In verità, io mi sdoppio nel pensiero

Domenico Brancale



Ma come si fa a desiderare di lasciare una traccia? Che lo si voglia o no, che lo si pensi o meno, ogni artista compiendo un gesto ripetutamente non fa altro che dichiarare ciò. L’artista, questo angelo che si è incamminato nell’uomo. Esiste un istante iniziale, una data precisa in cui è stato tempo. Tempo di sapere che non c’era altra via possibile. Tempo per le radici. Il futuro prima di accadere si contrae dentro la mano. Il silenzio lo dice. Il gesto lo scioglie dalle catene del niente. Ma al niente ritorna. Non è una storia. È il principio di un’ora indescrivibile che si compie sul foglio morto. La domanda rimane: chi sono io? fino a quando sarò io? Tutta la distanza che mi separa da me stesso non è mai abbastanza per rispondere. È questa la dura legge della creatura: appartenere al segreto infinito e inafferrabile. L’artista ha davvero poco potere sulla sua esistenza. Non è libero se non nella misura in cui accetta il suo demone. Non gli è dato fermarsi, raggiungere la visione è un destino incerto. L’ansia è infinita. Qualche cosa è accaduto. Ma dove? In quale luogo della speranza la luce può permetterci ancora di guardare? Lontano dall’io, prossima e lontana è la promessa di questo luogo incomparabile dove l’Arte si annida. Noi pratichiamo la soglia. Forse nessuno può dire quando è stato quel tempo. A nessuno è permesso di saperlo. Ma l’altro ci ascolta. Un albero oramai è presente. L’orizzonte è nei rami che ci parlano. Lo testimonia la mano invisibile che stringiamo. Lo testimonia l’ombra. Essere dopotutto là. Con tutto ciò che comporta mettere radici nell’aria. L’origine non smette di essere ferita. L’Arte eccede e noi fondamentalmente rimaniamo uomini. Uomini che si voltano.








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 20 dicembre 2013