Il dolore e la verità

Tiziano Scarpa



Maria Grazia Torri sta malissimo. Mi informa da tempo della sua malattia, sono molto addolorato.
Avevo rivisto Maria Grazia qualche anno fa, mi diede da leggere una sua inchiesta inedita che cercava di spiegare da un punto di vista alternativo le cause della morte del piccolo Samuele Lorenzi. Mi dispiace molto leggere in questi giorni ricostruzioni completamente falsate della vicenda editoriale del suo libro: affettuose battute sdrammatizzanti sulla salute di Maria Grazia diventano dimostrazioni di mostruosa insensibilità; l’averne caldeggiato la pubblicazione viene stravolto attribuendomi atteggiamenti che non ho mai avuto e frasi e giudizi che non ho mai scritto né pronunciato.
Qui sotto pubblico la scheda di lettura che scrissi all’epoca (ottobre 2006) e sottoposi di mia iniziativa alla casa editrice Einaudi.


Scheda di lettura

Maria Grazia Torri
Cogne. Storia di un delitto inventato
Pagg. 182 + LXV

Un giorno di aprile del 2006, a Milano, la studiosa e critica d’arte contemporanea, curatrice di mostre e giornalista Maria Grazia Torri batte la testa sul vetro pressoché invisibile della porta di una galleria d’arte. Decide di farsi visitare al pronto soccorso. Conosce così il neurochirurgo Giovanni Migliaccio, che appena viene a sapere che Torri è una giornalista, le sottopone un punto di vista alternativo sulla morte di Samuele Lorenzi, la vittima del celeberrimo cosiddetto "delitto di Cogne".

Secondo il neurochirurgo, non si tratterebbe affatto di un delitto: il piccolo Samuele avrebbe in realtà subìto un attacco epilettico, fratturandosi il cranio, in seguito alle violentissime convulsioni, su uno degli spigoli della mobilia della camera (il comodino, la testiera del letto). Avrebbe perso sangue dalla ferita imbrattandosi il volto e la bocca. Il conseguente "vomito a getto" che può subentrare in casi simili avrebbe fatto sì che il sangue fosse sparso e schizzato lontano nella camera, fino al soffitto.

Questa, in sintesi estremamente succinta, la tesi proposta dal libro. Il quale è costituito da materiali eterogenei:

a) Una introduzione-inchiesta narrativa, in cui Maria Grazia Torri racconta come sia finita a occuparsi di questa storia per caso (il piccolo trauma cranico contro la porta a vetri della galleria), come l’abbia trovata più che plausibile e si sia appassionata al punto da farne una specie di accorata crociata, nonostante le mille difficoltà personali e professionali in cui si trova in questo periodo; i suoi tentativi vani di diffonderla attraverso i giornali e, poi, tramite l’editoria.

b) La trascrizione delle conversazioni, dal vivo e al telefono, con il professor Migliaccio.

c) Una telefonata di un altro medico, Agnese Pozzi, che giudica verosimile la proposta di Migliaccio.

d) La perizia autoptica ufficiale del professor Viglino.

e) L’ordinanza di applicazione della custodia cautelare per Annamaria Franzoni stilata dal Giudice per le indagini preliminari Gandini.

f) Altri documenti, fra cui alcuni articoli di giornale e la lunga appendice che riporta le discussioni in un forum in rete fra, perlopiù, medici professionisti, che rispondono alle considerazioni del professor Migliaccio.

Una premessa: da parecchi anni non possiedo il televisore, perciò non ho seguito la grande copertura televisiva sul caso Cogne (di cui si fa menzione più volte in questo libro: d’altronde lo stesso professor Migliaccio ammette con grande onestà che la sua ipotesi alternativa non gli sarebbe venuta alla mente se non si fosse sentito stimolato a contestare la ricostruzione ufficiale del caso proprio mentre assisteva a una delle tante puntate dei programmi tivù che si sono occupati dei fatti di Cogne): quindi, se da un lato possono sfuggirmi parecchi elementi utili (che so, la ricostruzione tridimensionale dell’ambiente, la disposizione degli elementi nella camera dove è morto Samuele e altre "sceneggiature illustrative" che si fanno in occasioni simili in tivù), dall’altro posso dire di essere in un certo senso immune dall’elemento di pathos che è stato introdotto nella gestione mediatica di questa vicenda, non avendo visto le interviste a Annamaria Franzoni, ecc., e le eventuali ricadute "lombrosiane" che queste cose inevitabilmente comportano, sia su innocentisti che colpevolisti. Insomma, prima di leggere questo libro avevo un’informazione medio-scarsa sui fatti, fondata sulla lettura di qualche articolo di giornale.

Perché preciso questo?

Perché, per quanto non probante, può essere in qualche maniera "sperimentalmente interessante" l’effetto che ha provocato in me questa lettura. Lo dico in soldoni: uno che su Cogne sa poco e non ha visto né Annamaria Franzoni in televisione, né le ricostruzioni degli investigatori in studio, né i commenti degli esperti o pseudo-tali, leggendo questo libro si convince che Samuele è morto per malattia o delitto?

Sottolineo che in questa mia breve analisi non cercherò certamente di aggiungermi ai vari Sherlock Holmes improvvisati, giustamente messi alla berlina dall’autrice: semplicemente tenterò di dare conto se e dove e come questo libro mi convince o no.

Cominciamo.

Questo è un libro smaccatamente innocentista (fin dal titolo).

Secondo me non giovano alla tesi sostenuta dall’autrice alcuni elementi della sua introduzione narrativa.

Quali?

1. Un certo patetismo della verità, uguale e simmetrico a una certa sicumera criminalista (i termini in corsivo sono miei, non dell’autrice) da parte degli investigatori che non hanno di fatto esaminato ipotesi alternative a quella del delitto (in ciò, con coerenza argomentativa, l’autrice accomuna sia l’accusa che la difesa, che ha sempre battuto la strada della ricerca di un altro colpevole, all’esterno della famiglia, ma non ha mai preso in considerazione la tesi di una crisi epilettica dovuta a malformazione congenita).

(Ne approfitto per fare un altro piccolo commento: benché si tratti di cose meno importanti, quasi di vezzi narrativi, consiglierei all’autrice di eliminare alcuni passaggi in cui abbonda con descrizioni insofferenti dell’attesa al pronto soccorso, e in generale tutti quei passi in cui si dilunga in dettagli poco rilevanti. Per esempio la reazione della collaboratrice del gallerista alla sua botta sul vetro; le sue vicende di critica d’arte e le sue esperienze giornalistiche: sia chiaro, non mi sfugge che in alcuni casi queste ultime servono giustamente a dare autorevolezza al suo discorso e a ricordare al lettore che non si tratta certamente dell’ultima arrivata – personalmente ne ero ben consapevole, conoscendo da lettore i contributi di Maria Grazia Torri fin dai tempi di "Frigidaire"–, ma oltre un certo limite sconfinano in una certa "petulanza" narrativa e superfluità documentaria.)

2. Il voler agganciare questa chiusura a una teoria generale della salute e della malattia. Tutto questo è umanissimamente connesso alle vicende sanitarie dell’autrice stessa, che dichiara con grande onestà intellettuale di essersi ammalata di cancro e di avere provato nel suo corpo la sofferenza e soprattutto il monopolio terapeutico della medicina occidentale: l’onestà intellettuale sta in questo: nel prendere partito per l’interpretazione del professor Migliaccio, l’autrice "tifa" per il valore terapeutico della verità, che ci preserverebbe da menzogne "cancerogene". Ebbene, a mio modesto parere, voler legare il caso Cogne a questo tema enorme e misterioso (perché ci ammaliamo?, è perché trionfano le mistificazioni?) non giova, in termini puramente argomentativi, agli scopi di dimostrazione della verità storica, fattuale dell’autrice stessa riguardo a questo specifico caso. Tra l’altro, in questo c’è una contraddizione: se accettiamo la tesi che il piccolo Samuele aveva una malformazione cerebrale che gli ha causato una fatale crisi epilettica, non possiamo certo attribuire la responsabilità del suo male a una "menzogna" sociale. Mi accanisco su questo punto perché trovo perdente (perdente per quanto riguarda la causa singola in questione, cioè la dimostrazione dell’innocenza di Annamaria Franzoni), benché umanamente comprensibile da parte dell’autrice, voler legare questo caso a riflessioni metafisiche sull’origine del male e della sofferenza umana.

3. Ho apprezzato la lucidità della "controperizia" di Migliaccio (se così si può chiamare, perché il professor Migliaccio non ha potuto eseguire l’autopsia sulla salma di Samuele, ma si è basato su una attenta lettura critica della perizia di Viglino e sulle foto scattate dopo la morte di Samuele mostrategli dai famigliari stessi, con cui egli si è messo in contatto sponteamente, mosso da pura fame di verità) essenzialmente per un elemento che a me è sembrato molto rilevante, e direi anzi sorprendente rispetto a quanto avevo appreso dai giornali: le famose "diciassette ferite" sulla testa di Samuele Lorenzi in realtà sarebbero "soltanto" due. Le altre 15 ci sono, sì, ma sono microferite, niente a che vedere con le due grandi e profonde aperture fratturate, con fuoriuscita di materia celebrale: verosimilmente, come spiega Migliaccio, le altre piccole ferite sono strappi del cuoio capelluto e membrane sottostanti dovute a effetti secondari delle fratture di un cranio che, rompendosi, lacera in varie parti anche la sua "fodera" dermica (mi si perdoni la terminologia non scientifica). Insomma, se delitto c’è stato, sembrerebbe ricavabile che l’assassino non ha inferto diciassette colpi, ma uno o due. Questo, secondo il mio punto di vista, non cambia le cose da un punto di vista "criminalistico" assoluto (cioè dal punto di vista di chi ritiene che Samuele Lorenzi sia stato ucciso, "colpevolista" o "innocentista" che sia riguardo a Annamaria Franzoni), perché anche di fronte a questa interessante interpretazione di Migliaccio si può comunque continuare a pensare che Samuele sia stato ucciso, non con 17 colpi (o 12-14, come sostiene il Gip Gandini, che a onore del vero non parla di "colpi" ma di "ferite inferte", e però poi precisa che "l’azione è stata reiterata") ma con 1 o 2 colpi. Ciò semmai cambia notevolmente le cose da un punto di vista della ricostruzione del delitto (se delitto fu) e della sua rappresentazione psicodinamica: non un accanimento ripetitivo, ma un unico (o doppio) gesto violentissimo. Certo, purtroppo la funesta sostanza non cambia: uno, o due, o diciassette colpi, il piccolo Samuele è morto comunque, ma lo scatto omicida che ne risulta sarebbe di tutt’altra natura rispetto a quello diffuso dai media. Questo effettivamente dà da pensare sulla tendenza giornalistica a "mostrificare" iperbolicamente le notizie persino quando gli eventi sono già orrifici.

Il resto dell’interpretazione di Migliaccio (la crisi epilettica, la ferita causata dalle convulsioni, l’impatto fortissimo con un elemento della mobilia della camera, la successiva emorraggia che allaga la bocca e fa sì che il sangue venga proiettato insieme al "vomito a getto" fino al soffitto; ma anche l’assenza di estroflessione di bulbi oculari che di solito avviene in seguito a fratture craniche di questo genere) è "suggestiva" (mi si perdoni il termine), ma a mio parere per essere profondamente convincente andrebbe rafforzata con altri elementi. Quali?

Sarebbe il caso di illustrare altri casi simili nella letteratura clinica, e in particolare:

1. fornire altri esempi della forza autolesionistica provocata dagli attacchi epilettici maggiori. Dai tre o quattro libri che avevo letto sull’argomento – quindi praticamente nulla – sapevo essenzialmente di ferite e traumi dovuti alle cadute – sul pavimento, ma anche per le scale – causate dalle cosiddette "assenze" epilettiche, praticamente svenimenti improvvisi; con questo voglio semplicemente dire che a me, lettore comune ignorante, manca una sufficiente informazione sugli effetti traumatici che può provocare su un cranio un attacco epilettico convulsivo ciclotonico maggiore: l’autrice, con la collaborazione del professor Migliaccio, potrebbe fornire al lettore esempi di devastazioni traumatiche causate da attacchi epilettici di bambini analoghe a quelle ipotizzate per Samuele Lorenzi? Un paziente affetto da epilessia può fracassarsi la testa in quel modo?

2. fornire altri esempi, sempre tratti dalla letteratura clinica, della forza cinetica del "vomito a getto" che si manifesta in coincidenza di attacchi epilettici simili. Sempre dal punto di vista del lettore profano, risulta altrimenti problematico immaginare un geyser umano che, dal corpo di un bambino di tre anni, riesce a sprizzare verso l’alto dalla bocca materiale gastrico semidigerito ed ematico (quant’era alto il soffitto di casa Lorenzi? E a che altezza rispetto al piano del letto?). Questo, sia chiaro, senza assolutamente volersi improvvisare Sherlock Holmes: ma proprio perché, a detta dell’autrice stessa (per l’impostazione e la causa costitutiva medesima che fa esistere questo libro), il fronte dei "persuasi" è così pervasivo e radicato che è necessario fornire quante più prove e materiali e esempi analoghi attestati, per rafforzare la tesi alternativa del professor Migliaccio.

Una domanda che, se incontrassi di persona il professor Migliaccio, gli porrei, è se è possibile ipotizzare sintomi analoghi a una crisi epilettica in seguito a trauma cranico grave. Voglio dire: se un cranio viene sfasciato da un colpo così violento, è possibile che il cervello e il sistema nervoso reagiscano con convulsioni, vomito a getto, eccetera, o no? In altri termini: si sono mai verificate crisi epilettiche causate da eventi traumatici, o vale solo il contrario?

Una domanda che invece porrei agli investigatori, al giudice, al pubblico ministero, agli avvocati della difesa, soprattutto ai periti è: se, come ha rilevato il Migliaccio dalla lettura analitica dell’autopsia, è plausibile ipotizzare che l’eventuale assassino abbia sferrato soltanto un colpo o due, come mai il sangue è stato sparso fino al soffitto? Un gesto che si ripete diciassette (o 12-14) volte con accanimento coattivo può diffondere nell’ambiente circostante molte gocce di sangue, ma un colpo singolo o doppio può fare altrettanto?

Una seconda domanda che porrei agli inquirenti è la stessa che, fra le altre, pone il professor Migliaccio: c’era anche materiale gastrico (succhi digestivi e cibo semidigerito) oltre al sangue, sul soffitto?

Una domanda che vorrei porre a tutti, Migliaccio e inquirenti, periti, parti accusatorie e difensive, è: quanto è decisivo fissare con precisione l’orario della morte di Samuele? Dalla lettura della perizia di Viglino, delle testimonianze dei primi soccorritori e medici dell’unità di pronto intervento, e dalle conseguenti analisi critiche del professor Migliaccio, un lettore non medico come me ne ricava che per l’ipotesi del delitto mediante corpo contundente sembra sia importante dimostrare che Samuele Lorenzi è morto quasi subito, mentre per l’ipotesi di Migliaccio potrebbe essere sopravvissuto per quasi un’altra ora, come effettivamente sembrano dimostrare le testimonianze specialistiche dei vari medici che lo esaminarono, in camera, in elicottero, all’ospedale. Detto ancora più a chiare lettere, la perizia del professor Viglino sembra assai preoccupata di smentire con argomenti che siano scientificamente plausibili queste testimonianze o diagnosi di persistenza in vita, come se ciò fosse estremamente importante per suffragare la tesi di una morte per trauma cranico delittuoso. È così o è solo una mia impressione? Samuele poteva continuare a vivere per qualche decina di minuti in entrambi i casi (delitto o attacco epilettico traumatico) oppure no?

(Mi scuso per l’ingenuità di queste domande, ma si tratta, lo ripeto, di dubbi che possono sorgere a un lettore comune, che ha semplicemente cercato di leggere il libro con attenzione).

Quel che voglio dire, in conclusione, è che si può uscire dalla lettura di questo libro mantenendo (o addirittura formandosi!) una visione "criministica" della vicenda (al di qua, lo ripeto, dello schierarsi tra gli innocentisti e i colpevolisti rispetto a Annamaria Franzoni): tra l’altro, se posso farlo notare, ciò depone a favore dell’onestà intellettuale del libro stesso.

Questo è il mio semplice punto di vista, ovviamente non probante (occorre precisarlo?), ma lo sottopongo comunque all’attenzione dell’autrice, dati i suoi propositi che sono altri (peraltro onestissimamente dichiarati: fin dal titolo!), e cioè quelli di persuadere i "criministi" che non si trattò di delitto, bensì di una morte per l’improvviso manifestarsi di una malattia congenita. Mi spiego: se l’intento di Maria Grazia Torri era quello di persuadere, a mio parere non ci è riuscita pienamente: eppure io sono uno dei non molti italiani che non ha subito il martellamento televisivo sul caso di Cogne e che, onestamente, non ha alcun preconcetto colpevolista nei confronti di Annamaria Franzoni. Lo sottolineo: ancor prima che imputare o scagionare un assassino, qui viene messo in discussione che si tratti di un delitto. Come ho già detto, sarebbero necessari altri elementi, una più ricca documentazione di casi analoghi a quello ipotizzato dal professor Migliaccio. Per quel che può valere, in quarantatre anni di esistenza non mi era mai capitato di sentire che una persona possa morire in quel modo: un modo che tutto sommato convaliderebbe le primissime parole dette da Annamaria Franzoni quando chiamò i soccorritori: "a mio figlio è esplosa la testa". È proprio così? Si può davvero morire per spontanea "esplosione della testa" in una maniera così clamorosa e orribilmente "scenografica" (il sangue mescolato al vomito spruzzato fino al soffitto)? Proprio perché non l’avevo mai sentito, pur avendo superato la metà della vita e avendo una mediamente accettabile esperienza del mondo, a maggior ragione avrei bisogno che mi venissero menzionati e sufficientemente dettagliati casi consimili. Lo dico senza polemica: anzi, è un consiglio che do all’autrice per rafforzare le sue argomentazioni.

Da un punto di vista editoriale, ho trovato la lettura comunque interessantissima, per alcuni aspetti:

1. per la ricostruzione (grazie all’abbondanza di materiali di prima mano che offre) di un caso sconvolgente per la nostra comunità nazionale, e che continua a essere di attualità, tra l’altro essendo non ancora chiuso il processo;

2. per la critica documentata a come è stata gestita la vicenda nei media: la qual cosa non è certo nuova in assoluto, ma va tenuto conto che, come scrive nella sua ordinanza il Gip Gandini, "le indagini preliminari, per la prima volta nel nostro paese, sono state integralmente seguite in diretta dai mezzi di comunicazione di massa" (il corsivo è mio);

3. per come ricostruisce le difficoltà del professor Migliaccio e dell’autrice stessa a diffondere attraverso i giornali ipotesi alternative a tesi ormai calcificatesi nella persuasione generale;

4. per gli elementi di dubbio avanzati dall’ipotesi del professor Migliaccio, che fa intravedere una diversa (o più ampia) antropologia del male (rispetto a quella bollata dall’autrice come ossessione del noir a tutti i costi), un male per così dire "naturale", che pertiene comunque alla fragilità fisiologica degli esseri umani, a prescindere dai loro impulsi distruttivi;

5. per la scrittura vivace, avvincente e coinvolta dell’autrice (fatti salvi gli eccessi "patetizzanti" o le puntualizzazioni inutili che ho menzionato sopra).

Tiziano Scarpa, 11 ottobre 2006








pubblicato da t.scarpa nella rubrica il dolore animale il 29 giugno 2008