso nel 2009 a Piemonte e Veneto, e rinnovato sia per il 2010 che per il 2011. Nel 2012 il governo Monti farà ricorso in Cassazione – perdendo – contro la sentenza del Consiglio di Stato che nel 2011 dichiara illegittima la proclamazione dell’emergenza.





pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 14 gennaio 2014