Intervista a Don DeLillo

Silvio Bernelli



Uno degli scrittori americani più importanti dell’ultimo mezzo secolo ha l’aspetto dimesso di un professore di botanica in pensione. Camicia di velluto colore verde petrolio da cui spunta una maglietta bianca. Pantaloni sportivi grigi. Scarpe nere in pelle con la suola spessa. Altezza media, neanche settanta chili. Nonostante i settantadue anni, i capelli sono ancora folti e portati con la riga da un parte. Dietro gli occhiali guizza uno sguardo liquido, leggermente sospettoso, che ha qualcosa a che fare con la camminata compassata e fragile con cui l’uomo prende lentamente posto nella sala conferenze dell’Hotel Sitea, nel centro di Torino. Ha l’aria di chi è qui per un compito professionale: prestarsi alle domande dei giornalisti in occasione della premiazione del Grinzane Cavour. Don DeLillo, l’autore di Libra, Rumore bianco e Underworld, uno dei padri della letteratura post-moderna, è la star indiscussa della manifestazione.

La voce che risuona nell’impianto di amplificazione ha la stessa gracilità della camminata. Colpisce che tutto nel comportamento di DeLillo abbia qualcosa di ieratico e distante. Unico tocco di umanità, un piccolo tic nel respiro nasale che interrompe spesso il fluire delle parole. L’apertura della conferenza stampa è dedicata al suo ultimo romanzo, L’uomo che cade. Tema: l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle di New York, città in cui lo scrittore è nato.

"Il mio libro non è una metafora dell’esistenza degli esseri umani nella società contemporanea. È una storia intima legata alle vicende di alcuni personaggi nel periodo turbolento e drammatico che ha seguito l’11 settembre. Le conseguenze dell’attacco hanno cambiato molte persone in molte parti del mondo, non solo negli Stati Uniti, però ho voluto concentrarmi sulle vite di due o tre persone. Alcune di queste sono europei, hanno un punto di vista europeo sulle cose, ma ho sempre pensato ai miei personaggi come individui. Volevo che si confrontassero con la complessità, la vastità degli Stati Uniti, domandandomi se questa vastità oggi esiste come esisteva cinquant’anni fa. Chissà se i giovani scrittori americani sentono questa sfida come la percepivo io alla loro età, trattando delle enormi promesse, ma anche degli enormi problemi e delle complesse interazioni sociali degli Stati Uniti di oggi."

Sull’ultimo romanzo è il mio momento di porre una domanda precisa. "In L’uomo che cade lei affronta il problema della sopravvivenza a un evento traumatico, com’è appunto l’attentato alle Torri Gemelle. Ha vissuto di persona un’esperienza del genere?"

A DeLillo gli scappa un’ombra di sorriso. "Ho avuta una vita fortunata. Le difficoltà che ho affrontato sono state legate solo al mio essere scrittore. Io ho un passo lento nello scrivere e quindi qualche volta non è stato facile sostenere la pressione che c’è intorno a chi scrive. Ma le circostanze intorno a me mi hanno concesso di crescere come un romanziere. Ai tempi di cui stiamo parlando, quarant’anni fa, a New York si poteva vivere con pochi soldi, non era affatto come oggi. Ho potuto sopravvivere con poco. Ed eccomi qui, oggi."

DeLillo aveva già scritto delle Torri Gemelle in alcuni romanzi precedenti all’11 settembre 2001, ma il romanziere nega ogni capacità profetica. "Avevo inserito le Torri Gemelle in almeno quattro dei miei libri, ma solo perché, soprattutto subito dopo la loro costruzione, dominavano l’intera città di New York come cattedrali innalzate al denaro e al potere. Poi, proprio quando avevano finito di intimidirci, i terroristi le hanno buttate giù. La cosa più interessante è che sono crollate sotto gli occhi del mondo, davanti alle telecamere. E se ancora oggi continuiamo a vedere il filmato dell’operatore Zapruder che ha immortalato l’omicidio del Presidente Kennedy a Dallas nel 1963, tra cinquant’anni e ancora oltre noi continueremo a vedere le torri cadere. Saremo condannati ad assistere a questo disastro per sempre. Un elemento di shock creato da questa tragedia continuerà a passare da una persona all’altra, da una cultura all’altra."

Tra un intervento e l’altro della traduttrice, DeLillo fissa il vuoto e giochicchia con la penna appoggiata sul tavolo.

Si scalda un po’ quando viene sollevato il tema della sua identità italo-americana, di cui notoriamente non ama parlare. "In modo curioso ho forse seguito i passi di mio padre e mia madre, che erano nati in una società ristretta e sono poi cresciuti in una società più aperta, ma come scrittore non è stata un’esperienza fondamentale. È vero, sono un figlio di immigrati italiani del Bronx, ma già da giovane avevo cominciato a pensare in termini più grandi di quelli della comunità italo-americana. Ciò che m’interessava era la vastità degli Stati Uniti di cui parlavo prima, la cultura americana. Mi affascinava la tradizione di Faulkner o Hemingway o i nomi nuovi come Norman Mailer. Sono queste le suggestioni che hanno fatto di me uno scrittore americano e non uno scrittore italo-americano. Non è una coincidenza che il mio primo romanzo si intitoli Americana. Ciò che è rimasto del mio essere italo-americano è forse un certo senso di rispetto, di fascinazione, nei confronti delle liturgie e dei riti cattolici con cui sono stato allevato da bambino. Proprio recentemente mi è toccato partecipare a una cerimonia funebre cattolica, e di nuovo ho sentito il ritorno del background cattolico con cui ero cresciuto."

Inevitabilmente, come sempre succede quando c’è di mezzo un autore americano, a un certo punto dell’incontro il discorso vira sulle vicende politiche degli USA. DeLillo dimostra di essere molto a suo agio ad affrontare le questioni legate alle prossime elezioni presidenziali americane. "C’è qualche similitudine tra l’ascesa di John Kennedy e quella di Barack Obama. Hanno entrambi riportato una promessa nella politica americana, ma per quanto riguarda il futuro, non ho idea di cosa succederà. Per quanto riguarda il passato, l’attacco militare all’Iraq è dovuto al fatto che il governo americano aveva bisogno di trovare un nemico che fosse uno Stato con dei confini e un esercito in divisa, che fosse un’entità riconoscibile, non un network fluido e inafferrabile come l’organizzazione terroristica AL Qaeda, la vera responsabile dell’attacco dell’11 settembre. Saddam Hussein non c’entrava niente. Credo che questo fatto sia accaduto anche per una sorta di riflesso condizionato dovuto alla Guerra Fredda: la necessità di dividere il mondo in due blocchi definiti e contrapposti."

DeLillo si lancia in un affondo sul rapporto tra guerra e letteratura. "Dopo il Vietnam sono usciti molti libri interessanti, soprattutto reportage, libri non-fiction. Molti di questi sono stati scritti da gente che aveva combattuto in Vietnam o da giornalisti che avevano seguito il conflitto come inviati. Ora, per l’Iraq, non c’è stato ancora il tempo di riflettere sul conflitto da parte delle persone che vi hanno personalmente partecipato. È troppo presto. Spero che comunque qualcuno scriva un buon libro sulla guerra in Iraq perché penso sia un evento irrinunciabile per comprendere la società americana di questi anni. Colpisce ad esempio il fatto che la maggioranza dell’opinione pubblica non abbia protestato contro le scelte del governo, com’era invece successo durante la guerra del Vietnam. L’opinione pubblica americana ha colto l’intervento in Iraq come una sorta di risposta all’attacco dell’11 settembre, una reazione che non poteva non esserci. Ora, non sappiamo se Barack Obama diventerà veramente Presidente, né se ritirerà le truppe americane dall’Iraq. Quello che trovo particolarmente interessante di Obama è che la sua ascesa politica è un fatto molto positivo non solo per la comunità nera, ma anche per la società americana nel suo complesso."

In chiusura d’incontro DeLillo sorprende la platea con una battuta fulminante sul tempo che passa. Una frase che assomiglia più al DeLillo scrittore che all’uomo pacato, vagamente noioso, che ci siamo trovati davanti. "Più invecchi più scrivi meglio, in un certo senso, ma in un altro senso più invecchi e più scrivi peggio. Il trucco è morire tra le due cose."

Pubblicato su l’Unità, 15 giugno 2008.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 1 luglio 2008