Lula dice

Andrea Tarabbia



Lula dice che da quel momento in poi non sarebbe più stato possibile tornare indietro.
Dalla città deserta, in basso, non veniva alcun rumore, dopo che tutti erano morti e che il vapore rosso dello scoppio aveva cominciato a disperdersi nello spazio. Si vedono le vie, se guardi bene, aveva detto Lula affacciandosi dallo spiazzo, e quello che rimane degli altri grattacieli distrutti. Non c’è più nessuno, aveva risposto Giulia, lì c’era il teatro dell’opera, ne riconosci lo scheletro?, aveva detto, e laggiù c’era la nostra casa. Bisogna ricominciare, aveva risposto Lula, ci siamo riposati abbastanza.
Lula dice che Giulia aveva bevuto un po’ d’acqua, e aveva preso dalla betoniera un secchio di cemento, mentre lui aveva avvicinato al cornicione del tetto due lunghe travi di ferro e i pioli. Mi fa ancora paura guardare giù, aveva detto Giulia, sono più di cento piani, e ho freddo. Per quando saliremo, aveva risposto Lula, bisogna ricordarsi di mettere negli zaini il maggior numero di maglioni pesanti, e bisogna portare anche qualche foglio di giornale da mettere sotto la camicia per ripararci dal vento. È tutto ammucchiato nella tenda, aveva risposto Giulia, insieme alle scorte di cibo; spero solo che le corde, giù in basso, reggano a lungo.
Lula dice che quando avevano cominciato a costruire la scala, in strada, avevano pensato di poter andare a trovare Dio. Lui aveva appoggiato le prime due travi al corpo dell’edificio, le aveva legate strette con delle corde alla struttura d’acciaio e aveva cominciato a infilare, con pazienza, i primi pioli. Bisogna che mentre io proseguo nella costruzione della scala, aveva detto a Giulia, tu mi stia di fianco, sempre, e costruisca una torre di mattoni parallela che salga con la stessa velocità con cui sale la scala: dobbiamo sempre avere un piano dove riposarci e dove mettere gli attrezzi. Giulia aveva iniziato, dalle rovine, a raccogliere i mattoni rimasti intatti, e insieme, dall’interno del grattacielo, avevano portato sul tetto la betoniera funzionante. Se la facciamo lavorare anche di notte, aveva detto Giulia, non potremo dormire, anche se la mettiamo lontana dalla tenda. Non importa, aveva risposto Lula, ciò che conta è fare in fretta.
Lula dice che la costruzione della scala e della torre di servizio proseguiva velocemente, e che spesso si lui fermava per assicurare le travi con le corde al grattacielo, e che ogni tanto scendeva di qualche piano, per controllare che la struttura tenesse. Lula dice che ciò che c’era maggiormente da temere era che, una volta superata l’altezza del grattacielo, la scala non avrebbe più avuto nessun appoggio, salvo quello, un po’ precario, della torre ausiliaria: bisognava, finché era possibile, legare la scala e renderla stabile. Lula dice che, quando le prime travi si librarono nell’aria al di sopra dello spiazzo del tetto, lui e Giulia guardarono in alto, nel vuoto che avrebbero voluto raggiungere, e sorrisero. Dice anche che non pensarono mai di essere gli ultimi rimasti in Europa e che questo forse accadeva perché, a quell’altezza, la polvere rossa non arrivava e non bruciavano gli occhi. Giulia spalmava il cemento sulla superficie della torre e costruiva un giro di mattoni; poi si riposava mentre Lula, in piedi, infilava i pioli, oscillando nel vento insieme alla scala.
Lula dice che, presto, il tetto e la tenda erano scomparsi alla vista, dall’alto, e che ci volevano molte ore per scendere e tornare allo spiazzo. Dice che nessuno si era accorto che i mattoni e il ferro stavano per finire, e che quando Giulia lo fece notare non si poteva più tornare indietro. Si erano infilati tutti i giornali nel petto e avevano indossato tutti i maglioni, mentre Giulia, dallo zaino, aveva tratto l’ultima mela e si era seduta per dividerla, togliendo la buccia che a lui non piaceva. Lula dice che Giulia aveva guardato in alto di nuovo, verso le nuvole vicine e ci siamo quasi arrivati, aveva detto, sono felice.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica racconti il 3 agosto 2008