Ritorno alla fabbrica della cattiveria #1

Sergio Baratto




Questo personale Ritorno alla fabbrica della cattiveria in nove brevi capitoli è nato dalla mia esigenza di ripercorrere la voragine della seconda metà degli anni Zero – che ho attraversato, se non indenne almeno vivo, anche grazie al Primo amore – e di capire in quale misura certi fenomeni che osservammo allora siano ancora presenti o abbiano contribuito a determinarne altri attivi nell’Italia del 2013.
Non ho nessuna pretesa di fare una panoramica sistematica: altri l’hanno fatto meglio e prima di me [1]. Semplicemente, in questa fase di bilanci provvisori sento il bisogno di fissare su carta alcune cose accadute in quegli anni che mi sono rimaste impresse in modo particolare: parole usate come torce e manganelli, episodi di cronaca di cui ho conservato i ritagli di giornale o i link, frasi dissennate pronunciate o scritte con troppa leggerezza o con tragica coscienza di causa. Atti esemplari, piccoli e grandi, che hanno contribuito a far funzionare a pieno regime la fabbrica della cattiveria.
È il mio modo di tenere viva in me la memoria della vergogna. No, non la memoria: la vergogna. Mi piacerebbe contribuire a tenere viva la vergogna nel presente e nel futuro. È un anticorpo troppo importante.


1. Zero

Il Primo amore ha esordito come rivista su carta nel 2007 e fino al 2012 ha prodotto una serie di numeri che mi sembrano ancora, in tutta modestia, mediamente strepitosi.
Per me, nel buco nero di quegli anni incastrati tra la metà del decennio Zero e l’inizio del presente, il lavoro collettivo di redazione è stato anche un modo per restare a galla, per tenermi aggrappato, per non lasciarmi travolgere e trascinare via.
Travolgere da cosa? Dalla disperazione – quella che ti fa esclamare: siamo morti! Siamo fottuti! – e dalla merda.

Quale merda? Quale buco nero? Il solito catastrofista, il solito pessimista cosmico, anzi comico, il bicchiere sempre mezzo vuoto o addirittura completamente asciutto, allorché se aguzzassi la vista vedresti un dito abbondante di ottimo scotch whisky o prezioso vino… Dunque: quale merda? Quale buco nero?

La fabbrica della cattiveria: si intitolava così il quarto numero della nostra rivista, apparso sul finire dell’anno di disgrazia 2008 e frutto di una riflessione collettiva nata dal bisogno di definire la prepotente affermazione – politica, certamente, ma anche e soprattutto culturale – di una destra ributtante, amorale e xenofoba.
Credo sia chiaro a tutti di chi e di cosa sto parlando. La fabbrica della cattiveria era l’Italia berlusconizzata e leghistizzata (chiedo perdono per questo orrido neologismo), intossicata dal cinismo eppure inferocita contro i facili capri espiatori che il potere politico di volta in volta le proponeva, sfruttando senza troppa fatica vecchi e radicati pregiudizi, il persistente sostrato fascistoide, il rimbecillimento pazientemente ottenuto in vent’anni di lavaggio del cervello televisivo.

Conservare il proprio potere tramite la somministrazione a un popolo ridotto a plebe istupidita di un nemico esterno appositamente costruito, la produzione e il controllo della paura collettiva, un’alleanza di convenienza con una gerarchia religiosa reazionaria e altrettanto cinicamente interessata a mantenere il proprio potere: una ricetta facile, persino banale. Però evidentemente è efficace, visto che la si usa dall’alba dei tempi con risultati spesso ottimi.

Eppure, dire così non è ancor dire tutto. Anzi, è dire una mezza falsità, scegliere una versione comoda ma fallace. È la sempiterna, fasulla separazione artificiosa tra un’élite cattiva (adesso è di moda chiamarla “casta”), responsabile di tutti i mali che attanagliano il paese, e il popolo buono e sfortunato che ne è vittima. “Arrendetevi, siete circondati dal popolo italiano!” gridano i qualunquisti odierni (riecheggiando peraltro, non si sa se consapevolmente o per affinità elettiva, uno slogan fascista di vent’anni prima). Retorica da quattro soldi per spacciare una balla gratificante. Noi siamo i molti puri, loro sono i pochi sporchi. Abbattiamoli, e il sole tornerà a splendere sul bel Paese dove il dolce sì sona. Non è vero! Non c’è differenza tra i presunti accerchiati e i presunti accerchiatori, ammesso che esista un accerchiamento. C’è osmosi, al limite.

La fabbrica della cattiveria, come ogni impresa che si rispetti, ha dirigenti, quadri intermedi, lavoratori dipendenti. A diversi livelli della gerarchia, tutti lavorano al funzionamento della fabbrica. È ridicolo prendersela con il consiglio d’amministrazione e dimenticare la rete capillare di amministratori locali, militanti, semplici elettori, cittadini senz’altra specifica che come tanti ingranaggi hanno partecipato al movimento generale della macchina.
Ogni atto, piccolo o grande, può contribuire a perpetuare o a fermare quel movimento. E, come in tutti gli stabilimenti, esiste pur sempre la – dolorosa – possibilità di tirarsi fuori. Di licenziarsi o, quanto meno, di sabotare il lavoro della fabbrica della cattiveria.
In altre parole, non sto affatto parlando della tragedia di una nazione oppressa da un’oligarchia politica nemmeno tanto abilmente celata dietro la foglia di fico della democrazia. Sto parlando della catastrofe di una collettività che a quell’oligarchia empia (uso la parola che più mi sembra conforme alla sua natura) dà il proprio consenso. Di più: sto parlando di un «popolo» che è consustanziale alla propria «casta».

Al numero sulla fabbrica della cattiveria ho contribuito con un pezzo intitolato senza troppa finezza “Un paese soffocato dalla propria merda”. In quel periodo, se ci ripenso, mi pare che la mia voce fosse ancora timida ed esitante, ancora molto insicura. Chi ero io per fare la morale al mio paese, a quale titolo pretendevo di ergermi a censore, come osavo senza alcuna sanzione ufficiale fare le pulci al mio prossimo in bell’italiano, con tutti i congiuntivi al posto giusto? Oltretutto, qualche tempo prima non ero forse stato severamente rampognato e dileggiato sul Web per le mie presunte, pateticamente sproporzionate velleità neopasoliniane, e invitato senza mezzi termini a dedicarmi a qualsiasi altra attività che non comportasse l’esibizione di tanta pochezza intellettuale?
Tuttavia non potevo fingere di ignorare lo sbigottimento che mi rimestava le budella. Per cui mi sono fatto coraggio e ho cercato di travasarlo sulla carta, sperando che la sincerità con cui prendevo la parola redimesse almeno in parte l’alterigia che eventualmente qualcuno avrebbe potuto cogliervi.
Per farla breve, il mio pezzo finiva così:

«Sei un operatore precario nella fabbrica della cattiveria. Ti muovi nelle città come un animale terrorizzato. Io ti sento, ti vedo, ogni giorno sono costretto ad ascoltarti. Digrigni i denti contro le tasse, contro gli stranieri, contro i mendicanti, persino contro i politici che continui a beneficare del tuo voto. Tutti sono più privilegiati, tutto congiura contro di te. Non si sente altro, è la nota dominante di ogni lamento. Hai paura che ti sfilino il passaporto, che ti minaccino con un coltello, che ti massacrino a casa tua. Hai voglia di sprangare, hai voglia di bruciare. Ma l’aria che respiri è già gonfia di polveri combuste e ti uccide sottilmente, e uccide lentamente il nipotino che tieni per mano. E tu non ci pensi e non batti ciglio.
Ti uccide anche il sindaco che ti regala un nuovo inceneritore con cui bruciare i resti di ciò che consumi, ma tu non lo sai, hai smesso da tempo di mettere in relazione i fatti. Ti ammazza anche la diossina, i rifiuti velenosi con cui il capetto che ammiri e a cui obbedisci ha riempito la terra su cui cammini.
Gli scarti, il fumo trasparente, nessun odore. I corpi dei miserabili li vedi, la loro puzza la senti. Questo è quanto ti basta per dare un senso al tuo bisogno di morte, è l’unica cosa che ti strappa alla tua apatia.
Non sei più capace nemmeno di distinguere ciò che ti converrebbe di più. Persino nell’egoismo sei un inetto. E ti fai inculare sempre, ogni volta da un nuovo duce, da un nuovo padrone. Non ti basta mai. Persino i topi in gabbia imparano dai propri errori. Tu no, non impari mai. Ripeti sempre gli stessi sbagli.
Ma dove cazzo credi di andare? Dove cazzo pensi che finirai? Dove si finisce tutti. Nella pattumiera del cosmo. Non saremo redenti, nessuno riscatterà le nostre piccole nobiltà, le nostre colpe, le sofferenze inflitte, i dolori subiti.
Che orrore vivere tutta una vita così, curvi sul volante, file e file di macchine che sparano merda gassosa nell’aria, nei polmoni. Un paese soffocato dalla propria merda».

Da allora è passata appena una manciata di anni, ma ci ricordiamo davvero cos’era l’Italia intorno al 2008? E ancora: è davvero trascorsa un’era? Veramente siamo cambiati? Abbiamo imparato qualcosa?

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[1] Cito solo, a mo’ d’esempio, una lettura per me in tal senso imprescindibile: Naletto G. (a cura di), Rapporto sul razzismo in Italia, Manifestolibri 2009. Il libro è scaricabile gratuitamente in PDF qui.





pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 7 gennaio 2014