Risposta a Gad Lerner

Antonio Moresco



Caro Gad Lerner,

ho letto sull’ultimo numero di Vanity Fair un suo articolo dove, prendendo le mosse dal titolo ("la fabbrica della cattiveria") dell’ultimo numero della nostra rivista ("Il primo amore"), svolge una riflessione critica -a mio parere un po’ frettolosa e fuorviante- su quanto stiamo cercando di fare.
Lei è una delle persone più stimabili tra quanti intervengono in questi anni su certi scottanti argomenti. I suoi articoli sulla Repubblica, all’indomani di avvenimenti drammatici e rabbrividenti, sono stati spesso per me una speranza, mi è capitato di leggerli e rileggerli più volte e di telefonare agli amici per leggerli anche a loro. Così anche alcune sue trasmissioni televisive, come quella dedicata alla persecuzione degli zingari, sono state tra le cose migliori che si siano viste in questi tempi così intossicati, qualcosa che le fa onore, una piccola luce che è arrivata anche attraverso la televisione, spesso dedita a ingigantire quando non a suscitare pensieri e comportamenti regressivi e perdenti per tutti.
Per questo -e per lo stupore che ho provato leggendo il suo articolo- le rispondo cercando pacatamente di darle un’idea più esatta dei nostri intenti e per fare alcune piccole riflessioni.
Lei dice che quest’ultimo numero della nostra rivista è "interamente dedicato alla cattiveria degli italiani". Non è vero. Accanto all’editoriale e ad alcuni articoli che registrano questo tipo di deriva (che a nostro parere non bisogna nascondere), ce ne sono molti altri che, allargando questo orizzonte della "cattiveria" (abbiamo voluto usare proprio questa parola infantile e ormai quasi cancellata), parlano del teatro greco e romano, di fabbriche multinazionali dalle produzioni micidiali, di letteratura e di disumane lettere, di Günther Anders, di Sade, di Simone Weil, di Iago, di Dante, di Proust, di Pinocchio. C’è un ampio reportage di prima mano, anche fotografico, sull’Irlanda della guerra civile, per ricordare che non bisogna soffiare sul fuoco dell’inimicizia tra gli uomini e tirare fuori il peggio dalle persone, perché gli esiti potrebbero essere incontrollabili e devastanti. E c’è anche una lunga intervista a Gianfranco Bettin, che ci racconta, basandosi sulla sua esperienza di prosindaco di Venezia, che razza di miracolo la politica è riuscita a fare in questo caso, unendo idealità a concretezza, di fronte all’esodo di più di duemila profughi dall’ex Jugoslavia in guerra (zingari compresi), sfidando anche l’impopolarità, se necessario, (e venendo alla fine riconfermata dagli elettori). Esempio formidabile di come non è detto che paghi, neppure elettoralmente, non tenere in certi momenti difficili.
Questi alcuni degli articoli dell’ultimo numero, che mi pare diano un’idea diversa da quella che lei ne dà (forse dopo una parziale lettura), e cioè, in fondo, di una rivista di gente un po’ saccente e priva di concretezza, se non con la puzza al naso. Molte delle cose che andiamo via via dicendo nei primi numeri di questa rivista nascono dal lavoro concreto sul territorio e da un incontro ravvicinato con i drammi di oggi. Le ricordo solo che l’editore della nostra rivista svolge un lavoro di volontariato e che ospita da un anno in casa sua una famiglia di dieci rom. E che un reportage pubblicato su un numero precedente e poi diventato anche un libro di testimonianza ("Zingari di merda") è stato frutto di un viaggio e di un incontro ravvicinato con gli zingari delle zone più povere della Romania, cui ha partecipato anche chi le sta scrivendo.
Ma veniamo adesso ad alcune riflessioni di contenuto. Io capisco il dilemma dentro il quale lei si trova, il suo bisogno di arrivare a toccare col potente mezzo televisivo un numero più grande di persone, di "fare i conti" -come lei dice- "con il senso comune" (che però è mutevole e con il quale bisogna a volte confliggere), di non apparire come un "avvocato delle cause perse" (anche se a volte è più giusto accettare questo rischio e gettare un seme), ecc ecc… Cose che d’altronde lei già fa.
Ma è sulla contrapposizione tra gente spaventata e gente cattiva (forse frutto soprattutto dalla semplificazione del titolo) che mi vorrei soffermare. Le due cose non sono, purtroppo, in contrasto, e abbiamo visto altre volte come le persone spaventate possono diventare cattive, addirittura feroci, soprattutto se trascinate da politici senza scrupoli che spostano e canalizzano su un nemico di comodo e su un feticcio insicurezze e paure. Ma questo è possibile perché anche la cattiveria è presente e più o meno latente all’interno degli uomini, e guai a stimolarla. Non è vero che non esiste la cattiveria. La conclusione non può essere che, mentre il singolo (ciascuno di noi) può sbagliare e comportarsi a volte in modo esecrabile, questo non può avvenire anche per le maggioranze che, per una sorta di astratta convenzione falsamente democratica sarebbero -come i bambini- sempre e comunque innocenti. Purtroppo non è così. Fermo restando che le responsabilità sono e devono rimanere sempre individuali, quando certi comportamenti coinvolgono grandi masse di persone bisogna poterlo dire anche sfidando i tabù e le convenienze.
Una piccola rivista come la nostra, di sconfinamento e combattimento, che inalbera l’appassionato e rigenerante titolo leopardiano de "Il primo amore", non si sente legata da mediazioni e diplomazie. Anche nei confronti della politica (compresa quella di sinistra), che ci pare non abbia svolto al meglio il proprio ruolo in questi anni difficili. Senza per questo cadere nella semplificazione pericolosa dell’antipolitica e senza fare di tutte le erbe un fascio. Infatti vediamo bene, man mano che andiamo a fondo nella società e nei gruppi umani, quante persone buone e degne ci siano anche -e proprio- in questi anni, e come anche all’interno della politica ci siano comportamenti e lungimiranze tra loro diverse (come dimostra appunto l’esempio di Mestre cui prima ho accennato). E come persino all’interno delle istituzioni si trovino a volte sensibilità e saggezza superiori (abbiamo verificato come, in qualche caso singolo e di fronte a problemi drammatici, alcuni prefetti si siano comportati meglio di alcuni sindaci di giunte di sinistra).
Lei scrive di non voler cadere "nella tentazione di quella rivista". A noi pare che oggi bisognerebbe invece, ciascuno con le proprie piccole forze e a tutti i livelli, cadere nella tentazione di conquistare una maggiore libertà e verità, di dirla tutta e non solo una parte, di mettere in campo e suscitare altre forze che non possono stare solo dentro l’alveo pur indispensabile della politica, in questi anni così condizionata e di breve respiro. Tanto più in un momento in cui ci troviamo di fronte a emergenze -anche planetarie e di specie- mai viste prima e che richiederebbero ben altri obiettivi e ben altre risposte.
Insomma, le cose di cui bisognerebbe parlare sono molte. Confrontiamoci, se vorrà, su tutto questo.
La ringrazio per quello che finora ha fatto e che certo farà ancora in futuro. La saluto e la abbraccio,

Antonio Moresco








pubblicato da a.moresco nella rubrica democrazia il 12 settembre 2008