Lettera a Baricco

Antonio Moresco



Caro Alessandro,

ti scrivo subito dopo avere letto con dolore la tua intervista apparsa il 28 ottobre scorso sul Venerdì di Repubblica [reperibile qui alle pp. 32-36]. Vedo che anche tu non fai che ripetere ciò che in questi anni dichiarano continuamente scrittori e teorici della letteratura e che è evidentemente lo spirito del tempo: che la letteratura non è più un’arte, che tu ti senti un calzolaio della parola e un orologiaio, che per gli scrittori non può esserci più grandezza, che oggi il genio lo si può vedere piuttosto in chi lancia l’iPhone, in chi apre un teatro, in chi fonda una scuola (stai pensando alla Holden?), che l’ispirazione non esiste, ecc… Potrei rispondere dicendoti semplicemente: “Parla per te!”. Invece ci sono molte altre cose da dire. Ho letto questa tua intervista dopo le 13, quando ho smesso di scrivere e sono andato a comperare il giornale. In questi giorni sono sprofondato -e lo sarò ancora per anni- nel libro nuovo che ho cominciato a scrivere. Il cuore mi batteva forte, come sempre mi succede quando mi stacco dalla trance in cui sprofondo, mi sentivo come un sonnambulo svegliato di notte, di soprassalto, sul cornicione di un tetto. Subito dopo ho letto le tue parole. Cos’è che non va in quello che dici? Non il fatto che tu abbia questa percezione di te stesso e del tuo lavoro, ma il passaggio, il salto di piani che compi, il fatto che tu trasformi tutto questo in un’ imprigionante definizione dei possibili e in una teoria cucita sulla tua misura ma che dovrebbe valere per tutto e per tutti: io non sono così, io non posso essere così, e allora vuol dire che nessun altro può, e se qualcuno non se ne convince e ci prova lo stesso non può che andare incontro al fallimento e all’irrilevanza. Ma perché la letteratura non potrebbe più essere un’arte? Perché prima poteva esserlo e adesso non più? Chi l’ha stabilito? Baricco. E sulla base di cosa? Di Baricco stesso. Ne circolano molte di queste piccole teorie autoreferenziali, in questi anni, che trasformano le proprie misure, le proprie frustrazioni e i propri lutti male elaborati in teorie generali e tombali valide per un’intera epoca e additate come insuperabili. Siamo circondati da libri e libretti che ci dicono e ci ingiungono che non c’è più l’esperienza, non c’è più il trauma (magari!), o che la letteratura deve essere tarata solo su un’idea piccola e orizzontale di “realtà” e “neorealistica” (non sanno neanche più inventare nuove parole per contenuti vecchi, non hanno neppure più questa piccola forza…), che la letteratura può essere al massimo un sintomo e non invece -anche- svelamento, prefigurazione, invenzione, pensiero, verità, profezia…, che ci sarebbero solo la “fiction” e “l’autofiction” (come “La divina commedia”?). Ci era cascato persino Calvino negli ultimi anni della sua vita, con quel suo elenco delle qualità in letteratura cucite sopra di sé: rapidità, brevità, leggerezza… Senza rendersi conto che il 99% delle opere più grandi vanno in tutt’altra direzione. Qualche anno fa hai scritto un libro dove parlavi dei barbari, ma anche quelli erano barbari piccoli piccoli, supercivilizzati, mentre i barbari veri conoscono anche il rischio, l’illusione, l’esagerazione, l’oltranza, la capacità di muoversi nella vita come in qualcosa di indistinguibile dal proprio sogno. Perché -mi domando- tutti questi strascichi mentali tardonovecenteschi, con il loro carico contagioso di disillusa arroganza e chiusura, in questo nuovo secolo e nuovo millennio che ci sta mettendo di fronte a sfide così immani per la nostra specie che richiederebbero invece il massimo della moltiplicazione, dell’immaginazione e dell’invenzione, da parte di tutti, in ogni campo? Perché tutto questo deprimente ma anche rassicurante ridimensionamento dell’imprevedibilità e del caos della vita? Perché chi ha deciso di posizionarsi nella casella della “letteratura” (o del “genere letteratura”) sembra essere in grado di fornirci solo questo minimalistico abbassamento della vita e del mondo, questa superficialità, questo ticchettio da ultime ore? Allora -piuttosto che questo funereo ron ron da sopravvissuti- meglio, molto meglio, tanti scrittori “di genere”, che non si nascondono dietro piccole e ammiccanti teorie trasformate in valore e canone, più coraggiosi, più operosi, più onesti! Bisogna sempre, giorno dopo giorno, riaprire gli spazi che tendono a richiudersi, anche in quella cosa che è stata chiamata insiemisticamente “letteratura”. La letteratura è una cruna, bisogna riaprirla di continuo, allargarla, per andare a toccare gli altri spazi più grandi in cui siamo immersi e sfondare le pareti che imprigionano i nostri corpi e le nostre menti. Quella forza che ci appare moltiplicatoria e aliena e che in passato è stata ingenuamente chiamata ”ispirazione” esiste ancora dentro di noi e gli artisti, gli scrittori, i poeti, sanno che esiste, l’hanno sempre saputo, perché l’hanno conosciuta, sperimentata, inventata. Le cose da dire sarebbero molte. Lo spazio è poco. Tu sai che io non disprezzo il tuo lavoro e che sono stato uno dei pochi scrittori italiani che ne ha parlato pubblicamente sulle pagine di un giornale (La Repubblica). Ma quello che stai dicendo sulla letteratura è difensivo, è superficiale, non ha verità profonda. E’ molto strano quello che sta succedendo in Italia. Ci si continua a disperare per i nostri impresentabili governanti, per come sono disonorevoli, interessati, cinici, per come stanno volando basso. E gli scrittori? E gli uomini di cultura? Stanno volando alto? A leggere posizioni come la tua non mi pare. Perché, nel campo nevralgico della letteratura, dell’immaginario, della prefigurazione artistica e di conoscenza sembra essere stata bandita ogni idea di quella grandezza che invece si domanda giustamente ad altri? Perché domina lo stesso restringimento dei possibili, lo stesso piccolo cinismo, la stessa chiusura di orizzonti? Ma, se questo è o può solo essere uno scrittore, come può chiedere alle altre donne e agli altri uomini di regalargli il prezioso tempo della loro vite per leggerlo? Con che diritto? Che cosa dà, che cosa aggiunge al mondo? Mi fermo qui. Come vedi, non ho potuto frenare tutto il dolore che mi hanno provocato l’irresponsabilità e l’inconsapevolezza delle tue parole, perché queste e simili posizioni che circolano nei nostri anni non sono prive di conseguenze e non sono innocenti. Ognuno è drammaticamente libero, e io non ho un’altra teoria della letteratura da contrapporre alla tua, ho solo il mio sogno di scrittore, i miei libri, la cruna della mia vita. Tu continuerai a costruire i tuoi orologi, io a svegliarmi di soprassalto sui cornicioni. Ti abbraccio,

Antonio

(Il presente testo è apparso in versione ridotta per ragioni di spazio sul Venerdì di Repubblica di 11 novembre 2011.)








pubblicato da a.moresco nella rubrica a voce il 13 novembre 2011