L’Italia che verrà

Giovanni Giovannetti



Marin ha 10 anni ed è il fratello maggiore di Andrea. Otto mesi fa era analfabeta; dopo cinque mesi in seconda elementare, ieri è stato inserito nella quinta, tra i suoi coetanei. È la bella favola del bambino prodigio ritrovato, una risorsa potenziale per un’Italia a corto di "cervelli", con i migliori costretti ad emigrare; proprio come Marin. Immigrato in Italia dalla Romania, Marin un’aula scolastica l’ha vista solo nel gennaio 2008, dopo due anni passati tra le tossine della Snia di Pavia. Era uno dei 74 bambini e ragazzi della Snia per i quali la legge italiana sull’obbligo scolastico si poteva anche non applicare: 33 di loro avrebbero dovuto frequentare l’asilo, gli altri la scuola e invece, ignorati da Comune e Ufficio scolastico provinciale, sono rimasti per anni tra i ruderi e le tossine della bidonville, o al cancello di viale Montegrappa a guardare i coetanei che tornano a casa con lo zaino sulle spalle.

«Per Marin non c’è posto»

Quando mamma Carmen ha provato ad iscrivere Marin alla scuola, si è sentita rispondere che a Pavia per suo figlio non c’era posto. Carmen non sapeva che in Italia la scuola è un diritto sacrosanto; non sapeva nemmeno che il sindaco della città nella quale ora vive (una donna come lei) aveva decretato che «nessuno di questi bambini sarebbe stato inserito nelle scuole perché farlo avrebbe costituito un incentivo per le famiglie a radicarsi sul territorio». Queste parole non sono state pronunciate da un sindaco veterolumbàrd, ma da Piera Capitelli, membro della commissione etica del Partito democratico, sindaco di Pavia e dirigente scolastico. E dire che negare la scuola ad un bambino significa violare una legge dello Stato.
All’iscrizione di Marin e di altri 40 bambini, nel giugno 2007 hanno provveduto alcuni volontari, ma invano: la Snia è stata sgomberata il 30 agosto 2007, non a caso pochi giorni prima dell’apertura dell’anno scolastico. La famiglia di Marin e Andrea è stata deportata e rinchiusa per tre mesi a Cascina Gandina di Pieve Porto Morone, dove ha subito minacce xenofobe e raid notturni, con lancio di sassi, petardi e addirittura mattoni.
Una casa in affitto non la si è trovata: troppi pregiudizi, e poi sono 9 persone. Dal dicembre 2007 sono ospiti presso una famiglia pavese. I bambini sono passati così dai cori razzisti della Gandina all’albero di Natale: dopo mesi di precarietà e traversie è arrivata finalmente la pace di una vita normale e per Marin si sono aperte le porte della scuola: una classe, la IIb, felicemente multietnica, dove aMarin ha imparato a leggere e a scrivere, e frequenta un corso d’inglese, la sua quarta lingua dopo il rumeno, il romanés e l’italiano. In famiglia solo il padre è alfabetizzato. I due fratelli maggiori hanno frequentato il corso voluto dall’associazione pavese "Ci siamo anche noi", tenuto con successo nella vicina Parrocchia di Sant’Alessandro dal maestro Luigi Bardone.

«Io voglio bene a tutti»

La storia di Marin è simile a quella di tanti bambini rumeni ai quali è stata offerta una possibilità. Storie che i razzisti e gli xenofobi di casa nostra dovrebbero imparare a memoria, e anche i politici opportunisti, buoni solo a fare danno, quelli disposti a barattare il futuro del Paese in cambio di un pugno di voti.
Marin, ti piace la scuola? «Voglio imparare. Mi piace molto la matematica ma anche scrivere e leggere le storie della natura e degli animali. A scuola si gioca anche al pallone. La mia squadra è la Juve, ho la maglietta, e il mio idolo è Del Piero. Ho chiesto al mio papà se mi iscrive al corso di calcio della Parrocchia. Lui ha detto che vedrà, perché ora ha pochi soldi. Questo è il mio sussidiario. Ci sono gli esercizi e tante belle cose da leggere, come questa poesia di Cesare Zavattini: "Siamo tutti un po’ angeli, oggi. / Mi pare quasi di volare, / leggero come sono. / Esco di casa canticchiando. / Voglio bene a tutti". Io voglio bene a tutti».








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 15 settembre 2008