La lingua, la trama e il resto

Tiziano Scarpa



Non sono d’accordo con l’impostazione che Paolo Nori, nella sua recensione al romanzo Il bambino indaco di Marco Franzoso, dà a questa domanda: “e mi viene da chiedermi, e mi verrebbe da chiederlo a Franzoso, e a chiunque sappia la risposta, se l’attenzione rigorosa, maniacale, alla trama debba necessariamente andare a scapito della ricchezza della lingua e della varietà dei suoi colori, e viceversa”.

(Prima di andare avanti, un’osservazione: perché “maniacale”? Se si riferisce al romanzo di Franzoso, l’aggettivo “maniacale” è esagerato e gratuito: Il bambino indaco è raccontato molto bene, tutto qui).

Il romanzo di Marco Franzoso è narrato in prima persona. All’inizio, il protagonista torna a casa, la trova piena di carabinieri, deve mostrare la sua carta d’identità per avere il permesso di entrare nel suo stesso domicilio. Vede il corpo di sua moglie in un macello di sangue. Sua madre, imbambolata dai sedativi, viene portata via in barella. Dopo questo primo capitolo, il protagonista ci racconta che cos’era successo prima. E lo fa a modo suo. Con il suo tono, con la sua voce. Marco Franzoso si immerge nel modo di raccontare di questo narratore in lutto.

“Attenzione rigorosa, maniacale, alla trama”? Il romanzo non è soltanto l’esposizione della trama: è anche il ritratto del modo di esprimersi del protagonista-narratore nella sua situazione.

Nella sua recensione, Paolo Nori fa il confronto tra il primo romanzo di Franzoso, Westwood dee-jay, e questo recente Bambino indaco. Mostra quanto il primo fosse raccontato con una lingua multicolore rispetto al “bianco e nero” del romanzo appena uscito. “La cosa strana è che siano libri scritti dalla stessa persona”. Certo, la persona che li ha scritti è la stessa. Sono i narratori che li raccontano che sono diversi. Davvero è una cosa strana?

Ad ogni modo, non so quanto volontario sia il complimento di Paolo Nori. Perché è un complimento. Infatti, dire che “la cosa strana è che siano libri scritti dalla stessa persona” equivale a riconoscere che Marco Franzoso ha saputo immergersi in due modi di raccontare, cioè in due narratori, completamente diversi. Non ha scelto una volta per tutte una regola aurea estetica, applicandola a qualunque cosa racconti. Ha cercato di capire ogni volta che tipo è il suo narratore (personificato o implicito che sia), in quale situazione si trova a raccontare, con quali parole lo fa.

È interessante anche il modo in cui Paolo Nori riferisce una mia frase del risvolto di copertina del romanzo:

“Il bambino indaco è un libro dominato dalla necessità, che mi pare perfettamente controllata, di sviluppare una trama, alla quale, come dice Tiziano Scarpa nella bandella di copertina, ‘non smetti di tornare col pensiero’ dopo aver letto il libro.”

Nel risvolto di copertina, io dico invece: “Ho attraversato questa storia sotto tensione fino all’ultima pagina. Poi non ho smesso di tornarci col pensiero”. Ho scritto “storia”, non “trama”. Non è la stessa cosa. La trama è solo un elemento della storia. La storia è fatta anche dal modo in cui viene raccontata. Della storia fanno parte sia la particolare successione degli avvenimenti (la “trama”), sia i narratori che ce la raccontano, e il tono con il quale ce la raccontano.

Questa “storia” a cui non ho ancora smesso di tornare col pensiero, non è soltanto la trama, è anche il protagonista narratore, è anche la sua lingua desolata. È il suo lutto, la sua depressione, il suo senso di colpa per non essere stato adeguato all’enormità delle cose che gli sono capitate, è l’inverno spirituale della sua coscienza infelice in cui anche la lingua è profondamente triste, illuminata da un sole “biancastro”, come nota Paolo Nori.

È proprio il fatto che l’autore di Westwood dee-jay e di Il bambino indaco sono la stessa persona che rende ancora più nette le scelte linguistiche di ciascuno di questi due romanzi. Marco Franzoso ha già dimostrato che, se vuole, può far raccontare i suoi narratori con una lingua scoppiettante. Lo sa fare. Sono strumenti che domina perfettamente. A maggior ragione è significativo che in questo caso, per questa storia, abbia voluto percorrere tutt’altra strada.

In realtà, Il bambino indaco presenta una profonda coerenza fra lingua, narratore, trama: si racconta proprio una sottrazione di corpo, un’aspirazione all’evanescenza, all’astrazione perfetta, all’insubordinazione immacolata da parte della moglie del protagonista… Dunque, proprio la lingua in cui il protagonista si esprime ci fa sospettare che anche lui avesse un carattere predisposto a quello stesso slancio per la perfezione, per la stilizzazione, per l’eleganza del bianco e nero… Ci rende ragione del perché queste due persone, marito e moglie, in apparenza così distanti nelle loro convinzioni, abbiano potuto fare coppia. Insomma, gli elementi in gioco non sono soltanto tecnico-letterari, c’è qualcosa di più rispetto al rapporto fra “trama” e “lingua”.

In generale, allargando il discorso, a me pare che la lingua sappia fare tante cose, più di quelle che di solito prendono in considerazione i critici letterari, che tendono a privilegiare la funzione espressionistica, l’arguzia lessicale, la sagacia stilistica ostentata. Una fra le cose principali che sa fare la lingua è farti immaginare senza renderti conto che quelle che hai sotto gli occhi sono semplici parole. Perciò, fra le strategie che uno scrittore ha a disposizione c’è anche questa: scavalcare il più possibile l’apparenza delle parole, la loro verbalità esibita, non ricercare figure retoriche argute, aggettivazioni originali, per far sì che la mente del lettore, per così dire, “trapassi la parola” in quanto entità lessicale, e si abbandoni al suo apporto figurale, alla sua capacità di suscitare fantasticamenti e visualizzazioni, per attivare l’immaginazione. Naturalmente ci sono infiniti modi e gradazioni in cui questo si può fare (e Marco Franzoso, nel Bambino indaco, lo fa benissimo). Ma quel che ci tengo a sottolineare con forza è che comunque anche questa è una prestazione della lingua, fra le tante possibili: della lingua, più che della trama.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 25 febbraio 2012