Ritorno alla fabbrica della cattiveria #2

Sergio Baratto




2. Parole

Dove (mi) chiarisco il significato che do a certi termini.

Popolo

Il popolo è di volta in volta quella porzione del corpo sociale che, a prescindere dalla sua consistenza numerica o effettiva sussistenza, si adatta alla narrazione retorica del potere o, se si preferisce, al discorso egemonico. In quanto tale, dunque, non esiste.
Tutto ciò rientra chiaramente nella categoria del populismo, ovvero di quell’ideologia per cui, secondo la definizione dei politologi Daniele Albertazzi e Duncan McDonnell [1], «al “popolo” (concepito come virtuoso e omogeneo) si contrappongono delle “élite” e una serie di nemici i quali attentano ai diritti, i valori, i beni, l’identità e la possibilità di esprimersi del “popolo sovrano”».
Nel buco del culo degli anni Zero, il popolo sovrano si è identificato in primo luogo in base al minimo comune denominatore dell’attitudine xenofoba: ovvero in base al consenso alle politiche di discriminazione e persecuzione dello straniero. Per semplificare, lo si potrebbe dunque identificare con l’insieme dei lavoratori dipendenti della fabbrica della cattiveria.

Gente

Eppure, nemmeno la parola popolo è evidentemente abbastanza vuota da poter servire sempre alla bisogna. Perciò al suo posto si ricorre sempre più spesso a un altro termine ancora più vacuo e generico: la «gente». Questo vale soprattutto nelle contrapposizioni retoriche che tendono a dividere dualisticamente il mondo tra una maggioranza di cittadini vittime e un’élite vessatoria variamente identificata, a seconda delle opinioni, nella casta politica o in più o meno occulte consorterie massoniche (plutocratiche e giudaiche, ovviamente, quando non addirittura extraterrestri!).
la «gente»: categoria sommamente insignificante, perfettamente vuota. Uno dei tanti gruppi nati negli ultimi tempi sui social network sull’onda del neo-populismo si chiama persino letteralmente così, «Siamo la gente», e riassume il suo programma in una riga di rigorose maiuscole e virgolette: «LA NOSTRA INTENZIONE E’ QUELLA DI CREARE UNA GRANDE PAGINA PER DAR VOCE ALLA “GENTE”: unitevi a noi !!».
Sublimata e purificata da ogni residuo classista, su Facebook la «gente» posta, condivide e diffonde notizie xenofobe vistosamente false, fantasiose teorie del complotto (terremoti e uragani sono prodotti artificialmente dagli USA, i sionisti sono gli artefici di ogni evento geopolitico, la Fratellanza Babilonese del Serpente irrora i nostri cieli con scie chimiche), miracolose cure casalinghe contro il cancro osteggiate dai poteri forti, aforismi da bacio perugina attribuiti a caso a Gandhi, Martin Luther King, Einstein o Krishhnamurti, immaginette di Mussolini o di Nikola Tesla e, naturalmente, elenchi di presunti privilegi della casta politica con tanto di conteggi in Euro algebricamente traballanti, appelli al linciaggio di inesistenti parlamentari corrotti, esortazioni a una sommossa generalizzata.

Straniero

Di quali capri espiatori si è servita la propaganda politica? Ce lo ricordiamo tutti: principalmente degli stranieri. Il male è sempre esterno, il mostro viene sempre da fuori. Negri, zingari, mendicanti, musulmani… L’armamentario xenofobo degli anni Zero è ancora sostanzialmente quello tradizionale. Niente di nuovo sotto il sole. Le vecchie credenze sui ladri, stupratori e rapitori di bambini fanno sempre il loro sporco lavoro, funzionano sempre. Pregiudizi strumentali che, come sanno ormai tutti, in altre epoche sono stati usati contro gli italiani: è successo anche a noi di essere gli immigrati, gli stranieri e i musulmani di qualcun altro.
I nemici sono stranieri anche quando sono italiani. Se non esistono, gli stranieri si creano con un’operazione di falsificazione della realtà, separando alla bisogna questo o quel gruppo dal resto del «popolo». Si introduce in altre parole nel corpo sociale una separazione arbitraria, che trae autorità da sé stessa (il fatto che venga formulata coincide con la sua verificazione) e si viene rimossi, scacciati dal consesso civile.
Questa falsificazione, come si vedrà, vale soprattutto per gli zingari: anche quando sono italiani, essi saranno sempre stranieri (paradosso non dissimile da quello che in passato – in passato? – coinvolgeva gli ebrei d’Europa). Ma straniero è anche, più genericamente, chiunque dissenta dalla versione dominante.
Quante volte lo si è visto, negli anni scorsi? La sinistra è separata dal popolo perché non parla più la stessa lingua del popolo, e questo perché è separata dalla vita del popolo. I pacifisti sono una minoranza separata e una quinta colonna del Jihad islamico. I no-global sono un corpo estraneo alla cittadinanza, stranieri in patria, tutto fuorché concittadini dei cittadini perbene – la gente, il popolo, gli italiani – che lavorano (anche quando costruiscono la propria fortuna sul lavoro schiavistico), pagano le tasse (anche quando non le pagano) e rispettano le leggi (anche quando le violano). I centri sociali sono fuori dalla vita civile. I gay e le lesbiche in quanto caratterizzati da comportamenti contro natura non possono pretendere di godere degli stessi diritti del popolo, vale a dire dei cittadini «normalmente eterosessuali»… Ogni volta che serve, viene istituita l’esistenza di una diversa razza aliena.
Nel 2008, proprio parlando della campagna mediatica e politica contro il presunto pericolo rom, il giornalista Gad Lerner ha sintetizzato bene in poche righe questo procedimento retorico: «Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico!». [2]

Comunista

Anche i comunisti sono stranieri, in questo senso, anche se la parola in questi anni è servita per lo più a indicare una categoria che poco o nulla aveva a che vedere sia con il marxismo sia con il movimento politico propriamente detto.
È un comunista chiunque non aderisca al discorso dominante, al sentire collettivo della pancia della nazione. Il termine, ormai avulso da ogni significato originario, è diventato una specie di marchio d’infamia passepartout, un contenitore semantico di spropositata ampiezza e generosa elasticità.
Il comunista si situa fuori dalla società, si disinteressa della “gente vera”, perciò addirittura non appartiene alla specie umana, dato che il sottinteso logico è che di questa fantomatica gente vera non fa parte. Insomma, il comunista è un’aberrazione anche dal punto di vista antropologico.
In Italia, nel buco nero, è successo di diventare comunisti alle figure più disparate : persino a qualche arcivescovo!
In questo contesto di distorsione semantica della realtà, condannare gli assalti alle baraccopoli significa automaticamente approvare l’esistenza delle baraccopoli e ripudiare la propaganda xenofoba equivale a inneggiare all’immigrazione selvaggia.
Il dissenziente che esprime tali posizioni è necessariamente un privilegiato, un abitatore benestante degli attici. Un nemico del popolo.

Cattiveria

Quando abbiamo preparato il numero sulla fabbrica della cattiveria, pensavamo che il ricorso a questa parola così inattuale, così apparentemente prepolitica, potesse far storcere qualche naso: che analisi sociale pretendete di fare, se usate dei termini che vanno bene giusto per Pinocchio o la flotta di Vega? Di lì a poco, tuttavia, ci ha pensato proprio un politico a sancirne la liceità d’uso. Secondo l’allora ministro degli Interni Roberto Maroni, «per contrastare l’immigrazione clandestina non bisogna essere buonisti, ma cattivi» [3]. Avevamo visto giusto!
Cosa intendessimo per cattiveria, lo spiegava molto chiaramente Antonio Moresco nell’editoriale di quel numero:

«Perché usiamo questa definizione un po’ infantile di “cattiveria” e non utilizziamo invece altre parole che hanno un più affermato pedigree culturale: crudeltà, violenza, ecc…? Lo facciamo perché ci sembra più proporzionale e più giusto che molti dei fenomeni di questi anni siano privati della nobilitazione rovesciata che queste altre parole si sono conquistate nel discorso della modernità, per riportare le cose alla dimensione infantile e priva di trascendenze culturali della cattiveria. I singoli, come le società, sono disposti a riconoscere dentro di sé la presenza della crudeltà, della violenza, e a dare ad esse una valenza «naturale» e positiva nello sviluppo della vita, aiutati in questo dalle scienze, dalla filosofia, dalla letteratura, dalla psicanalisi, dalle teorie economiche, politiche e sociali, dall’etologia ecc… Sono molto meno disposti a riconoscere la presenza dentro di sé di certe piccole, impresentabili inclinazioni cui sono stati dati nomi più infantili e meno culturalmente protetti, come è appunto quello di “cattiveria”. (…) Eppure la cattiveria non è certo scomparsa dalla vita personale e sociale, come è invece quasi scomparsa dalla lingua. È significativa la torsione di senso che questa parola ha subito nel corso del tempo, fino ai nostri giorni. Oggi, nel linguaggio adulto, questa parola e i suoi derivati vengono usati per lo più in forme impersonali e improprie, come ad esempio: il cattivo stato dell’economia, il cattivo stato dei conti pubblici, o della salute, ecc… Sembra che quasi soltanto i bambini continuino a usarla in senso personale e forte (“Cattivo! Sei cattivo!”…) e che solo per merito loro non sia scomparsa come altre parole del passato che sono a poco a poco cadute in disuso, che sono state cancellate o censurate attraverso uno spostamento di significato per un’azione collettiva all’interno del campo di forze della lingua. Con questa parola i bambini continuano ancora oggi a indicare qualcuno che si comporta male, che fa il male, qualcosa che considerano molto brutto, qualcosa di inaccettabile, di ingiustificabile».

Buonismo

Nel cattolicissimo paese che ospita il vicario di Gesù Cristo bisogna essere cattivi, dunque, non buoni. O meglio, non buonisti.
Buonista vuol dire colpevole del reato di favoreggiamento nei confronti di quelli che stuprano e uccidono le nostre donne, vuol dire moralmente corresponsabile del rapimento dei nostri bambini. L’accusa di buonismo è una delle più squallide torsioni semantiche operate negli ultimi anni.
Se la passione dominante è la cattiveria, di conseguenza il suo contrario, la bontà, è espulsa dal canone dei valori. Poiché tuttavia la pruderie, l’ipocrisia e il persistere di un sedimento calcificato di cattolicesimo impediscono di chiamare le cose con il loro vero (vecchio) nome, allorché resta un tabù ammettere esplicitamente il capovolgimento con cui, nel sentire comune, la bontà è diventata un disvalore e la cattiveria viceversa un valore, bisogna mascherare la trasmutazione attribuendo alla bontà un nome spregiativo che suoni sufficientemente odioso: non osando condannare apertamente il bene, bisogna sbattezzarlo, ribattezzarlo. Ecco allora il «buonismo». Siccome l’approvazione pubblica della cattiveria apparirebbe ancora un po’ troppo sconveniente, è necessario scomporla in una molteplicità di tessere, in modo tale da dissimularne l’identità: emergenza sicurezza, paure legittime, sacrosanti bisogni, comprensibile diffidenza, giusta indignazione, pragmatica intraprendenza…
Va da sé che il comunista è sempre invariabilmente buonista.


[Continua. Qui la prima parte.]




[1] La definizione in italiano è sulla pagina di Wikipedia dedicata al populismo. L’abstract (in inglese) del saggio di Albertazzi e McDonnell è reperibile in PDF a questo link.

[2] “La Repubblica”, 16 maggio 2008. Link.

[3] La frase è stata pronunciata il 2 febbraio 2009 ad Avellino, in occasione di una delle tante grottesche parate di politici, militari e prelati con annesso taglio del nastro e contorno di hostess in tailleur.





pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 8 gennaio 2014