Have fun! #5

Moira Bubola & Teo Lorini



V. Goodbye

Prima di ripartire e imbarcarci nella complicazione di coincidenze e scali che, trovata all’ultimo minuto, ci obbligherà a far tappa perfino a Las Vegas, Moira riceve due festicciole di addio. Il biglietto che le hanno preparato i colleghi del corso di public speaking dopo appena un pugno di lezioni ci commuove. "Sei una persona unica", "Dio ti illumini e ti assista", "Credo in te e penso che potrai raggiungere tutti i traguardi che ti porrai nella vita". Sono tutti adulti, ma l’entusiasmo e la trasparenza con cui espongono i loro sentimenti è la stessa di quando, adolescenti, finivamo un soggiorno di studio all’estero. Assieme al biglietto c’è persino l’elenco delle e-mail e degli indirizzi con l’esortazione "teniamoci in contatto". Pensiamo alla cortesia formale dei nostri biglietti di circostanza e ci invade una vergogna mista all’invidia.
All’Istituto c’è addirittura un banchetto. In pausa pranzo viene requisita la sala riunioni e Moira spegne le candeline sulla più classica delle torte ipercaloriche con il suo nome che spicca in verde sulla glassa di cioccolato bianco. Mentre si susseguono i brindisi al nostro viaggio e le esortazioni a tornare presto, Teo osserva come i collaboratori dell’Istituto, quando non parlano con noi, si dividono: gli unici due bianchi (entrambi dirigenti peraltro) tendono a isolarsi, scambiandosi osservazioni, spesso a bassa voce, mentre tutti gli altri dipendenti, che sono nativi o ispanoamericani, chiacchierano fra loro.

Conclusi i saluti e gli abbracci, Liz ci chiede di uscire dal retro e di farle compagnia nella pausa sigaretta. È la persona con cui Moira ha legato di più e ci spiega che ha preso un giorno di ferie e le piacerebbe che andassimo a trovarla per conoscere la sua famiglia.
Come suo marito, Liz viene da una delle più antiche tribù Mohawk. È nata nella provincia dell’Ontario, non lontano da Toronto ma, per quanto i suoi antenati siano su questo continente da più tempo di qualsiasi discendente di europei, non ha la cittadinanza statunitense e può rimanere in New Mexico solo perché a Vernon, suo marito, è stata concessa quando si è arruolato per la prima Guerra del Golfo. Da qualche parte nel deserto del Kuwait Vernon è stato ferito. Oggi gli serve un bastone per camminare, ha una capacità polmonare sempre più ridotta e riceve dall’associazione dei Veterani una piccola pensione e la targa automobilistica che mi mostra con un mezzo sorriso e che attesta la sua condizione di reduce.
Liz e Vernon hanno tre figli. I bambini sono nati negli USA e quindi hanno la cittadinanza, ma non l’assicurazione sanitaria, che invece Liz possiede perché prevista dal suo contratto con l’Istituto. Ci accordiamo per vederci nella tarda mattinata: prima Liz vuole andare a trovare suo padre, che è stato ricoverato perché da anni ha un tumore in gola e in questi giorni ha avuto un improvviso peggioramento. Liz ce ne parla senza il disagio e la ricerca spasmodica di una reazione empatica che abbiamo sperimentato finora. Chiude l’argomento scherzando sul fatto che deve ricordarsi di portargli un pacchetto di sigarette «Altrimenti so già che mio padre s’arrabbierà da morire». Noi sorridiamo e Liz è sollevata perché, ci spiega, di fronte a questo tipo di battute la maggior parte degli americani resta interdetta.
È Moira la prima a realizzare che, fatta eccezione per alcune battute di Pam, questa è la prima volta da quando siamo qui che qualcuno dice qualcosa con ironia, così ci racconta della sua presentazione al corso di public speaking. Quando ha scherzato dicendo: «Sono sposata, ma mi sono iscritta a questo corso da sola perché mi basta avere mio marito a casa: non avevo nessuna voglia di trovarmelo tra i piedi anche in classe», tutti gli allievi sono ammutoliti, incerti se esprimerle simpatia, compassione o qualche altro tipo di partecipazione emotiva. L’unico a nascondere un sorriso sotto i baffoni è stato Bernard, un Navajo enorme e taciturno che sedeva sempre in ultima fila.

Liz abita alla periferia di Albuquerque. Il tragitto, che lei compie quotidianamente, dura circa un’ora e mezzo, ma la pensione che Vernon riceve per aver servito il Paese nel Golfo è troppo bassa e lo stipendio di Liz troppo prezioso per cavillare su comodità e distanze. Arrivati in zona, dobbiamo lasciare la statale e imboccare una lunghissima strada sterrata ai cui margini sfilano baracche e prefabbricati come quelli che abbiamo visto nei quartieri poveri di Santa Fe. La roulotte più piccola è in uno spiazzo con tre o quattro ragazzini che giocano fra le sterpaglie e la solita auto senza pneumatici. Questa però ha la targa dei veterani e, appena davanti alla porticina della roulotte i proprietari hanno piantato dei pali e costruito una sorta di verandina usando come teli delle bandiere statunitensi. Ci sono così tante contraddizioni in quest’immagine che vorremmo fermarci per fotografarla, ma siamo in ritardo e naturalmente tutti e due stiamo pensando imbarazzati che la casa di Liz e Vernon sarà molto simile.

Invece, dopo un’altra serie di svolte e una discesa bordata di alberi, ci troviamo davanti a una villetta in perfetto stile new-mexican, che ricorderebbe quella di Pam se il giardino non fosse quasi totalmente invaso da giocattoli per bambini e pietroni di ogni forma e colore. I figli di Liz ci corrono incontro. Grace, la più grande, ha già conosciuto Moira e le si tuffa tra le braccia mentre i piccoli che hanno 9 e 7 anni ci guardano ancora un po’ incerti. Quando entriamo in salotto Liz sta preparando la colazione mentre Vernon ci fa sedere sul divano davanti al quale crepita una televisione gigantesca, sintonizzata su una televendita di automobili che però nessuno guarda. I bambini hanno voglia di conoscerci e ci portano a vedere le loro stanze, ognuna con il proprio televisore, acceso e senza pubblico. Quando i pancake sono pronti, Liz ci raduna attorno al tavolo; i piccoli ci chiedono dell’Europa e Grace ci fa vedere l’atlante dove ha trovato la città in cui abitiamo. «Posso venire a trovarti?» chiede a Moira. Ogni volta che lei dice di sì, Grace batte le mani poi rassicura la mamma: «Vado quando ho 12 anni, così posso viaggiare da sola».
Finito di mangiare, i maschi corrono in stanza a giocare mentre Liz e suo marito ci fanno domande sull’Italia. La notizia della schedatura dei bambini rom è passata anche sui tg americani, Vernon e Liz chiedono chiarimenti ma lo fanno con grande cautela perché, spiegano, temono di avere capito male e soprattutto non vorrebbero offenderci. Purtroppo, dobbiamo rassicurarli, hanno capito benissimo. Ne nasce una conversazione sulla situazione politica in Italia e curiosamente né loro né Grace che ci ascolta con attenzione sembrano annoiarsi o fremere sulla sedia. Il pasto è finito da venti minuti ma siamo ancora seduti a parlare né c’è traccia della solita fretta di fare subito qualcosa d’altro, possibilmente fun. È una situazione talmente nuova per noi che Teo, nel timore (non del tutto infondato) di essere troppo verboso, si interrompe spesso per chiedere: «Sicuri che non vi sto annoiando?». Poi viene il loro turno di raccontarci del genocidio dei nativi, recentemente discusso nel Parlamento canadese, dei figli che, fino all’inizio degli anni ’60 venivano strappati alle famiglie e affidati a istituti religiosi dove tanto i cattolici quanto i protestanti hanno fatto del loro meglio per "civilizzare" a forza i bambini nativi con metodi e abusi non diversi da quelli sperimentati nel progetto svizzero dei Bambini di strada. Quando finiamo di parlare non ci sono pianti o applausi ma nessuno di noi ha dubbi sull’intensità della comunicazione che abbiamo scambiato.
I bambini ricordano a Liz la sua promessa e lei ci racconta che si era impegnata a portarli allo zoo. Dobbiamo prendere le auto, Grace insiste per salire nella nostra e durante il tragitto ci confessa che le manca la scuola e che era così contenta di rivedere Moira che si è svegliata prestissimo. Ci fa ascoltare il suo cd preferito, una raccolta di Elvis. «Mi piace tanto», ci spiega premurosa: «perché è vissuto a Memphis, dove sono nata io, e perché Hon lo ascolta quando lavora». «E chi è "Hon"?», chiediamo. «È come "daddy"», spiega Grace: «è una delle poche parole che so della nostra lingua».
Lo zoo si rivela essere una riserva ecologica, costruita per proteggere la fauna e la vegetazione del Southwest. Gli animali che vediamo sono arrivati lì feriti dai predatori, colpiti da fulmini o sopravvissuti alle fucilate dei cacciatori. La struttura è un po’ cadente, perché, ci spiegano gli operatori, il governo ha tagliato i fondi e gli unici introiti sono quelli delle visite. C’è un’atmosfera di abbandono che solo i bambini riescono a dissipare. Ci trascinano verso le gabbie e fanno a gara per farci imparare i nomi degli animali. Quando li azzecchiamo, ci battono le mani. Grace racconta a Teo che da grande vorrebbe fare l’insegnante: «Ma non so se posso… In matematica vado malissimo», sussurra. «Se è per quello, anch’io sono sempre stato un disastro». Questa confidenza la riempie di entusiasmo e corre subito da Hon per annunciargli la sua decisione.

Al ritorno i bambini ci confermano di avere assimilato almeno un po’ di abitudini statunitensi e costringono Liz a preparare una merenda terrificante con gelato, torta di fragole, hot dog e litri di sprite. Sfamati bimbi, ricominciamo a parlare senza fretta. I nostri ospiti ci raccontano di essersi conosciuti all’Accademia di Belle Arti di Toronto, prima di trasferirsi negli Stati Uniti. Su insistenza del marito, Liz ci mostra alcuni dei suoi lavori. Dalla sua camera recupera quattro quadri dedicati al ciclo delle stagioni, poi una tela arrotolata che, con l’aiuto di Grace, dispiega davanti a noi. È un dipinto di grosse proporzioni, rappresenta una donna in un bosco e ci colpisce per il modo in cui la figura femminile riunisce in sé trascendenza e quotidianità, mistica e realismo. Poi è Vernon a farci vedere una serie di sculture. Un puma, un bufalo, madri con il bimbo in grembo, profili umani. Ognuna ha una lavorazione e un colore diverso, a seconda della pietra da cui deriva: alabastro, granito, colorado rosso. Finalmente capiamo il perché di tutti i massi colorati che ci sono nel cortile.
Ora i fratellini sono davanti al televisore, solo Grace è rimasta con noi adulti. Ci scruta assorta mentre osserviamo le opere dei suoi genitori e, anche se non dice nulla, si capisce che la nostra ammirazione la riempie d’orgoglio. Quando Vernon e Liz vanno a cercare un altro pezzo, Grace guarda Moira e le dice sottovoce: «Non voglio che vai via». Lei la rassicura e le risponde: «Noi dobbiamo tornare a casa nostra. Tu però vieni a trovarci, vero?». Grace chiede conferma a Teo: «Davvero posso?». «Certo». Lo ripete due o tre volte, poi sembra risolversi e abbraccia Moira dicendole: «Allora ti rivedrò e verrò nella tua casa».
Arriva l’ora di partire: «In aereo non potete portare i quadri», dice Liz scuotendo la testa. Non realizziamo subito. È Vernon che stende la mano sul tavolo e ci chiede di prendere una delle sue sculture. Ci scatta il riflesso condizionato per cui iniziamo a fare complimenti in contemporanea: «Sono bellissime, non possiamo!». Loro sorridono: «È la tradizione», spiega Vernon: «nessun ospite riparte senza un regalo». Lo dice come se fosse una constatazione ovvia, e stende la mano sul tavolo invitandoci a scegliere. Moira raccoglie un bufalo in alabastro, Vernon prende un microtrapano e incide il suo soprannome, "Stony", sul piedistallo.
Poi Liz fa un cenno a suo marito e mentre lui sparisce ancora una volta in camera, ci dice: «Poi ci sono delle cose che abbiamo preparato per ricordarci di voi ». Vernon arriva con una serie di oggetti e insieme ci raccontano la storia di ciascuno via via che ce li consegnano. L’acchiappasogni di Moira ha incastonate le piume di un aquilotto caduto dal nido che Vernon aveva trovato e consegnato allo zoo l’anno scorso. A Teo dà un bracciale in cuoio e perline colorate. «Davvero ti piace?», chiede mentre Teo lo indossa: «L’ha intrecciato mio padre». Ha un’ombra negli occhi ma il suo sguardo e la voce sono fermissimi. Noi abbiamo capito prima che protestare è solo offensivo e così ci alziamo a turno per abbracciarli.

Saliamo in macchina per tornare a Santa Fe, Liz e i suoi ci precedono perché si fermeranno in un paese lungo la strada dove c’è una galleria che inaugura la mostra di un artista loro amico. Grace sale con noi, si sforza di stare sveglia e di ascoltare i nostri discorsi. Ci chiede qualche parola di italiano ma è così stanca che dopo una ventina di minuti si addormenta. Quando arriviamo alla cittadina della mostra Moira la sveglia con delicatezza. Lei ci prende per mano e ci accompagna a salutare i suoi. Liz chiede ai bambini se hanno voglia di darci un bacino, ma loro si ritraggono con buffe facce schifate. Allora siamo noi adulti ad abbracciarci. Stamattina ci conoscevamo appena e scambiavamo parole esitanti, adesso invece questo contatto così intenso, intimo persino, non ci imbarazza e, mentre ci sciogliamo, ci guardiamo dritto negli occhi. Poi è Grace a tirarci la mano e noi ci chiniamo accanto a lei e la stringiamo tutti e due assieme.

Risaliamo in auto e non parliamo quasi.
Domani questo cielo azzurro e sconfinato ci inghiottirà per risputarci alla Malpensa ma per tutto il viaggio, dalle interminabili procedure di antiterrorismo, durante lo scalo a Las Vegas, in un terminal che ha tutte le caratteristiche di un casinò in miniatura, con slot machines, videopoker, ubriaconi che piangono, entraîneuses e lustrascarpe, e ancora mentre ci sforzeremo di dormire nel volo transoceanico, ignorando i film logori che passano sugli schermini della United Airlines e i movimenti della gente che si alza e si pigia nei sedili della classe economica, e infine nel fremito d’attesa di ritrovarci nella nostra casa, la sensazione più forte sarà quella degli abbracci che ci siamo scambiati su quella strada polverosa, della facilità repentina e della profonda sincerità di un contatto che, in tutte le settimane passate nel Paese dei Bambini e da troppi giorni e mesi di routine, consuetudini e forme codificate della nostra vita di tutti i giorni, non avevamo più sperimentato.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 14 agosto 2008