Il congegno

Giovanni Spadaccini



Ogni amore ha impiantato al proprio interno un congegno che lo regola e ne misura le frequenze e gli umori. È un congegno dal funzionamento elementare, biologico, si direbbe. Chi l’ha inventato, o programmato, ha effettivamente osservato molto bene in precedenza alcuni meccanismi vitali degli esseri più semplici. Le cellule, ad esempio, invece di stringersi attorno ad una consimile malata per curarla e guarirla, la imitano, si fanno malate anch’esse, traducono la propria vocazione cellulare in malattia, in sofferenza, in male assoluto e, alle volte, incurabile. Al contrario dei bambini, che di elementare hanno solo la piccola foggia ed il linguaggio, i quali, una volta individuato il compagno anomalo, malato, o più semplicemente malinconico, tendono a fare gruppo contro questo e a mostrarsi nucleo compatto e omogeneo a fronte di un elemento potenzialmente perturbante e pericoloso per un’unità raggiunta a fatica, le cellule si uniscono in una solidarietà rovesciata: di fronte al male diventano quel male, lo inglobano, ne fanno una questione intima, essenziale.

Ogni amore, dicevo, ha impiantato, installato al suo interno questo congegno brutale che lo rende simile al comportamento delle cellule cancerose. Quel pensiero, quel dubbio da poco che si fa strada pian piano una notte, tra le coperte nel letto mentre si cerca di prendere sonno, quel pensiero orienta su di sé tutti gli altri pensieri. Come la limatura di ferro sulla calamita si orienta a seguire il Polo Nord magnetico, così quel pensiero, quel dubbio dico, diventa in un istante la stella polare di ogni altra considerazione sulla persona amata. A poco serve dire a se stessi che quel dubbio è un dubbio giustificato, legittimo, eppure da poco. Un dubbio, insomma, che non va nemmeno a sfiorare le fondamenta di un amore ben costruito.

È proprio sulla base di quel pensiero che le fondamenta, il fondamento, di un amore cominciano invece lentamente a franare. E tutto frana proprio dal basso, dal terreno più elementare e nudo, dal terreno più profondo. È il tetto l’ultima cosa che crolla.

Questo congegno ha inoltre una particolarità che lo rende simile ad altri ritrovati dell’ingegno dell’uomo: è un congegno a tempo, un ordigno a orologeria. Vale a dire che è programmata in principio la durata del suo funzionamento. Ovviamente non è dato di conoscere l’identità, se esiste, di chi ha fissato la durata del conto alla rovescia, e francamente è anche vano e ozioso chiederselo. Ciò che importa è l’individuazione di quel momento, il tempismo con il quale si deve capire che la clessidra sta lentamente lasciando vuota la sua bolla superiore, si sta esaurendo.

La durata del congegno a tempo è naturalmente indeterminata, cioè non è identica per ogni amore. Alcuni riescono chiaramente a vedere il momento dello spegnimento e ad identificarlo con il termine stesso della vita: sono quelli che vivono sino alla fine senza dubbi ben affilati, e che riescono a superare la lama con un salto noncurante o un gesto di coraggio. Altri sanno invece che l’orologio non avrà lunga corsa e che nemmeno servirà agitarlo un poco per farlo ripartire.

I più è come se ricevessero una notizia non attesa, un telegramma che perentoriamente dichiara l’irreparabile. Sono quelli che vedono nel congegno una sconfitta dell’amore stesso. La sola esistenza di quella macchina li offende e prostra all’indicibile. Li umilia perché svela loro il non senso, l’incepparsi di un meccanismo che si credeva progettato invece per godere di una felicità solo pensata e improvvisamente fatta vera e reale.

E invece questo congegno è installato nel centro esatto di ogni amore proprio per costoro che se ne sentono umiliati. È a loro che il congegno deve la sua esistenza. Senza di loro esso diverrebbe inutile, ignorato tra chi non vede che una vita intera davanti a sé e chi non crede al contrario che alla verità di questo singolo momento, di questa singola occasione.

Se è vero che il congegno pulsa in ogni amore è anche vero che solo alcuni ne sentono la presenza e il battito. Questi, che conoscono l’irreparabile, certo non potranno fermare la sua corsa da gambero. Potranno però cercarlo, da qualche parte all’interno, nell’interstizio tra due muscoli o nel fondo del torace. Potranno capirne il funzionamento e comprenderlo meglio dei progettisti. Potranno sabotarlo.








pubblicato da s.baratto nella rubrica in teoria il 9 luglio 2008