Have fun! #4

Moira Bubola & Teo Lorini



IV. TV

Come in Italia, tuttavia, basta accendere la televisione per trovarsi immersi nella paranoia collettiva, un tunnel di angosce e terrori in cui il Sogno Americano si rovescia nell’Incubo.
Molte delle emittenti comprese nel pacchetto del decoder di Pam trasmettono sermoni di pastori apocalittici che inneggiano a miracoli o alla nuova moda delle chiese evangeliche, la Promessa di Purezza, una cerimonia in cui decine di ragazzine adolescenti o ancora bambine si riuniscono in sale da ballo, nella parodia di un ingresso in società in cui non danzano con un cavaliere o un fidanzatino, bensì con i proprio padre, accettando da lui il Chastity Ring, un anello che suggella l’impegno a preservare la verginità sino al matrimonio. Secondo l’Abstinence Clearinghouse, l’organizzazione no-profit che coordina e patrocina «relazioni e programmi di astinenza», in tutto il Paese nel corso del 2007 i Balli della Purezza avrebbero superato quota 4.000.
Accanto ai numerosissimi canali evangelici (ne contiamo almeno dieci) ci sono quelli che trasmettono solo notiziari, sulla scorta della CNN. Qui però la politica estera è sbrigata in cinque minuti, meno ancora, se possibile, è riservato alle notizie che non attengono direttamente agli USA e tutto il resto del tempo è consacrato ai fatti di cronaca.
Nera, ovviamente.
L’effetto è quello di una maratona-Cogne. Le troupes attraversano tutti gli Stati del Sudovest a caccia di delitti che vengono raccontati partendo dalla biografia della vittima attraverso una sfilza di fotografie, filmini familiari, testimonianze di amici, parenti e vicini di casa e proseguendo con le opinioni della polizia investigativa e della scientifica, in una pioggia di dichiarazioni, ricostruzioni e plastici da far morire d’invidia Bruno Vespa. Se poi le indagini portano all’identificazione del presunto carnefice, l’annunciatore entra in orgasmo annunciando rivelazioni in tempo reale. Parte allora la seconda biografia, quella dell’omicida, spesso interrotta da sequenze di inseguimenti sull’autostrada e arresti spettacolari. Risolto un caso, si passa al prossimo, in un vero e proprio format dell’angoscia a cui contribuiscono persino le interruzioni per gli spot. Il tenore delle pubblicità ricalca questo modello e la virtù della maggior parte dei prodotti consiste proprio nella loro facoltà di scongiurare qualcosa di tremendo o di problematico. E se questo è ovvio per gli antifurti e le agenzie di sorveglianza, che naturalmente proliferano, colpisce vedere i toni allarmati con cui le aziende produttrici di automobili reagiscono al rincaro del carburante (ora attorno ai 4 $ al gallone, poco più di un dollaro al litro). In uno spot che passa in continuazione si vedono varie coppie giovani ed eleganti annunciare alla telecamera che fortunatamente non dovranno rinunciare a quel weekend romantico, al viaggetto con i bambini o alla vacanza già programmata, perché hanno comprato un SUV con l’offerta del carburante bloccato a 2.99 $. In altre parole: potrai permetterti qualche pieno da 60$ in più, basta spenderne subito 60.000!
Sembra proprio che della nota d’angoscia non si possa fare a meno. E così, accanto al sollievo per non aver rinunciato al weekend romantico, lo spot si chiude sull’allarme di un numero lampeggiante: Bada! L’offerta vale solo per altri 7 giorni. E via a scalare 6!, 5!, 4!, una sera dopo l’altra.

Però non è questa la pubblicità più incredibile che vediamo. E ne vediamo tante perché (per incredibile che possa sembrare) i commercials interrompono film, reality show, telefilm e soap molto ma molto più frequentemente che in Italia.
Nello spot che ci lascia allibiti non riusciamo, sino all’ultimo, a indovinare il prodotto reclamizzato. La scena è quella di un parco giochi inondato di sole, i ragazzini giocano pacifici e le mamme, ancor più placide, li sorvegliano con un occhio solo. Compresa la biondissima mamma del piccolo Gregory. Ma all’improvviso la musica si fa inquietante e la voce fuori campo minaccia: «Può bastare anche un solo secondo di distrazione». La bionda alza gli occhi e Gregory non c’è più. Seguono istanti di concitazione in cui il montaggio vertiginoso, le urla della madre, la musica sempre più incalzante catalizzano nello spettatore le conclusioni più raccapriccianti. Noi già immaginiamo il piccolo Gregory brutalizzato da un orribile maniaco quando Mammina estrae dallo zainetto un apparecchio bianco, un ibrido tra il salvalavita da mettere al collo della nonna malata di cuore e uno di quei radar portatili inaugurati da Sean Connery in Goldfinger. Il puntino che è il piccolo Gregory balugina nell’angolo in alto dello schermo e Mammina si muove per raggiungerlo: lo troverà ancora vivo? Sì! Ecco un crescendo di violini e Gregory che, al rallentatore avanza verso lo schermo, verso di noi, con le braccine tese e il suo sorriso migliore. Ma, mentre la voce fuori campo annuncia: «Tutti vorremmo che non ci succedesse mai, ma nel caso…», noi scopriamo che il prodotto reclamizzato non è un rintracciaGregory da tasca, ma la pila portatile che lo fa funzionare. La stessa che da noi viene pubblicizzata con un simpatico orsetto a batteria che continua a camminare mentre gli altri, esausti, si fermano. Insomma se la compri in Italia potrai giocare più a lungo, se non la compri in USA tuo figlio verrà rapito, stuprato e infine selvaggiamente ucciso.

Accanto a queste situazioni però c’è la PBS, la televisione pubblica che non solo non manda pubblicità, ma una sera trasmette addirittura il processo in corso contro le alte sfere dell’esercito e del ministero della difesa per le torture e le violazioni dei diritti umani durante gli interrogatori in Afghanistan, Iraq e a Guantanamo. Stupefatti assistiamo ad estratti delle udienze in cui la Commissione Giustizia del Congresso incalza generali, ammiragli, su su sino all’ex-Ministro della Giustizia, l’ultrarepubblicano John Ashcroft, che si affretta a rispondere a domande tutt’altro che compiacenti con visibile nervosismo. Per combinazione abbiamo appena letto la notizia dell’approvazione del Lodo Schifani-Alfano: quando proviamo a spiegare a Pam che una scena del genere in Italia sarebbe semplicemente inconcepibile, lei (che peraltro non nasconde simpatie repubblicane) sostiene che la stiamo prendendo in giro. Concluso il servizio dalla commissione giudiziaria si passa a un’intervista con Jane Mayer, la giornalista del New Yorker che dopo cinque anni di indagini ha appena pubblicato The Dark Side, un’inchiesta dettagliatissima su tutte le illegalità e le violazioni di diritti umani e leggi internazionali commesse dall’amministrazione Bush con la scusa della War on Terror.
Bill Moyers, l’intervistatore, si sofferma molto pacatamente sulle pratiche di tortura (dal waterboarding, alla privazione del sonno, dal denudamento alle minacce con cani feroci viste nelle foto di Abu Ghraib), sulle renditions (si accenna persino al caso di Abu Omar, su cui in Italia è sceso il silenzio più totale), sulla violazione della Convenzione di Ginevra. La Mayer snocciola con nonchalance circostanziate accuse a Bush, Rumsfeld, Cheney. Il paragone con un qualsiasi telegiornale italiano è semplicemente umiliante.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 13 agosto 2008