Have fun! #2

Moira Bubola & Teo Lorini



II. No Country for Old Men

Quella di un bambino è l’immagine che ci si presenta più spesso quando vediamo gli statunitensi alle prese con le faccende della vita quotidiana. Si piange e si ride in contesti che a noi europei sembrano del tutto incongrui, con una trasparenza e una mancanza di filtri che ha in sé la purezza dell’infanzia. Alla fine dei film è normale che la sala esploda in un applauso estatico. Ogni sforzo dialogico è fatto per creare empatia nel prossimo. Moira, che si è iscritta a un breve corso di public speaking, torna a casa stupefatta dopo la prima lezione. L’età media dei corsisti è attorno ai trent’anni ma, quando viene loro proposto di presentarsi al resto della classe come piccolo esercizio di riscaldamento, non esitano a raccontare episodi intimi e a condividere problemi e sfortune con dei perfetti sconosciuti. La prima a prendere parola è la più giovane, una ragazzona procace che sembra esplodere dagli hot pants rosso ciliegia e dalla camicetta a fiori annodata sopra l’ombelico. «Mi chiamo Billie Jean», inizia «e vengo dal Texas». Dopodichè il labbro inizia a tremarle e, piangendo, racconta a tutti gli errori (un figlio a 16 anni, un aborto, un sacco di soldi perduti) di una vita troppo sfortunata per i suoi 25 anni. Conclude la sua presentazione fra singhiozzi e applausi e Raylene, la ragazza che prende la parola dopo di lei, le si rivolge chiamandola per nome, come se la conoscesse dalle elementari: «Io sono stata più fortunata di te, Billie Jean, ma tu hai coraggio da vendere». Non è un vezzo di Raylene, anzi. Persino al telefono con gli sconosciuti, gli impiegati dei call center, quelli che iniziano con: «Sono Ron, come posso aiutarla?», si risponde sempre: «Ciao Ron, sono Billy e mi serve…».
L’importante è creare subito un rapporto, meglio: un’empatia, un legame non sofisticato o articolato, ma emozionale, come quello dei bambini all’asilo o al campo giochi. In un popolo i cui membri vengono tutti da un Altrove, in una Nazione costruita sul valore cardine dell’integrazione il Bambino è per definizione il soggetto privilegiato, colui che necessariamente risulta più integrato di chi lo precede. Gli immigranti dovevano essere rapidi ad adeguarsi al Nuovo Mondo, pena il restare indietro, diventare disadattati o, molto letteralmente, dropouts, gente che la marea della storia e della sorte ha lasciato cadere. I figli nati sul suolo americano diventano, allo stesso tempo, simbolo di tale riuscita e portatori di rinnovata competizione. In primis nei confronti della generazione che li precede e che, con la sua relativa integrazione, i suoi valori ancora europei, il suo inglese maneggiato a fatica è fonte di imbarazzo sociale a sua volta destinata a perpetuarsi nel confronto con la propria discendenza, come succede nelle pagine cariche di tenero imbarazzo che John Fante dedica ai suoi genitori o in quell’immensa parabola dell’integrazione che è la Pastorale americana di Philip Roth.
Il Bambino, con i suoi tentativi sempre e comunque incoraggiati, con i suoi successi applauditi e celebrati ad infinitum, è allora il simbolo del Nuovo e l’autentico protagonista della Famiglia Americana. Ne deriva un’esaltazione degli atteggiamenti infantili in cui l’adesione, tipica dei bambini, a comportamenti e valori omogenei e assoluti, si esaspera e si trasforma in spinta all’uniformazione. Le abilità socio-comunicative sono un requisito basilare, mentre al riflessivo, al prudente, in una parola al Solitario si guarda con sospetto, come a un potenziale disadattato, incapace di contribuire al benessere della collettività. Essere soli non è mai una scelta, ma un sintomo di emarginazione.
La costante ricerca del fun, dell’attività appagante ma nello stesso tempo frenetica è così un modo per esorcizzare questo fantasma. Impiegare il tempo libero in un’attività sola è inconcepibile.

Quando Pam legge ha come minimo il televisore acceso e quando poi chiude il libro per seguire un programma aspetta quasi con ansia i break pubblicitari per alzarsi e preparare qualcosa da bere, afferrare uno spuntino, fare una telefonata, correre a guardare l’e-mail. La sera in cui alcuni colleghi dell’Istituto ci invitano ad uscire, passiamo ore in auto, prima verso il mall, dove decidono di fermarsi per comprare un regalino ai figli rimasti a casa, poi alla volta del bar dove beviamo qualcosa prima di cena e di seguito verso il ristorante che si trova dall’altra parte della città. Abbiamo appena finito di mangiare, la digestione inizia e il dialogo langue, in attesa di trovare gli argomenti su cui potremmo parlare per il resto della sera. Ma il silenzio è troppo per i nostri commensali. Lo capiamo dai loro gesti nervosi, dalla ridda di proposte per riempire il tempo da qui alle undici. Non serve che tentiamo una timida protesta. È deciso, si riparte. Dobbiamo assolutamente raggiungere un promontorio da cui si gode uno splendido panorama di Santa Fe e del deserto attorno. Contagiati dal clima di entusiasmo, facciamo degli «Oooh!» di stupore a cui loro si uniscono subito, come fosse la prima volta che salgono quassù.

Allo stesso modo le esperienze che per definizione non sono fun, sono causa di profondissimo imbarazzo quando non addirittura di aperto disagio. Un pomeriggio Pam, che alla soglia dei settant’anni lavora ancora a ritmi massacranti, ha una crisi di tachicardia e Moira si offre di accompagnarla all’ospedale, cosa che avviene solo dopo infinite insistenze e quando ormai la nostra amica sente il fiato farsi corto. Pam viene trattenuta per accertamenti e le viene praticata un’operazione per liberare le coronarie e scongiurare il rischio di trombi o occlusioni. Ritorna a casa con la macchina per l’ossigeno -siamo pur sempre 2000 metri sopra il livello del mare- l’obbligo di non andare al lavoro e il divieto di compiere sforzi. Ma il 4 luglio è tra pochi giorni e lei ci resta male quando ci offriamo di fare un po’ di spesa e festeggiare in giardino, anziché andare fino alla Plaza al centro di Santa Fe per il tradizionale banchetto patriottico sotto il sole cocente. Di queste e delle piccole traversie sanitarie della convalescenza Pam parla pochissimo e si direbbe quasi con un senso di vergogna. Peraltro molte delle sue amiche, anziché telefonare o informarsi direttamente, preferiscono avvicinarsi con aria circospetta e sussurrare le loro domande a Moira.

L’unico modo per superare il disagio è la condivisione collettiva, senza filtri o barriere, con cui Billie Jean scoppia in lacrime davanti a una platea di sconosciuti o l’ospite televisiva di turno strozza le parole in gola e si lascia sfuggire un singhiozzo che scatena l’applauso liberatorio.
«Dove noi europei esercitiamo la riflessione e l’astrazione», riflette Moira: «gli americani lasciano prevalere l’empatia. Hanno un’emotività che noi abbiamo perduto: se ridi, ridono; se piangi, piangono. Nello stesso tempo, però, fanno una fatica sovrumana a strutturare un pensiero elaborato». Assistiamo a una proiezione di CSNY-Déjà vu, il documentario diretto da Neil Young che racconta la riunione del supergruppo con David Crosby, Stephen Stills e Graham Nash.
Nel 2006 infatti i quattro sono tornati a esibirsi in una tournée battezzata "Freedom of Speech Tour" e incentrata sulle canzoni di Living with war, album in cui Young ha violentemente criticato la guerra in Iraq e -più in generale- il clima da crociata e le menzogne con le quali l’amministrazione Bush ha giustificato la sua politica di intervento militare e di riduzione delle libertà civili. Nelle due ore di Déjà vu si alternano riprese dai concerti a momenti più propriamente documentaristici, con interviste e testimonianze. Lo sforzo è encomiabile ma, a conti fatti, l’unico messaggio finale è che, se la guerra è un male, questa guerra lo è in modo particolare.
Tanto nel film, quanto durante la conferenza stampa in cui Young fa salire sul palco un reduce e la madre di un marine caduto e li stringe in un abbraccio che fa esplodere la platea nel solito applauso commosso, manca qualsiasi riflessione sulle dinamiche elettorali, sulla situazione in Medio Oriente o anche, semplicemente, su che fare ora e nel futuro che attende gli Stati Uniti alla fine dell’era Bush. Sono considerazioni che non spettano a un cantautore, è chiaro, ma quando anche i giornalisti presenti si limitano ad applaudire con gli occhi lucidi, a noi non resta che guardarci con perplessità.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 12 agosto 2008