Sei minuti

Paolo Zardi



Il racconto che apre la raccolta Antropometria (NEO Edizioni, 2010).

Una notte, camminando lungo il marciapiede che costeggia un piccolo parco senza recinzione, con le panchine in legno ricoperte da frasi scritte con l’uniposca, l’altalena verso il bordo di un silenzio molto protettivo, in un quartiere quasi residenziale, avvolta (io) dall’umidità dell’autunno appena iniziato, dieci secondi dopo che una macchina è passata sulla strada (dentro ascoltavano I wish you were here), il terreno quasi bagnato, venti minuti dopo aver salutato un’amica con due baci sulla guancia (un profumo da chewing gum alla menta, gli occhi stanchi, un ciao ci sentiamo domani mattina) ed aver salutato anche il mio ragazzo con un bacino molto dolce sulle labbra (nessuna parola ma solo uno sguardo pieno di complicità), un sabato di settembre, con un cappottino grigio troppo sottile, sotto un cielo molto scuro, dodici minuti dopo aver constatato – stupita – che non ci sono nuvole, sete, un libro di Roth in borsetta, il segnalibro rosso della Feltrinelli a pagina 122 (proprio quando lo Svedese sta scoprendo che la figlia probabilmente è una terrorista, ma non ne ha ancora la certezza), all’una e cinque, sei minuti dopo che ho notato qualcuno dietro di me, cento pulsazioni al minuto – cinquanta diastole, cinquanta sistole – un pacchetto di cracker quasi finito vicino al libro in borsetta, il cellulare nella tasca destra del cappottino assieme ad un fazzoletto bianco con una geometria di righe rosa, i capelli raccolti, e una mano che me li tira, la testa che si torce all’indietro, di scatto, all’una e sei, in Italia, la gamba destra sollevata da terra a un chilometro da casa, nel bordo buio di un piccolo parco pubblico, mentre tento la fuga (l’aumento – inutile – di produzione di epinefrina nel midollo surrenale, e la sintesi improvvisa del glucosio dal glicogeno), il braccio sinistro stretto all’altezza dell’omero, la pressione delle sue dita sul muscolo, esattamente tre minuti dopo aver accelerato il passo, trascinata un metro dentro al parco, venti secondi dopo che ho iniziato ad aprire il cellulare per chiamare il mio ragazzo, quindici secondi dopo aver constatato – disperata – l’assenza di campo, a trecento metri dall’asilo dove andavo da piccola, distesa per terra, all’una e sette in punto, sotto il peso del suo corpo, la parola “antropometria” che mi viene in mente senza sapere perché, il sapore – sigaretta, urina, qualcosa che mi ricorda l’odore del motore di una macchina – delle dita della sua mano destra che tengono chiusa la mia bocca, il mio viso costretto a guardare verso destra, la pressione insostenibile sull’osso della mandibola, le pupille dilatate sul nulla, il peso dei nostri corpi sul mio braccio destro schiacciato dietro alla schiena e intanto la certezza che tutto finirà presto, i collant strappati, le mutande quasi strappate, il suono di un sms (il mio cellulare o il suo?), il bruciore delle gambe graffiate, l’odore della terra umida vicina al naso, la luce di una finestra della casa davanti che si accende, il freddo sulla guancia sinistra per la sua saliva che evapora, la sensazione – devastante – che invece tutto questo non finirà, all’una e otto, ai bordi del parco, le mie gambe aperte, i cuori storti disegnati sul legno di una panchina che ora mi pare di intravedere, il mio orologio che si è staccato, il suo pene nella mia vagina (un bruciore ancora più forte), l’alito di birra, la luce della finestra della casa davanti che si spegne, la fatica sempre maggiore a respirare, le dita della sua mano sinistra dietro, dentro di me, con il terrore che il perineo si stia lacerando, i capelli nel fango, la guancia destra nella terra, alcuni fili d’erba marcia tra le labbra, due ore e mezza dopo aver cenato con il mio ragazzo e la nostra amica – tortelli ripieni alla pera, un filetto al barolo, una bottiglia di vino in tre, l’amaro (l’etichetta scriveva solo Nocino, 40° – fatto in casa), la panna cotta – pregando che lui faccia veloce, il suo ritmo convulso, il panico che non gestisco più, un principio di asfissia quando scatta l’una e nove, e il suo odore, e il silenzio assoluto del parco privo di recinzione, all’una e dieci, centoventi diastole e centoventi sistole al minuto, il polso della mano sinistra che sembra spezzato, le dita della mano sinistra che non sento più, mentre tutto il mondo tace – si sente solo il suono di un motorino morire in lontananza – il 26 settembre, all’una e undici, proprio mentre ho rinunciato ad individuare le sue principali caratteristiche antropometriche per un futuro riconoscimento, il naso schiacciato per terra, il sapore di sangue in bocca, una notte, nel 2009, pensavo solamente una cosa: ma se muoio, gli basterà?

Paolo Zardi: padovano, classe 1970, ingegnere. Oltre ai racconti di Antropometria ha pubblicato La felicità esiste (Alet 2012). Il suo blog si chiama Grafemi.








pubblicato da s.baratto nella rubrica racconti il 5 febbraio 2012