Il sol dell’avvenire

Teo Lorini



Breve ricordo personale. Un pomeriggio nebbioso di una quindicina di anni fa, stavo polemizzando sulla storia degli anni di piombo con un compagno di collegio più grande di me, un laureando in scienze politiche, di nome Luigi. Grande promessa della sezione giovanile del PSI, dopo le indagini del pool di Milano, le sentenze definitive, la fuga e la latitanza craxiana, il napoletano Luigi trascorreva il periodo della transizione post-tangentopoli barcamenandosi tra un partito e l’altro; ormai immagino sia serenamente approdato al PdL, superando le remore che, ancora alla metà degli anni ’90, l’alleanza Berlusconi-Bossi suscitava nei giovani meridionali che facevano politica. Per una di quelle coincidenze che si verificano di continuo nella ma che in un romanzo suonerebbero stonate, Luigi e io ci trovavamo proprio in via Larga quando la discussione si è infiammata. Ricordo che, con l’ingenuo slancio del diciottenne che ero, avevo indicato piazza Fontana rimproverando al mio compagno che i suoi giudizi, tanto pacati, sulla storia di quel periodo sarebbero stati meno asciutti se avesse avuto un parente ammazzato da una delle tante bombe di Stato. Luigi s’era fermato, aveva sospirato e mi aveva risposto con calma: « Guagliù, ma che ragionamento è? Noi possiamo discutere pure tre giorni, lo sai. Ma almeno le cose fondamentali teniamole presente, dai». Poi, con pazienza, aveva proseguito: «Ma secondo te giustizia e vendetta sono la stessa cosa? Se la Legge prevede l’esistenza di un giudice e di una corte, ci sarà un motivo, no? Ti pare che uno che già porta un lutto così grave, tenga pure l’obiettività per valutare, per stabilire una pena? Se leggi e sentenze le devono fare le vittime stiamo fermi al codice di Hammurabi. Occhio per occhio, dente per dente, non ti pare?».
Non so se se ne fosse reso conto, ma in quelle tre frasi Luigi aveva appena racchiuso una lezione sulle istituzioni basilari della democrazia. Una lezione che mi torna spesso alla mente in questi anni difficili, quando anche le verità più ovvie e assodate vengono messe disinvoltamente in discussione, pervertite, riviste.

Ci ripensavo anche l’altro giorno, leggendo sui giornali le dichiarazioni che il poeta e (forse proprio per questo) ministro dei Beni Culturali, Sandro Bondi, ha rilasciato in merito al film di Gianfranco Pannone presentato al Festival di Locarno.
Scritto con Giovanni Fasanella, Il sol dell’avvenire è un documentario che ripercorre, con l’aiuto di Alberto Franceschini, Tonino Loris Paroli e Roberto Ognibene (tre ex-brigatisti usciti dalla prigione dopo aver scontato la loro pena) le riunioni dell’Appartamento, una comune reggiana formata nel 1969 da giovani delle più svariate provenienze (esuli del PCI, anarchici, trotskisti, cattolici). In quel crogiolo di ideali e di passioni tanto disparate, attraverso confronti, discussioni, tensioni ideali, fraintendimenti e terribili errori nacque, per alcuni di quei giovani, la scelta di dedicarsi alla lotta armata, dando vita a una delle colonne delle Brigate Rosse.
Ignoro se il ministro Bondi abbia visto Il sol dell’avvenire prima di dichiarare ai giornali: "quel film offende le vittime del terrorismo" e "ho dato precise disposizioni perché in futuro lo Stato non finanzi più prodotti filobrigatisti". È però con un certo stupore che il pubblico presente in sala ha appreso che il primo finanziamento a Pannone è stato decretato non dal governo guidato dal sovversivo stalinista (e pure filobrigatista, via) Romano Prodi, bensì dal ministero dei Beni Culturali presieduto dal ministro di stretta osservanza berlusconiana Rocco Buttiglione.
Lasciando per un istante da parte le polemiche del ministro-poeta, vale la pena di riferire che l’opera di Pannone è stata accolta e seguita con enorme interesse. Lontana da tentazioni apologetiche o celebrative, il film svolge esattamente il ruolo che dovrebbe spettare a un documentario, ovvero quello di enunciare dei fatti e porre dei problemi, senza aderire a tesi preconcette né orientare preventivamente lo spettatore. Pannone si occupa in primo luogo di ricostruire il clima storico-politico di fine anni Sessanta nella Reggio Emilia medaglia d’oro della Resistenza, nella città in cui il governo Tambroni aveva ammazzato cinque cittadini nel luglio del 1960, fra quella gioventù che si sentì tradita dalla scelta del PCI togliattiano di abolire qualsiasi ipotesi rivoluzionaria. Certo, sentire un dirigente locale del Partito Comunista raccontare dei contatti avuti con Franceschini dopo l’entrata in clandestinità e di "offerte" che furono fatte al futuro capo brigatista affinché ritornasse su quella decisione, può dare fastidio e rievocare la celebre definizione dell’album di famiglia coniata da Rossana Rossanda. Come può essere disturbante il distinguo di Tonino Paroli fra "il terrorismo", ovvero la violenza vile e indiscriminata delle bombe fasciste e "la lotta armata", rivolta contro bersagli più o meno dichiarati e riconoscibili. Lo stesso Fasanella, nel dibattito seguito alla fine del film, ha rifiutato questa interpretazione, ribadendo a Paroli, presente in sala, la sua condanna degli atti omicidi e criminali compiuti dalle BR (peraltro, all’epoca della "svolta militarista" delle BR, Paroli si trovava già in carcere dove è rimasto sino al compimento della sua pena). Tutto questo, val la pena di ripeterlo, può turbare e infastidire, ma è necessario. Per non smettere di interrogarsi, come invece vorrebbe lo Stato di cui Bondi è ministro, per riportare l’attenzione su un periodo fondamentale, e troppo facilmente rimosso, della storia del nostro Paese. E anche per chiedersi, come hanno fatto sia Gianfranco Pannone sia, a più riprese, Maria Fida Moro, se sia più offensivo per le vittime un film che pone dei problemi o uno Stato che ha accettato, come nel "mistero infinito" del delitto Moro, che l’unica verità ufficiale sia quella, lacunosa e contraddittoria, che i terroristi hanno deciso di raccontare.
Era allora prevedibile che Il sol dell’Avvenire suscitasse polemiche e accuse tanto da destra, quanto da sinistra. Per il PD ha provveduto, con prevedibile puntualità, un campione della retorica revisionista e pacificatrice come Luciano Violante (ovviamente senza avere visto il film). Chi invece ha voluto assistitere alla proiezione del documentario si è trovato con qualche interrogativo in più, qualche concetto preconfezionato in meno e la speranza che ci sia ancora qualcuno nel cinema italiano (e naturalmente pensiamo anche al Sorrentino de Il Divo o al Garrone di Gomorra) non del tutto arreso alla Restaurazione imperante, a quella «intossicazione delle strutture della vita, dell’organizzazione sociale e professionale, delle forme economico-politiche e democratiche, delle finalità scientifiche e tecnologiche, della religione, dei media, del pensiero, della cultura, dell’arte» che Antonio Moresco denunciava con allarmante preveggenza già anni fa e che di giorno in giorno si fa più insistente e pervasiva. Quel famoso pezzo proseguiva chiedendo se «dobbiamo aspettare 10 o 20 anni per veder descritto nei libri [questo clima di Restaurazione] o lo possiamo, lo vogliamo, lo dobbiamo vedere e dire lucidamente adesso, mentre ci stiamo vivendo dentro? 
E ancora -detto in un altro modo- abbiamo o no la responsabilità di mostrare la macchina in azione nel momento stesso in cui agisce o dobbiamo mettere la testa sotto la sabbia, tirare a campare e aspettare di vederla inoffensivamente descritta domani, come abbiamo letto -seduti in poltrona o prima di addormentarci- le narrazioni di altri periodi di restaurazione descritti da chi ci è vissuto dentro? E a leggere sembrava tutto chiaro ed era facile stare dalla parte dell’autore che ce ne mostrava il peso sulla vita umana e la sofferenza e il prezzo e ci dicevamo: "Cazzo, ma com’erano mediocri, ciechi, vili, trasformisti e corrotti gli uomini di quel tempo!"».
Nel contesto di questo stritolamento dei valori, in questo clima in cui anche le evidenze più lampanti ed elementari vengono messe in discussione e svuotate con l’arma della retorica più servile e strisciante, il coraggio con cui Fasanella e Pannone hanno scelto di non arrendersi e di sfidare la vulgata che tanto piace al ministro Bondi e al deputato Violante, sembra una boccata di ossigeno, un soffio di speranza.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 10 agosto 2008