Have fun! #3

Moira Bubola & Teo Lorini



III. The City Different

È proprio così, con l’aggettivo orgogliosamente posposto, che i suoi abitanti chiamano Santa Fe, la più antica città costruita sul suolo statunitense. Fondata nel primo decennio del Seicento dai colonizzatori spagnoli, il suo nome completo è La Villa Real de la Santa Fé de San Francisco de Asís. E la basilica dedicata al santo di Assisi con le due tozze torri campanarie è uno dei punti focali attorno a cui si diramano gli isolati del piccolo centro della città.
L’altro è la Plaza d’impianto architettonico spagnoleggiante. Il quadrato di aiuole che ne costituisce il cuore è bordato di edifici porticati, ma il più importante è quello sul lato nord, il Portal sotto cui gli artisti nativo-americani hanno l’autorizzazione a esporre e vendere le proprie creazioni. L’ampio (e scarsamente popolato) territorio del New Mexico, infatti, ospita molte riserve indiane e Santa Fe è il centro degli studi che, ormai da qualche decennio, puntano a recuperare lo studio dell’eredità culturale e dell’arte dei nativi. L’istituzione culturale dove Moira svolge un periodo di internship è una delle più accreditate nell’area e la mission dell’Istituto consiste nel rendere il giusto riconoscimento agli artisti nativi già affermati e, in contemporanea, nello scoprire e valorizzare talenti nuovi. In questo filone di studi e lavori coesiste la volontà di recuperare le componenti culturali non-eurocentriche della storia del Paese e l’idea di compensare in qualche modo i nativi della sottrazione delle loro terre. E tuttavia ci accorgiamo subito che è del tutto inappropriato parlare di "senso di colpa". Per la quasi totalità degli americani bianchi, ricercatori e studiosi compresi, è del tutto impensabile mettere in discussione il modo in cui i territori sono stati colonizzati a spese dei loro abitanti originari. Alcune considerazioni molto appropriate a questo proposito sono state formulate dal sociologo Davide Sparti, nato negli USA da genitori ebrei e grande studioso della cultura afroamericana:

«In Davanti al dolore degli altri Susan Sontag nota che l’Olocausto è stato ’nazionalizzato’ e trasformato in vettore di una politica della memoria singolarmente dimentica dei propri crimini, [di momenti storici] in cui l’America non ha svolto il ruolo di liberatore, ma piuttosto di carnefice. Dopo decenni di relativa indifferenza, la memoria e il riconoscimento del genocidio ebraico negli Stati Uniti hanno conosciuto un risveglio e anzi una vera e propria appropriazione da parte dell’industria dello spettacolo hollywoodiana (si pensi al fortunato serial televisivo Holocaust, del 1979). Washington, città abitata in maggioranza da afro-americani, , diventa sede di un museo dell’Olocausto di proporzioni grandiose, piuttosto che il luogo nel quale si commemora lo sfruttamento di milioni di schiavi africani (o lo sterminio degli indiani d’America). Il nazismo diventa così, a contrario, una legittimazione dell’Occidente liberatore, confermando la presunta ’eccezionalità’ americana. […] La sofferenza dell’ebreo viene riconosciuta come parte della storia morale del mondo, eppure ciò non sembra valere per i neri [o per i nativi americani]. La storia degli ebrei, onorata o meno, è quanto meno nota. La storia nera è ignorata o svilita (quando i neri si sollevano, come i ragazzi e le ragazze di Watts, sono considerati non eroi, ma teppaglia).
Un gesto come quello di Willy Brandt che domanda perdono inginocchiandosi a Varsavia ai piedi del monumento alla memoria delle vittime del genocidio nazista, manca nella storia degli Stati Uniti. La Germania si è scusata con gli ebrei, ha riparato economicamente e continua a farlo. Fa parte della giustizia. Gli Stati Uniti non hanno mai chiesto scusa» [1].

Né si sognano di farlo. Per i neri come per i nativi.
La cosa più difficile con cui ci confrontiamo giorno dopo giorno è lo scontato paternalismo, il senso di indiscutibile, ontologica superiorità con cui gli statunitensi bianchi si rivolgono ai nativi. È una sorta di habitus mentale che sovrasta qualsiasi altra considerazione. Persino i benefattori, che firmano senza esitare assegni per decine di migliaia di dollari a supporto delle istituzioni per la cultura nativa, e che, con pari nonchalance, pagano cifre molto maggiori per acquistare gioielli, ceramiche, sculture, kachinas (elaborate bambole rituali), canestri e altri oggetti di artigianato, persino loro si rivolgono alle persone cui hanno appena riconosciuto in contanti lo status di artista da una distanza semplicemente invalicabile e non ci stupiremmo di sentirli sillabare le loro risposte come si fa con gli stranieri o con i bambini blandamente ritardati.

Il momento più difficile è quando Moira viene invitata a una danza indiana nel pueblo di Tesuque, a nord di Santa Fe. È allora che scopre perché in questa zona ci sono più riserve e i nativi sono sopravvissuti in percentuale maggiore rispetto al nord-est del Paese. Nel New Mexico, conquistato da una cultura di matrice cattolica, gli interrogativi morali sullo sterminio degli indiani sono arrivati prima rispetto alle zone colonizzate dai protestanti (è il 1552 quando Bartolomé de Las Casas dà alle stampe la sua Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie). Dopo le iniziali spedizioni di Coronado, in cerca delle città d’oro di Cibola, la penetrazione vera e propria nel territorio avviene a partire dal Seicento, e cioè in piena Controriforma quando il proselitismo cattolico parte all’assalto dei territori da poco raggiunti e la Chiesa romana conduce quella che Jean Delumeau ha definito «l’offensiva spirituale nell’universo pagano che le si apriva davanti». In questa vera e propria sfida per l’evangelizzazione, i missionari spagnoli hanno imposto alle tribù indiane la conversione, l’incorporazione della Trinità nel pantheon indiano e la conseguente partecipazione alla messa. In cambio è stato accettato e anzi giustapposto alla liturgia come sorta di curiosità folkloristica, il complesso di danze e canti che scandiva la vita dei nativi.
Per questo, appena il gruppo che comprende anche Moira arriva nel villaggio, il nativo che va loro incontro li conduce a vedere la chiesa cattolica appena restaurata e, del pari, il sacerdote locale assiste pacato allo spettacolo di danze della fertilità che si svolge nella piazza antistante. I bianchi sorridono, scattano foto e applaudono in un misto di ammirazione e stupore. Quando però la danza volge alla conclusione le signore (fra cui molte delle benefattrici già citate) cominciano a dare segni di nervosismo e a bisbigliare tra loro. Quando Moira chiede qualche chiarimento, le viene spiegato con molta pazienza che, prima che si apra il mercato e si possano acquistare oggetti d’arte o anche semplici souvenir legati alla cerimonia -momento decisamente fun- i nativi hanno la "spiacevole" abitudine di invitarti a tutti i costi a casa loro, di preparare per l’ospite un pasto che secondo le signore è unto, pesante, immangiabile. Una addirittura se ne esce con la definizione (abbastanza paradossale in bocca a un americano) di «schifezze ultracaloriche». Altri commenti toccano la scomposta rumorosità dei figli dei nativi (coperta dall’identico rumore di televisioni che permea le case dei bianchi), o ancora l’igiene delle abitazioni (che, per la cronaca, non sono più tende o grotte nelle mesas attorno al pueblo ma case normalissime, solo meno monumentali di quelle delle signore bramose di acquisti fun). Il pranzo oscilla fra imbarazzo e disagio. Quando si conclude, le signore, che hanno declinato gran parte di quel che veniva loro offerto spiegando a Moira che comunque i nativi mica si offendono, sono finalmente libere di scatenarsi nell’acquisto. I visi, fino a quel momento corrucciati nell’espressione di chi trova una merda sul bracciolo del divano, si distendono nella riconquistata felicità del fun da shopping.

Sì, perché Santa Fe è anche una delle città più ricche degli States. Il clima piacevole, la vivacità culturale, la scarsa criminalità, ne fanno una delle mete che, analogamente a certe località della California o della Florida, gli americani benestanti prediligono per passare gli anni della loro vecchiaia. Una volta usciti dal piccolo centro racchiuso tra Plaza e cattedrale, l’area urbana si sviluppa su un territorio vastissimo. Le larghe avenues a quattro o sei corsie congiungono quartieri frammentati, esplosi in cui proprietà estese includono larghi lotti coltivati a giardino e sono separate da tratti altrettanto ampi di terreno ancora selvaggio e dove gli unici centri di aggregazione sono le scuole, come quella vicina a casa di Pam, e i mini-mall con supermercati, fast food e qualche negozio specializzato (un istallatore di parabole satellitari, una ferramenta) che servono per le piccole necessità improvvise.
Per le spese più ingenti, dall’arredamento all’elettronica, dalla ferramenta alle auto, basta seguire l’avenue principale fino a quando i muretti delle ville lasciano spazio a lunghi tratti di strada anonima ai cui lati progressivamente appaiono edifici a un piano. È in questa sorta di non-luogo, irreale e sospeso, un altro dei panorami visti e rivisti all’infinito al cinema e in televisione, che le agenzie di autonoleggio e i concessionari, le pompe funebri e i ristoranti, i benzinai e i negozi d’arredamento si susseguono a decine, sfilacciati in una vastità di spazi che fa pensare subito a una comunità estremamente prospera. Ma basta svoltare in uno dei viottoli che intersecano le arterie principali per vedere l’altra faccia di Santa Fe.
Un giorno un tassista di origine messicana taglia per una di queste scorciatoie e il paesaggio cambia radicalmente. Siamo nel territorio delle roulottes arenate per sempre su piattaforme di calcestruzzo, dei nudi prefabbricati in alluminio o delle baracche leggermente più elaborate e abbellite da verande in plastica, con tetti di lamiera ondulata, siepi rachitiche o decorazioni miserabili tra cui spicca, oltre all’immancabile bandiera a stelle e strisce, qualche altarino sormontato da croci in plastica violacea o immagini a grandezza naturale della Virgen de Guadalupe. Per il resto è la desolazione del ghetto: le case si addossano le une alle altre, interrotte solo qua e là da lotti desolati e pieni di sterpaglia. I cortili sono chiusi da steccati malfermi, spesso incompleti, pallida imitazione delle mura che chiudono le proprietà dei ricchi. Dentro, si intravvede un’accozzaglia di materiali che rimandano all’illusione di momenti felici da condividere e nel contempo la negano esibendo il loro stato di desolato abbandono: barbecue arrugginiti, pile di pneumatici, automobili familiari in vari stati di dissoluzione accanto a bassi veicoli sportivi semismontati per qualche modifica, canestri sbilenchi, sdraio sfondate, sculture di personaggi da cartoon sbiancate dal sole. Il taxi esce dalla stradina e torna sui vialoni ariosi del consumo, dove tutto è pulito e la luminosità abbagliante delle merci aiuta a tenere lontano la paura della miseria e della violenza alimentate da questo macroscopico squilibrio.




[1] D. Sparti, Musica in nero. Il campo discorsivo del jazz, Bollati Boringhieri 2007, pp. 188-89.





pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 13 agosto 2008