Amy.

Michele Barbolini



So molto poco di Amy Winehouse. So che ha una voce bellissima, ascoltata una sera in macchina con un amico rincasando dal festival di Locarno. So che è molto giovane e ha fatto fare parecchi soldi a case discografiche, riviste, sponsor, trasmissioni tv e giornali.
Sui siti di Repubblica, come immagino su moltissimi altri del mondo, appaiono periodicamente sue foto etichettate come "scandalose". Gli strilli, miserandi, a mo’ di didascalia sono sempre gli stessi: irriconoscibile; rovinata; stravolta. Le ultime immagini, pubblicate oggi, mi mettono un profondo senso di pena. Ma anche di rabbia. Vedo l’accanirsi impietoso di decine di paparazzi intenti a cogliere l’ultima smorfia di una giovane donna in crisi. Centinaia di flash a cogliere "il tramonto di una stella", il voyeurismo sadico, il dito puntato contro la regina degli eccessi, l’anoressica, la tossica di turno.
Che c’è di curioso da vedere? Dove sta lo scandalo?
A questi fotografi e giornalisti non saprei che dire. Perché non si accaniscono allo stesso modo nel fotografare gli ospedali americani? Perchè non impiegare lo stesso zelo, le stesse ore di appostamento, nelle periferie invivibili delle nostre metropoli, nei quartieri dormitorio delle capitali, nelle nostre carceri, nei cpt, nelle discariche abusive? È davvero così necessario mostrare al mondo il disfacimento di una singola vita umana, di fronte allo sfacelo di una specie, di un continente? di un intero ecosistema?
Guardare il dito e non vedere la luna? Per quanto ancora cascheremo nell’imbroglio?








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 16 settembre 2008