Una divina indifferenza

Mauro Pianesi



La mia città è Perugia, ed ha avuto la ventura di dare i natali a un famoso poeta del ’900, Sandro Penna, il quale l’abbandonò poco più che ventenne per la ben più amata Roma, dove vivrà il resto della sua vita. Una parentela scomoda sia per il poeta, che dal 1929 – nonostante la piccola distanza tra le due città – vi tornò un’unica volta (durante la guerra, in cerca della pastina di cui faceva mercato nero), sia per il capoluogo umbro, fortemente – e neanche troppo inconsciamente – condizionato dal pregiudizio sulla pederastia della quale è intriso il suo canzoniere. Una pederastia aggravata dalle medaglie all’alto valor poetico conferitele dalla manualistica scolastica (Ecco perché nelle scuole fanno i laboratori sulle sue poesie. Ma non era pederasta? Boh!).
Poeta e città sono legati, da sempre, da una parentela ingombrante, scomoda a entrambi. Ma quasi tutte le parentele "di sangue", pensandoci, sono così. Anche se poi, quando ci si va a mettere, affiancati, davanti allo specchio, si finisce per notare proprio quei tratti in comune che non si sospettava (e nemmeno ci si augurava) di avere.
Penna si formò in una città profondamente provinciale – chiusa da secoli nei giri concentrici delle sue mura a rimuginare una grandezza antica mai più assaporata – capoluogo di una piccola regione agricola marginale e mal percorribile. Questo scenario culturale limitato, questa povertà psicologica, fanno da sfondo alla formazione penniana. Poeta di registro linguistico piccolo-borghese, dannunziano e pascoliano, inesplicabile in un secolo che ha fatto del linguaggio uno strumento non di lode, ma di concorrenza col mondo, Penna è stato l’interprete – come osservò acutamente Cesare Garboli ("Penna Papers", Garzanti) –"non della novità del linguaggio poetico italiano del Novecento, ma – che non è meno importante – del suo destino di putrefazione".
Perugia era (è) una città fondamentalmente chiusa, refrattaria allo scambio e al confronto con il mondo esterno. Per ventura, di nuovo, s’è trovata tuttavia a dover fare i conti con una serie di fenomeni che hanno forzato l’indolenza e la supponenza del suo provincialismo (essere stata scelta da una famiglia d’imprenditori toscani a sede di una multinazionale del cioccolato; essere stata scelta, ahimè, come "capitale della rivoluzione fascista"; essere stata scelta come sede della prima università italiana per stranieri e, poi, da questi fortunosamente "invasa"…). Penna, inconsapevolmente, segue lo stesso destino di "casualità forzata" individuato nei caratteri della città. Scrittore palesemente "fuori dalla realtà", ha saputo raccontare come pochi altri com’è (com’era?) fatto il nostro Paese. (A mo’ d’esempio, una poesia lunga come un flash di Robert Capa, una sorta di haiku sull’Italia fra gli anni ’40 e i ’50: "Il ciclista polverosa / castità offre alla sposa".) Perché, citando ancora Garboli, "l’Italia di Penna è un paese entrato senza volerlo sotto l’obbiettivo di un fotografo la cui macchina sia scattata per caso (Penna pensa al piacere, non all’Italia)".
Sono tanti i punti di contatto tra Penna e Perugia, proprio a partire dall’insofferenza reciproca tra i due. La città umbra, certo, avrebbe preferito un figlio più quadrato, magari partigiano, possibilmente etero (al più, omosessuale… semplice). Perché, suvvia, "non si possono scrivere tante poesie sempre e solo su quell’argomento lì!" (come sentii dire, anni fa, da un giovine e apprezzato scrittore). Per questo, forse, il biennio penniano (2006, centenario della nascita; 2007, trentennale della morte) qui è passato alquanto sottotono, con l’apposizione tardiva di una lapide sulla casa natale a Porta Sole, i soliti laboratori per le scuole (Ma non era pederasta? Boh!) ma neanche un convegno come dio comanda. O una sollecitazione, da parte delle istituzioni, a realizzare questo benedetto "Meridiano" sull’opera omnia. O un interessamento, sempre istituzionale, sullo stato di consultabilità / catalogazione / disponibilità del corpus dei manoscritti, la cui inaccessibilità ad oggi (a quel che so) ha negato alla ricerca letteraria la possibilità di svolgere al meglio i suoi studi.
Avevo cominciato a scrivere, cancellare, riscrivere queste righe, convinto – chissà perché – di riuscire, una buona volta, a dire qualcosa su uno dei miei piccoli padri poetici. Ti piace Penna, scrivi qualcosa su Penna. Ma non m’è riuscito neanche qui. Pasolini diceva: "Io ho fatto un culto di Penna e, come tutti i culti, esso mi dà il rimorso di non essere così forte e fedele da praticarlo degnamente". Aggiungeva Garboli: "È vero che Penna, come oggetto di culto, si comporta da autentica divinità, indifferente e incapace di comprendere i gesti e le offerte votive dei fedeli. Grande narciso, Penna non sa specchiarsi neppure un istante nella mitologia di se stesso. Del resto, possono forse gli dèi comprendere qualcosa di teologia?"
C’è una testimonianza preziosa, quasi in presa diretta, di un membro di questa folla devota (fra i cui nomi illustri ricordo almeno la Morante, la Ginzburg, Moravia) che cercava disperatamente, non dico di respirare una molecola della numinosità canzonettistica dei suoi versi, ma almeno di poterci parlare, lavargli i piatti, cucinargli le polpette al pomodoro. "L’uomo che sognava i cavalli" di Enzo Giannelli, che ho trovato su una bancarella, dopo averne a lungo letto nelle bibliografie. Ho saputo, poi, che era stato riedito da Curcio nel 2007 e che è attualmente reperibile. "Io non sono stato il cameriere di Sandro Penna – scrive Giannelli – ma ci sono andato molto vicino. [L’ho visto] per la prima volta introducendomi quasi furtivamente – tanto era il desiderio di conoscerlo – in casa sua. Dopo che lui me lo aveva proibito per telefono mezz’ora prima. Erano le tre del pomeriggio del primo aprile 1974". Penna morirà agli inizi del 1977 e questo libro racconta, spiandoli quasi dal buco della serratura, gli ultimi anni di questo grande narciso, auto-segregatosi nella sua casa-casbah di Via della Mole de’ Fiorentini.
Un libro che riporta i pettegolezzi, la sua maldicenza sul generone letterario dell’epoca (a partire dai suoi primi "adoratori" Moravia, Morante e Ginzburg, appunto, salvando Pasolini e pochi altri), le querele e le fobie per cui era famoso (già dai primi anni Trenta, ricordava Attilio Bertolucci, "ci si scriveva con Penna, tutti e due timorosi di morire giovani"). Un libro forse poco scientifico ma pieno della realtà quotidiana dello scrittore, anche la più insignificante.
Non abbiamo molto di più su Penna – attualmente, ma, credo, per molto tempo ancora – oltre agli studi di Garboli e a poco altro. Per fortuna, la sua presenza continua ad essere scomoda non solo a Perugia, ma nella letteratura italiana (al di là delle scuole poetiche che se ne sono proclamate discendenti). Una presenza scomoda ma indispensabile, frutto di quella scelta di ardente solitudine per cui Sandro Penna continua ancora a torreggiare sul panorama poetico del secolo suo.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 21 agosto 2008