Senza consonanti

Mauro Pianesi



Dal vestibolo del negozio "Franceschi" che oggi fa una svendita.
Alle mie spalle il locale è pieno di femmine con la puzza al naso. Abbronzate, eleganti, coi brillocchi e la messimpiega. Casualmente eleganti. Fortuitamente giovanili. Mi sa che sono "di sinistra". Tanto tempo fa mi sapevano "di destra". Ma non è detto che siano le stesse donne di allora, anzi, credo proprio di no. «Io aà-mo la fusciacca. Tu la ami?» «Cara, si capisce che tu àmi la fusciacca. Ma io non troppo però. Sai, io àmo la gabardine. Tu la àmi?» «Amore, si capisce che tu àa-mi la gabardine. Io non troppo però»
Davanti a me, invece, la piccola via piena di vento. Tramontana di maggio. Turisti che arrancano stretti nelle spalle a braccia conserte pieni di cispa aviotradotta. Che appaiono e scompaiono nei miei cinque metri di visuale. Anch’io mi sono rifugiato nel vestibolo, per ripararmi un po’, a braccia conserte. Assieme a due mariti scamosciati e col capello a posto che si raccontano i fatti loro ad alta voce. Non vorrei sentirli, ma non posso farne a meno.
E intanto penso: «a… a… aéji… a»
Questi suoni mi ricordano una persona senza consonanti che conosco. Non so che malattia abbia, ma è senza consonanti. Persona molto intelligente e sensibile, peraltro. Nel negozio alle mie spalle le donne "di sinistra" sono salite al primo piano, dove si svende solo fino al 20%. Ma, insomma, me ne sto a guardare una ragazza coi capelli rossastri nascosta in una rientranza nel muro davanti a me. E il vento le frusta i capelli sulla faccia. Su e giù. Su e giù. Chissà che fastidio... Sta ferma in quell’angolino con le mani incrociate sulla pancia. Aspetta, voglio guardarle gli occhi... Ha lo sguardo spaventato. Eh, il vento fa così. Terrorizza. Fa saltare le consonanti («a… a… aéji… a» [1]). Drizza l’acqua dalle fontanelle. E poi: cip! cip!, non si sente cinguettare più neanche un uccellino. I cani, loro trotterellano sghembi senza alzare la testa come avessero un gran da fare, e vanno in giro come matti fino a che il vento non la finisce, una buona volta. Ma loro continuano a girare finché, alla buonora, si sdraiano in terra.
Anche uno scatolone lasciato fuori dal negozio prende a filare giù, per la via, giù, sbattendo contro le gambe ahi dei passanti. Le donne "di sinistra" sono ridiscese a terra, coi loro girocollo di consonanti scaramazze. Si accomodano alla cassa.




[1] "Guarda i capelli della ragazza!"





pubblicato da s.nelli nella rubrica dal vivo il 16 settembre 2008