Gli animali di Coetzee

Sergio Nelli



Il libro di Coetzee, La vita degli animali (Trad. it. di Franca Cavagnoli e Giacomo Arduini, Adelphi, 2003, pp.155, euro 6), che risale al 1999, presenta un racconto sulla insensibilità umana rispetto al dolore inflitto dalla nostra specie agli animali. Invece che fare delle conferenze, lo scrittore sud africano ha messo in piedi una narrazione (una specie di "racconto accademico") nella quale la fa da protagonista un personaggio che i suoi lettori conoscono bene, cioè Elizabeth Costello. Due conferenze sono diventate così un’occasione narrativa. La seconda parte è una specie di commento al testo e mette insieme brevi interventi sul racconto-conferenza di Elizabeth Costello-J.M. Coetzee da parte di interlocutori che sono amici e colleghi dello scrittore. Tra questi c’è il filosofo Peter Singer, conosciuto anche da noi e autore del famoso Liberazione animale (1975), sostenitore, tra le altre cose, dell’idea che il nostro specismo sia una forma di razzismo. Nel suo intervento, Singer gioca di rimessa e commenta divagando, come gli altri; fatta eccezione per la primatologa Barbara Smuts, che porta acqua propria e, accennando alla sua esperienza di vita con i babbuini, tocca un tema fondamentale di La vita degli animali, cioè la condivisione di una sensibilità, la possibilità di una comunicazione e di un’empatia.
Se l’Elizabeth Costello (Elizabeth Costello, Trad it. di Maria Baiocchi, Einaudi, 2004, pp. 192, euro 9,8), nel libro che porta il suo nome, parla di vita parlando di letteratura - di romanzo e di studi umanistici, di eros e di male -, nel suo primo atto, diciamo così, parla di animali.
C’è una qualità rara della sensibilità e del pensiero in questo libretto; un divagare che prende e mette alle strette, mentre mostra peraltro come si possa con semplicità – spostandosi dalla ritualità dei programmi letterari e filosofici, da presentazioni e lectures spesso esaurite in partenza - , aprire con una mossa inventiva, che sia veramente creativa e perciò vitale, veri e propri varchi a un diverso respiro.
"Signore e signori, sono passati due anni da quando ho parlato l’ultima volta negli Stati Uniti. Nel corso di tale conferenza citai quel grande affabulatore che è Franz Kafka, e in particolare il suo racconto Una relazione per un’Accademia, nel quale una scimmia ammaestrata, Pietro il Rosso, narra la storia della propria vita ai membri di un’accademia, la sua ascesa dal rango di bestia a qualcosa di assai simile all’uomo. In quell’occasione anch’io mi sentivo un poco come Pietro il Rosso e lo dissi. Oggi quella sensazione è ancora più forte….".
L’assunto della romanzesca Elisabeth Costello - animalista e vegetariana, lanciata dall’ex scimmia Pietro il Rosso e dalla relazione accademica del suo amanuense Franz Kafka (sulla quale, benché non sia "studiosa di niente", ella imbastisce nondimeno un’originale ipotesi genetico-filologica), anche lui capro espiatorio e premonitore del massacro degli eletti - è che il nostro rapporto con gli animali riproduce per tanti versi qualcosa di simile all’olocausto. Gli allevamenti intensivi, la macellazione, la riduzione degli animali a cose contro l’evidenza della sensibilità e del dolore, ci obbligano ad esercitare le "nostre superiori facoltà", liquidate da condizioni di strapotere e di cattiva coscienza. L’argomento è ripetuto in posizioni diverse (lo ritroviamo anche in Elizabeth Costello) e mette in campo poi innumerevoli germinazioni sulla razionalità umana, sul consentire, sul sentire animale e sulle sue forme di intelligenza. Inoltre, il suo potenziale allusivo è forte e tanto irradiante da chiamare in causa incongruenze di misure e di pesi, o dogmatismi che hanno smarrito la loro razionalità e si rifugiano in un’ostentata ripetizione, relativamente a questioni cruciali che, come il dolore degli animali, trotterellano tra il pragmatismo e le presunte urgenze mediative della politica; penso per esempio alle staminali, agli embrioni, all’eutanasia, e in genere alla cosiddetta sacralità della vita, che necessiterebbero invece di un trattamento en plein air.
"Nel discorso che sto per farvi sugli animali vi userò il riguardo di evitare il lungo elenco di orrori che ne punteggia la vita e la morte. Pur non avendo ragione di credere che abbiate bene in mente ciò che attualmente si fa loro nelle aziende agricole (ormai non le chiamo più fattorie), nei macelli, sui motopescherecci, nei laboratori di tutto il mondo, sono certa che vorrete concedermi il potere retorico di evocare simili orrori e di convincervi con la dovuta efficacia che sono tali."
Tutto la praticità anglosassone, di cui Coetzee mostra di cibarsi, cede il passo a questa volontà e determinazione. La domanda del figlio di Elizabeth - "Credi che le lezioni di poesia porteranno alla chiusura dei macelli?"- resta a galleggiare in una piega narrativa, come un che di dovuto, una mossa altrimenti inconsistente rispetto all’ineffettualità che pretende di stigmatizzare.
"Chiunque dica che della vita importa meno agli animali che a noi non ha mai stretto fra le mani un animale che lotta per la propria vita. L’intero essere dell’animale si impegna in quella lotta senza alcuna riserva. Quando lei dice che quella lotta è priva di orrore intellettuale o immaginativo, sono d’accordo. Non è nel modo degli animali provare orrore intellettuale: il loro intero essere è nella carne viva."
E’ così che si va avanti, appunto. L’intrepida radicalità di questa vecchia signora, nel momento in cui riesce a entrare in un punto nevralgico della nostra sensibilità e moralità, offre a Coetzee una specie di zona franca, di zona affrancata dai vizi storici dell’estenuazione moderna, degli argomenti allevati, o dell’annuncio apocalittico estetizzante e castrato.

(uscito nel n. 2, 2008, della rivista Il primo amore)








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 14 luglio 2008