Vanessa

Mauro Pianesi



"Questa crema che sembrava definitivamente fluidificata sta impazzendo."
(D. Voltolini)

Voglio vedere se in frigo ci sono le uova per fare la crema pasticciera che piace tanto ai miei bambini che piace tanto a mia moglie che… non è vero, piace soltanto a me o tutt’al più a mio figlio più grande (mia moglie preferisce al dolce il salato e i bambini moderni non vanno più matti per i dolci come noi alla loro età), sicché mi alzo dalla sedia della cucina su cui stavo seduto a gambe larghe come un turco dopo la disfatta di Lepanto fissando il vuoto esatto d’esseri animati che c’è in questa stanza, la più abitata dagli Italiani, dopo che Vanessa mia moglie è sfilata davanti alla porta e senza affacciarsi neanche "Io esco", ha detto al soffitto, slam!, è uscita, poi ho sentito il suo "Buonasera!" attutito dal legno del portone dalla tristezza delle mie orecchie alla vicina di casa, quella sta sempre lì a fare cucù quando entriamo quando usciamo persino quando non ci siamo, io sono qui la mia bambina di un anno è qui sta facendo il riposino del dopopranzo e gli altri due figlioli sono a catechismo mi alzo dalla sedia fissando il display rosso della radiosveglia che sta sul davanzale a fianco della finestra (la mia finestra ha il davanzale a fianco, anziché sotto) percorro i due metri che mi separano dal frigo

silenzio si cucina
si sente persino
frusciare i pensieri
dev’essere quella
mezza rotta rotella
che ho nelle cervella

in frigo le uova ci sono, quelle vere della contadina, tre, bastano, mia madre pure faceva la crema coi savoiardi imbevuti di caffè

"E poi tanti altri dolci, torte, ciambelle che tu non ti ricordi neanche perché eri il più piccolo ma quanto ho faticato, per carità!…" dice sempre mia madre…

…e io veramente non ricordo altro se non la crema coi savoiardi che poi, ’sti biscotti benedetti essendo inzuppati di caffè, se ne potevano mangiare pochi sennò facevano male, "Ma allora perché ce lo mettevi, mamma!"

"Ma che?"

"Il caffè"

"Perché ci stava buono: non ci stava buono, forse?" risponderebbe lei che è di un’altra generazione di genitori…

…e certo non poteva conoscere, al tempo, tante diavolerie come gli spumantini analcolici alla frutta che oggi si trovano nei supermercati da servire alle feste dei bambini

e io insomma ero il più piccolo di tre fratelli ma oggi (vedi se non c’è giustizia a questo mondo) sembro più vecchio sia di mio fratello che di mia sorella perché ho pochi capelli ho le rughe e sono non direi grasso ma certo poco fitness-corrected, merito anche della mia passione per la cucina ma non sono un grande cuoco, no, soltanto me la cavo un po’, le tre uova adesso saranno un po’ meno fredde così le batto sul bordo della pentolina antiaderente in teflon (mi dispiace confessarlo, ma su quella col fondo di smalto mi ci si attaccava sempre tutto e ogni volta mia moglie, "La buttiamo?, la buttiamo una buona volta?" e io "No ché va tanto bene, ché ne usava una uguale mamma!" però poi un giorno non ce l’ho fatta più e di nascosto da mia moglie ci ho pure stipato dentro un pannolino sporco della bimba e ho buttato tutto nella spazzatura) mi piace proprio rompere le uova e non sporcarmi neanche un po’ le dita con l’appiccicosa chiara

talora,
la forchetta
di taglio,
spezzo i gusci
senza appello
…tàc!

mi piace perché mi ricorda un periodo della mia infanzia quando mio padre curava direttamente la mia (super)alimentazione e la mattina a colazione mi preparava lo zabaione con dentro una lacrima di marsala e finito quello dovevo bermi anche il latte caldo con il caffè d’orzo (mica quello vero dei savoiardi, però) finché a un certo punto ha smesso forse m’ero ingrassato troppo ogni tanto ancora me lo dice (che sono grasso) e io ci rimango male, però lo zabaione che faceva lui era buonissimo perché lo sbatteva a morte con un cucchiaino da tè (dalla camera mia mentre contavo quanti peli m’erano cresciuti sul pisello durante la notte e incastravo la maglia di lana sotto l’elastico delle mutande sentivo distintamente attraverso le pareti assonnate il suo clòc!clòc!clòc!) una volta in cucina, la voce di Gustavo Selva al giornale radio per sottofondo, sia il manico del cucchiaino che lo zabaione erano ancora caldi, caldi per lo sbattimento, a volte se fuori piove che invece doveva far bello e non c’è scampo alla noia la butto là, questa storia, la racconto ai miei bambini e loro, che la sanno a memoria, "Zabaione? Bleah!!", peccato però, peccato anche per oggi pomeriggio, perché stavolta con mia moglie non è stata una di quelle che si vede lei in primo piano che tossicchia imbarazzata poi l’inquadratura retrocede indugia sulle clavicole sulle bretelline filiformi della sua sottoveste, lei tossicchia (una volta fumava anche, mo’ ha smesso) e, con la cervicale appoggiata alla spalliera del letto, fa "Non importa non è importante no?, succede, davvero, insomma smettila di startene così immusonito, cazzo!" e proprio su quest’ultima parola la mia autostima raggiunge abissi che neanche un campione di immersione saprebbe oh no, non è stata una di quelle volte lì ma, se possibile, qualcosa di peggio perché sono stato io a cercarla io a insistere per fare l’amore e poi… bah lasciamo perdere, siamo arrivati che verso lo zucchero, un cucchiaio per uovo, e metto a scaldare un po’ meno di mezzo litro di latte, ché se è di frigo succede un casino, la crema impazzisce e io con lei (il latte mi fa veramente paura col suo falso

Candore +
Semplicità +
Disponibilità =
NON È VERO!

il latte è davvero subdolo se qualcosa gli gira storta può rovinarvi in quattro e quattr’otto un dolce, una pastasciutta ai quattro formaggi, persino una prima colazione, tò) e mentre maneggio zucchero e uova adocchio la scatolina della maizena decido di mischiarla alla farina, metà e metà diciamo, per farla stringere meglio e prima, il tutto per i soliti tre cucchiai complessivi e vai, l’ho versati nell’impasto, poi penso alla buccia di limone, cacchio non l’ho preparata

il latte mi fissa
dal fondo delle cose
bianco e blu
come le gambe
delle donne varicose

apro il frigo coi denti, quasi, continuando a maneggiare col cucchiaio di legno il mio pentolino addento un limone, puàh!, poggio il pentolino sul piano cottura e continuo a mescolare con la destra mentre sciacquo l’agrume con la sinistra, una pelle tutta brozze e punti neri come la mia vicina, più tardi affetterò ’sta scorza per aromatizzare la crema, per fortuna ho anche uno stame di vaniglia, l’ho adocchiato prima in fondo al cassetto del tavolo e poi, diciamolo, non c’era mica bisogno di mescolarla tanto, ’sta pappa d’uovo e zucchero ancora senza farina e senza latte!, devo essere onesto e confessare che sì, ogni tanto mi piace fare cose inutili ma non provate a farmelo notare perché pur di dimostrare il contrario sarei capace di passeggiare coi tacchi a spillo sul cadavere di mia… bé, non esageriamo, della mia vicina di casa sì, però, ma ormai il momento è giunto di fare le cose serie, il latte non può stare oltre sul fuoco così da solo, la miscela di farina e maizena si amalgama faticosamente alla pappa arancione maneggiata finora, quindi verso il latte sotto al cui filo caldo il tassello sulla punta del cucchiaio di legno si scioglie scivola lentamente verso il fondo del pentolino, plop, giro il mestolo in senso orario mi guardo intorno sopra al tagliere c’è la tazza piena del bianco sessuale delle chiare più indietro i mezzi gusci d’uova pinticchiati di merda con le fratture esposte al cielo come una foto aerea di guerra a Bagdad, li sorvolo li fotografo contro le ferite di legno del tagliere sospiro, sono un pilota di guerra armato di mestolo, continuo a girare la crema senza farla raggrumare senza farla bruciare che è la cosa più lenta bella e snervante da fare, non sono ammesse distrazioni:

sei go-lo-so, vuoi accelerare il momento della tua ricompensa fi-na-le?
dell’avvenuta omogeneizzazione del tuo la-vo-ro?

be’, tutta questa prescia ti farà fallire miseramente;
sei an-sio-so? hai paura che non sia abbastanza cal-da?
allora facilmente la farai bruciare

perché ogni tanto lei va presa e sollevata leggermente sopra al fuoco di città (che è un piccolo cielo blu da favola che piove all’incontrario) tu continua a maneggiarla perché non le arrivi troppo a lungo il calore diretto e lei possa riprendersi e continuare a farsi maneggiare da te, ogni tanto il gioco con lei va rallentato, bisogna saper tardare ma anche riprendere al momento giusto, mescere & preparare, lasciarle intravedere una soluzione che però ancora non viene, deglutire inebriarsi senza fine del fumo odoroso che sale dalla sua calda superficie… oppure invece no, scottarla, tiè!, ustionarsi e morire assieme a lei: ecco, il primo mi sembra un modo più femminile di vivere la cucina, il secondo decisamente quello che ho inscenato con mia moglie ormai un’oretta fa, la bimba dormiente e i fratellini a catechismo, sul nostro talamo nuziale, dopo di che nel nostro spazio contumelie lei m’ha cucinato a puntino lanciandomi occhiate tipo, E così non si fa, E tu non ci sai proprio fare, E se il tuo (il mio) unico scopo è quello di venire, eia-culare (rallenta la pronuncia delle tre vocali iniziali… neanche dovessi risponderle Alalà!) puoi anche andartene dalle parti dello stadio a comprartene UNA, no?, sicché non capisco che sto a cucinare a fare una cosa che piace solo a me, oppure sì lo capisco fin troppo bene e mi pare che non sto sulla via giusta per farmi perdonare, pazienza, il tempo intanto ha perso cognizione di me e se ne sta acciambellato abulico a mezz’aria sul tavolo come un boa ministeriale dopo la pausa pranzo, faccio appena in tempo a montare le chiare a perfezione col mulinex dopo avervi sciolto tanto zucchero a bagnomaria finché lei ritorna che ho appena infornato le meringhe (queste sì piaceranno ai bambini): è stata dal parrucchiere ha trovato subito un posto libero sotto al casco è bellissima e sembra meno arrabbiata con me, forse è la permanente, e io non ho fatto in tempo a cambiare sacchetto al secchio dell’immondizia con tutta la crema stracciata che ci ho buttato dentro, mia moglie butta la borsetta sul tavolo ancora sporco di farina, non è da lei, poi il cappotto su una sedia ma sbaglia mira e il cappotto lentamente scivola per terra

fruscio
delizioso
della fodera
impon
dera
bile
ve
lo
ci

del
collo
di
pellìc
cia
e mi ripeto che non è da lei, ha un sacchetto d’alimentari in mano da cui fa saltare fuori un mastellino di "Vanessa" una crema all’uovo che si chiama come lei, i suoi occhi mi guardano chiari sotto i contorni un po’ irreali della permanente, i suoi occhi che sembrano dirmi:

Da: Ciccia
A: Mauro
Oggetto: la crema
Data: Tue, 04 Feb 2003 17:08:57 +0100

Te ne ho comprata UNA, no?, ma te l’ho comprata io!

e i miei:

Da: Mauro
A: Ciccia
Oggetto: ma va’?
Data: Tue, 04 Feb 2003 17:09:03 +0100

Avevo sempre sentito dire delle paste d’uomo: non ancora delle donne-crema!

immagino l’avrà trovata di sotto, all’hard discount gestito dai cinesi, intanto la linea tra i nostri occhi si è intasata peggio di quella tra i distretti telefonici della Reno-Ruhr (Germania) e Istanbul (Turchia) tra le 21 e le 23.30 del sabato sera (gli emigrati che telefonano a casa ecc.), faccio appena in tempo a immaginarmi cosa resterà di questa crema nel pomeriggio, forse un quarto figlio magari con gli occhi un po’ a mandorla, indico appena col dito il secchio della spazzatura che ancora fuma alzo le mani mi arrendo appoggio il mestolo sul tagliere ma Vanessa è sparita di nuovo e ha lasciato "Vanessa" sul tavolo e un filo di luce che mi chiama dal fondo del corridoio lo seguo arrivo all’angolo preciso tra la nostra camera da letto e la mia possibile riassunzione in cielo come Co.Co.Co. (coniuge considerantesi continuativo) ma ecco uno strilletto e un altro, un colpo di tosse, un accenno di pianto poi silenzio, meno male, no, pianto dirotto, s’è svegliata, eh, s’è svegliata la bambina.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 28 giugno 2008