Have fun! #1

Moira Bubola & Teo Lorini



I. Déjà vu

La prima cosa che colpisce è lo spazio. E il cielo.
Ai lati della superstrada che va dall’aeroporto di Albuquerque a Santa Fe le colline e le dune coperte di cespugli a macchie si stendono fino a dove l’occhio si perde. Qua e là, in lontananza, vediamo passare anche montagne un po’ più alte, con le strisce rosse e quelle color argilla che segnano le ere geologiche. E, sopra di noi, un cielo che non finisce mai, che la nostra vista non riesce ad assorbire e a contenere. Dovunque giri lo sguardo, appaiono sempre nuove porzioni di azzurro e nuvole d’un bianco abbacinante. Inizia qui lo straniamento tra ciò che osserviamo per la prima volta con i nostri sensi e le milioni di immagini che ci portiamo dentro sedimentate da anni di film. Tra l’America fotografata, raccontata, fantasticata innumerevoli volte e quella che ora scorre fuori dal finestrino e ci riempie gli occhi, vera, molto più luminosa e infinitamente più vasta. Ci vengono in mente i western eroici, quelli con Gary Cooper, con James Stewart e soprattutto quelli con John Wayne. Chi ha fatto in tempo a vedere le cavalcate del Duca sullo schermo enorme di un cinema magari ha intuito qualcosa di simile all’immensità che stiamo attraversando ora, ma noi che abbiamo conosciuto tutto quell’immaginario solo nell’acquario microscopico e rassicurante della tv, abbiamo l’impressione di una gigantografia dilatata, esplosa dalla sua cornice fino a ingoiarci entrambi.
A est il suolo si solleva nel massiccio del Sandia che per qualche minuto intacca l’enorme quantità di azzurro a nostra disposizione. Quando il panorama torna ad appiattirsi scorgiamo in lontananza un ammasso di nuvole che rabbuia il cielo. «È la stagione dei monsoni», spiega il tassista. Ci indica delle zone in cui il fronte del temporale si addensa, colonne di nubi dalla tonalità più scura scendono fino a lambire le montagne. «Lì la tempesta sfoga. Quelle sono le zone in cui cade la pioggia». Come una conferma, un lampo violaceo attraversa una delle colonne e ci resta impresso nella retina.
Dall’altra parte della strada un gruppetto di grattacieli spicca nella distesa di fabbricati bassi segnalando la zona che costituisce il centro logistico di Albuquerque. In distanza il sole si fa sempre più vicino alla linea dell’orizzonte, fino a quando anche l’ultimo arco scompare e il rosso intenso che screzia le nuvole sembra disegnare la sagoma di un’aquila.

Il tassista ci lascia da Pam, la signora che in queste settimane ci ospiterà, in una casa tanto grande da farci chiedere chi altri viva con lei. In realtà, come scopriamo presto, l’aveva acquistata con il suo compagno ma le cose sono andate diversamente e ora ci abita da sola. Ma non è per tenersi compagnia che accende la tv appena mette piede in casa né il caldo a farle lasciare ininterrottamente in funzione i ventilatori. Il rapporto degli statunitensi con le risorse, e soprattutto con il loro spreco, è l’altra esperienza di cui abbiamo sentito raccontare all’infinito ma di cui, fino a ora, non eravamo riusciti a immaginare la profondità. Se tutti consumassero al ritmo degli USA, avevamo letto da qualche parte, ci vorrebbero sei pianeti per garantire alla specie umana le risorse necessarie.
Pam è molto distante dallo stereotipo dell’americana tipica che Teo si aspettava. Oltre ad avere una visione più ampia della media dei suoi connazionali su temi come la politica internazionale, l’economia, la storia, ha anche una notevole attenzione all’ambiente. Ne abbiamo la riprova quando ci parla del suo mestiere di ingegnere idrico accalorandosi su quanto sia importante tutelare e amministrare l’acqua in uno stato arido come il New Mexico. Ecco perché ha istallato ventilatori al posto dell’aria condizionata che (questa davvero secondo lo stereotipo) è onnipresente e a temperatura glaciale pressoché ovunque.
E tuttavia persino Pam ha con qualunque tipo di consumo un rapporto tanto diverso dal nostro da lasciarci spesso senza parole.
Come quando scopriamo che ha un televisore in ogni stanza, compreso quello da oltre 2.000 dollari che acquista durante la nostra permanenza per piazzarlo in un living-room in cui nessuno mette mai piede, come nel salotto "buono" delle nonne italiane; siamo abbastanza in confidenza per permetterci una battuta sull’acquisto ma lei ci spiazza con un’ironia tanto sottile quanto inaspettata: «Ehi, cosa vi aspettavate? Sono americana, no?».
O come quando Moira si innamora di un paio di scarpe decisamente fuori budget e gliele mostra, dicendo: «Ho fatto una pazzia». Pam è completamente stupefatta. Non riesce proprio a concepire che una persona con un impiego e una carta di credito a disposizione possa porsi dei limiti di spesa su inezie come il vestiario o il ristorante in cui cenare. La riprova di questo livello d’incomunicabilità arriva pochi giorni dopo, quando l’ennesimo temporale monsonico ci fa scoprire una piccola infiltrazione dal soffitto della cucina. Senza aspettare un minuto Pam afferra il telefono e prenota, per 20.000 dollari, una ditta specializzata che in fretta e furia le scopre, ricopre e isola da cima a fondo tutto il tetto.

Nonostante questo, Pam rimane una persona assennata e prudente rispetto alla media dei suoi concittadini per i quali, ed è un’altra delle scoperte che facciamo prestissimo, ogni cosa esiste e si completa nella misura in cui è occasione di Divertimento. Fun è la parola magica che trasfonde significato in ciascuna esperienza. Andare a teatro, al cinema, a fare una gita, persino la spesa dev’essere fun (e infatti i supermarket rigurgitano di merci coloratissime e cartelli che allettano con occasioni imperdibili). E, naturalmente, il modo migliore per assaporare a fondo il fun è arricchire l’esperienza in questione del maggior numero possibile di stimoli.
In primo luogo sensoriali.
Ecco allora i giocattoli e i gadget (magliette, fermagli, portachiavi, cd, cappellini, tazze…) con il logo di qualsiasi catena in cui ci troviamo a entrare, dall’immancabile caffetteria Starbucks ai cinema, dal franchising di cibo cinese Panda Express a una specie di supermercato dell’erboristeria chiamato Pharmaka. Non esiste visita al museo senza un passaggio dal gift shop, né gita a cui possa mancare il souvenir. E non basta ancora. Lo scopriamo la prima volta che facciamo benzina e, al momento di pagare, ci invitano a scegliere in una rastrelliera di schifezze il free snack a cui ha diritto chiunque spenda più di 30 dollari. Il nostro rifiuto getta il commesso in una tale prostrazione che ci sentiamo obbligati ad afferrare dei repellenti cracker al formaggio. Oppure la prima volta che andiamo al cinema e la ragazza dei popcorn rimane interdetta di fronte alla richiesta di una confezione piccola. «Ma lo sapete» ci mette in guardia: «che con 5 cent in più potete prendere quella maxi?». Naturalmente cediamo e così lei, sollevata, ci indirizza a un banchetto self service dove la clientela può guarnire il suo mezzo chilo di popcorn con supplementi di sale, zucchero e persino con un olio aromatico che cola a fiotti da una cannuccia presso cui stanno facendo la fila i bambini.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 12 agosto 2008