Furto.

Teo Lorini



Mi pareva proprio di averlo chiuso nel bagagliaio ma, come tutte le cose che si fanno nella trance automatica di quando si pensa ad altro, potrei anche averlo appoggiato per terra, accanto alla portiera o sul bordo del marciapiede ed essermene andato senza pensarci. Quando noto che il mio zaino non è in auto è comunque troppo tardi.
L’ho svuotato prima di partire, è il primo pensiero: chiunque l’abbia raccolto non ci ha guadagnato poi molto. In termini di valore l’unico bottino sarà il cellulare che avevo lasciato nella tasca interna e che mi affretto a bloccare con laboriose telefonate internazionali.
Torno indietro e perlustro a lungo il marciapiede dove avevo parcheggiato. Frugo fra le aiuole e nei bidoni, entro nei bar a chiedere se qualcuno ha visto e intanto riepilogo cos’altro c’era: un po’ di cancelleria, un pacchetto di caramelle, un blocchetto con le annotazioni degli ultimi sei mesi (mi torneranno in mente solo le più importanti, quelle che avrei anche potuto far a meno di trascrivere). Poi qualche fotocopia in fondo a una delle tasche, la mia agenda del 2008, un portarullini che adoperavo per le monete…
D’un tratto realizzo che ci tenevo anche un quarto di dollaro, il portafortuna di un’amica. L’aveva in tasca a New York mentre crollavano le Torri e me l’ha regalato un paio di estati dopo, una sera in cui ci siamo scambiati promesse troppo grandi da mantenere. È da un anno che ci siamo persi e, proprio mentre penso a lei, mi rendo conto che ora non ho più nemmeno il suo ultimo numero. È rimasto nella SIM che un impulso radio del telegestore ha appena trasformato in un foglio di metallo inerte.
E così sono spariti anche gli ultimi messaggi rabbiosi del fratello che ora non vedo più, gli sms tanto difficili da scrivere, quelli a cui ho pensato per giorni, salvandoli magari nelle bozze, quelli cretini e dolcissimi che M. ed io ci siamo scambiati ogni volta che siamo stati lontani, il litigio che mi ha diviso dal mio amico più caro quando tutto si è logorato al punto da non trovare più neanche un briciolo di rabbia o di passione da fargli sentire nella mia voce, il numero che aveva M. quando abitava in un’altra casa e io stavo secoli col cellulare incastrato all’orecchio per persuaderla a uscire e, qualche mese dopo, a cercare la forza di mettere giù mentre i discorsi si incalzavano uno dietro l’altro e c’era sempre l’ultima storia da raccontare prima di dirsi buonanotte.
Qualcuno ora comprerà una prepagata e avrà il telefono che gli serviva. A me non resta che risalire in auto, arreso e impoverito delle tracce d’un passato che all’improvviso appare sempre più lontano, come il marciapiede che rimpicciolisce nello specchietto.








pubblicato da t.lorini nella rubrica dal vivo il 2 luglio 2008