La morte frivola

Tiziano Scarpa



Stavamo facendo riprese video per la strada.
Vicino era seduta
per terra una turista brasiliana,
accanto a una valigia.
Si mangiava un panino.

La batteria della tua videocamera
era scarica. “È morta”, ho detto io.
“È morta”, hai detto tu.
“Non c’è niente da fare, è proprio morta”.

“Quante morte che dite!”
ha detto la turista.
Chissà cosa ha capito.

Tu hai smontato il treppiede
della tua videocamera.
Stavamo andando via.

“Che cosa ne pensate della morte?”
ci ha chiesto la turista, sempre lei.
Non me lo invento, giuro.

“Be’, quando lo saprò, mah…” ho cincischiato.
Tu sei rimasta zitta.
Non le abbiamo risposto.

Ma come si permette?
Certe domande si possono fare
solo nelle poesie.

Allora eccomi qui.

Ne penso che la penso troppo poco.

Se la pensassi sempre
sarei molto più serio,
combinerei più cose.
Perderei meno tempo.

Vorresti una risposta più sagace?
Più bella? Più poetica?

Il fatto è che la morte
mi fa pensare a tutte le poesie
che mi sono passate per la testa
e non ho scritto, e potrei stramazzare
a terra fulminato, adesso, qui,
con in mano queste quattro stronzate
su un tema così grave, che vergogna.

Qualunque cosa io scriva,
qualunque cosa io pensi,
non sarà mai all’altezza della morte.

Eppure non per questo
lei eviterà di venire da me.

Ecco che cosa penso:
che sono inadeguato,
che non me lo merito di morire,
è un onore troppo grande per me.

(Ora potrei scherzare,
inventarmi un finale
in cui dico alla morte:
“Va’ dagli eroi, dai vip,
dai grandi, dalle star,
dalle persone in gamba,
dai poveri innocenti,
dalle creature nobili,
dalle vittime inermi,
non perdere il tuo tempo
con questo pampalugo.”
Ma vorrei provare a mettere insieme
un discorso più serio.)

Magari anche soltanto per un giorno
la morte riuscirà
a rendere solenne
e degna di rispetto
perfino una persona come me.

Urge escogitare una morte frivola.
Per aderenza ai fatti, non per altro.
Per restare coerenti.

Oppure rassegnarsi
e accettare umilmente
di morire alla grande,
morire in pompa magna, come tutti,
con gran dispiegamento di rammarico.

Mi prenderò sul serio
soltanto nell’istante
in cui mi perderò?








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 8 settembre 2008