Dove va la cultura europea?

Andrea Canova



Nel settembre del 1946 si tenne a Ginevra la prima delle Rencontres internationales annuali che la città svizzera tuttora ospita: congressi imperniati sui temi più centrali della cultura europea e frequentati da intellettuali provenienti da tutto il mondo. A quella prima occasione, che aveva luogo all’indomani di un disastroso conflitto mondiale, partecipava Gianfranco Contini, forse il più grande filologo italiano del Novecento, nelle vesti non per lui abituali di reporter. Il suo resoconto fu pubblicato nello stesso anno sulla «Fiera letteraria» e torna ora in libreria (Dove va la cultura europea? Relazione sulle cose di Ginevra, a cura di Luca Baranelli, Quodlibet, 64 pp., 9 euro). Sono tanti i motivi per leggere il volumetto, già a partire dalla curiosità per un Contini sicuramente famoso per le sue edizioni dei poeti duecenteschi, di Dante e di Petrarca, o per le sue indimenticabili pagine su Gadda, Longhi o Montale, qui invece alle prese con un serrato confronto filosofico nel quale i contendenti principali sono l’esistenzialista Karl Jaspers e il marxista György Lukács. Contini parteggia per il secondo, e non in virtù di un’affinità ideologica. Militante del Partito d’Azione, partecipante attivo alla Resistenza e schierato su posizioni liberalsocialiste memori del cattolicesimo di Rosmini e dell’insegnamento di Capitini, Contini non indulge all’apologia di alcun regime. La simpatia condizionata per Lukács deriva piuttosto dalla positiva valutazione di una messa in pratica politica e culturale del principio astratto. In questo senso Contini può usare l’aggettivo «religioso», dicendo che «impulso religioso» era stata la Resistenza per la gioventù italiana nel dramma bellico. Perciò non sorprende la sua diffidenza verso il rischio di disimpegno un po’ vago del filosofo Jaspers e dello scrittore-filosofo Sartre, spesso evocato sebbene non presente a Ginevra (pare che la possibilità di una sua apparizione avesse tenuto lontano addirittura Croce: «E allora che ci andiamo a fare?», si sarebbe chiesto don Benedetto).
Proprio la pratica, le necessità etiche e operative, costituiscono uno dei punti di forza del saggio, perché – come al solito – la prosa continiana è affilata, definisce i suoi oggetti con una chiarezza analitica che è innanzitutto urgenza di intervento. Così anche per i dettagli, talvolta bizzosi; e basta leggere le caratterizzazioni dei presenti in base alle capigliature: «l’erta canizie romantica» di Francesco Flora; «molto affettata, la perdurante frangia ascetica» di Julien Benda; Jaspers «pallido e canuto»; «la zazzera centroeuropea appena contenuta» di Lukács, «le ciocche fulve che sfuggono da ogni parte» di Stephen Spender. Dettagli, ma quanto felicemente risolti e collocabili nella memoria.
Gli spunti sarebbero molti altri: dall’inadeguata presenza degli Italiani, al non benevolo ritratto di Spender, all’intervento di Umberto Campagnolo («La malattia è nel mercato, e il rimedio consiste nella fusione dei mercati europei, nella federazione europea». Ci dice qualcosa?). È meglio tuttavia, pur rilevando le analogie tra quella crisi europea, che apriva tante speranze su un mondo nuovo, e la crisi ora in corso, che sembra condannare un mondo vecchio, soffermarsi sull’osservatore, ovvero sull’intellettuale Contini, disincantato cronista a Ginevra. Se leggiamo la bibliografia dei suoi scritti allestita da Giancarlo Breschi, vediamo che in quel 1946 Contini diede alle stampe la seconda edizione delle Rime di Dante riveduta e corretta, una fondamentale recensione all’Amorosa visione di Boccaccio curata da Vittore Branca e la magistrale stroncatura a un velleitario libro sul venerabile Ritmo Cassinese, uno dei più antichi monumenti della letteratura italiana. Nello stesso anno pubblicava a Parigi la raccolta Italie magique. Contes surréels modernes (riproposta in italiano da Einaudi nel 1988 con il titolo Italia magica. Racconti surreali novecenteschi) e a Ginevra l’esemplare introduzione a un’antologia di poesie di Eugenio Montale tradotte in francese. E ci sono anche scritti in senso lato politici, tra i quali una risposta polemica e ben documentata all’amico Bernard Berenson che aveva accusato la cultura italiana di eccessiva germanizzazione. Ancora definizione chiara degli oggetti e precisione del metodo, ma c’è un prima e c’è un dopo anche per Contini. Il prima è il 1944 e la partecipazione alla breve esperienza della Repubblica dell’Ossola, con le sue speranze e i suoi progetti, come quello per un nuovo ordinamento scolastico che esca dalle angustie del fascismo. Il dopo è il 1947, lo scioglimento del Partito d’Azione in seguito alla sconfitta elettorale dell’anno precedente. Da allora Contini è quasi esclusivamente filologo, tanto da affermare con serenità nel libro intervista del 1989: «Sarà che, evidentemente, non sono adatto alla vita politica in senso partitico». Però la definizione chiara degli oggetti e la precisione del metodo, congiunte in un saldo nesso dello studio e della didattica, rimangono la sua lezione duratura, politica e cioè civile. Una difesa della ragione e della libertà maturata contro la violenza prevaricatrice dell’arbitrio, perché «la libertà che si afferma non è la libertà nostra, ma la libertà dell’uomo, cioè in prima istanza la libertà degli altri».


Questo articolo è stato pubblicato su «Il Giornale di Brescia».








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 31 dicembre 2013