Il traboccamento #5

Antonio Moresco



Il potere e la storia

Esiste una differenza enorme tra questi due romanzi che attraversano la Storia. L’uno nato nella Russia dell’Ottocento dalla mente e dal cuore di un misterioso aristocratico russo, che affronta con profondità e senza timidezze il movimento e la menzogna della “Storia”. L’altro, pubblicato nel Duemila da un americano che scrive in francese e che si trova ancora dentro l’imbuto letterario del Novecento, con le sue semplificazioni e i suoi cliché (da quelli manniani fino a quelli beckettiani e bernhardiani).
È passato poco più di un secolo e mezzo tra un libro e l’altro, eppure quest’ultimo libro, più “nuovo”, è costruito per semplificazioni, cliché e stereotipi, mentre Guerra e pace distrugge alla base e nello stesso tempo oltrepassa per traboccamento le semplificazioni, i cliché, gli stereotipi su cui si dovrebbe fondare una narrazione “storica”. Quello nuovo, pur con il suo coraggio e i suoi molti meriti, è un libro comunque più prevedibile del primo. Il primo, anche se porta al vertice la grandezza e la forza della letteratura, non se ne fa ingabbiare, né si fa ingabbiare dai suoi stereotipi. La libertà che si respira al suo interno è più grande e quasi di un’altra specie, successiva, ulteriore, anche se viene prima. Persino la “terza persona” usata da Tolstoj nel suo romanzo, lungi dall’impacchettare la narrazione, possiede una maggiore e più spiazzante vicinanza al mondo rispetto alla ininterrotta, novecentesca “prima persona” usata da Littell, che al contrario dovrebbe (o potrebbe) aprire e allargare maggiormente lo sguardo, mentre è tutta dentro un falso movimento che va avanti per conto suo, che toglie libertà invece che aggiungerne.
Ma il protagonista di questo libro è uno schiavo -obietterà qualcuno- mentre i personaggi di Guerra e pace sono ancora partecipi di un’idea fondativa della vita e di un’illusione di libertà! Perché è finita l’epoca delle piccole tirannidi ancora proporzionali, è iniziata quella delle grandi tirannidi collettive e di specie, dell’uomo scontornato e nello stesso tempo indistinto all’interno delle enormi macchine agoniche e terminali che stanno andando a toccare il loro -e nostro- limite. E quindi anche lo scrittore non può che, ecc ecc… Chi l’ha detto? È questo il solo ruolo concesso ormai allo scrittore (o che lo scrittore stesso si è autoconvinto di poter occupare)? Di essere il cantore del proprio e del generale, ideologico “nulla”, in questa epoca finale (o iniziale)? Che può solo vivere anche nel suo proprio corpo linguistico questa schiavitù? Che può solo esibire questo pedigree come proprio livello e status? Ma, se la cultura e la letteratura possono dirci ormai solo questo, allora che cosa ce ne facciamo della cultura e della letteratura?
I grandi romanzi del passato non erano così, non stavano in modo così remissivo dentro la polpa della vita e del cosmo, non fronteggiavano così -con questo atteggiamento, anche interiore, di resa- il tempo storico e lo spaziotempo più vasto in cui anche il nostro tempo storico è immerso. Non solo Guerra e pace, ma anche molti altri romanzi ottocenteschi non sono così, non è così Moby Dick, non sono così I demoni e I fratelli Karamazov, non è così I promessi sposi, non è così I miserabili -altra opera di pensiero-romanzo molto diversa da quella di Tolstoj ma altrettanto impareggiabile- depotenziata via via da cliché culturali ingabbianti quando non ridicolizzanti, costruita per blocchi e per macigni narrativi e per spostamenti d’aria e per smottamenti e per traboccamenti, che fronteggia e attraversa la Storia ma solo per sfondarla, dove si attinge a forze prefigurative infinitamente più grandi di quelle che oggi si è disposti a concedere allo scrittore, e dove si assiste e si partecipa all’erompere delle vicende dall’interno di uno spazio e di un tempo ancora capaci di dare e ricevere controspinta.
Ma adesso non si può più -è la sentenza culturale di questa epoca- il recinto dell’attuale scrittore sovrappopolato è più stretto. Chi l’ha detto? Chi l’ha stabilito? È giusto obbedire a questa lettura della vita e del mondo e a questa ingiunzione? È possibile, ancora, disobbedirvi? Non è una maledizione, non è una condanna divina che ci si debba assoggettare senza poter combattere con armi nuove, proporzionali e impensate. Il vaso ogni tanto trabocca, può traboccare. In questo senso anche i cosiddetti “grandi romanzi storici”, tragici e prefigurativi, che sono stati scritti in un tempo di specie che ci hanno insegnato (o obbligato) a vedere come “passato”, non sono “storici”, perché non sono chiusi dentro la prigione e la menzogna della “Storia” e del (suo) “Potere”, del potere dentro la storia e della storia dentro il potere, dentro un potere che guarda e può guardare solo se stesso dentro uno specchio. Il potere non è tutto e solo dentro la storia. Tutti noi (quindi anche gli scrittori) non siamo solo dentro il potere che è a sua volta dentro la storia. Se si vede solo questo, se si riesce a concepire solo questo orizzonte e si riduce tutto e solo a questa meccanica e anche a questa meccanica letteraria, il “romanzo storico” è solo un romanzo di potere e sul potere, che tesse in un modo o nell’altro le lodi del potere e della sua insuperabilità onnicomprensiva oltre la quale ci sarebbe solo il nulla, altra e unica cosa che potremmo cantare. È questa la dimensione nella quale anche lo scrittore novecentesco e postnovecentesco si è imprigionato e dalla quale guarda “il potere” con gli stessi occhi del potere reso vitello d’oro e feticcio e idolo da una cultura e da una letteratura in vario modo (positivamente o negativamente) asservite. Se il potere è tutto ed è tutto dentro lo storia e se insieme, il Potere e la Storia, sono una cosa sola, non solo il romanzo “storico” ma ogni altro romanzo non può che essere e aspirare a essere un romanzo di potere piccolo che canta un potere più grande. Mentre il nostro potere piccolo (ed è piccolo anche il nostro potere più grande) è, anche, dentro qualcosa che non è ancora potere, non è più potere.
Ci sono stati anche nel Novecento scrittori, come Kafka e Proust (ma anche altri, e anche provenienti dai “generi”, come l’ardimentoso Philip Dick), che non sono stati dentro questa tenaglia. Ma gran parte della cultura e degli scrittori e dei pensatori, anche grandi, di questo secolo ci si sono collocati dentro e sono rimasti sfracellati contro questo specchio, sia quelli che hanno fatto del “potere” un feticcio positivo che quelli che ne hanno fatto un feticcio negativo ma altrettanto totalizzante. Con questo bagaglio, seduti su questa sedia a rotelle concettuale, come si potrà essere proporzionali -anche in termini di invenzione e prefigurazione- alla condizione e all’avventura che stiamo tutti vivendo?
Anche la percezione della letteratura passata e dei suoi picchi, da parte della cultura di questa epoca, è semplificante e normalizzante. Una di queste semplificazioni e normalizzazioni è, ad esempio, che gli scrittori ottocenteschi sono, sarebbero “onniscienti”, condizione che a quelli novecenteschi è invece impossibile. Su queste e altre antinomie -che sembrano del tutto innocenti ma che in realtà introiettano una particolare lettura della storia, dello spazio e del tempo- si strutturano e si paralizzano le possibilità umane, almeno fino a quando non avviene un traboccamento che le oltrepassa. Questa divisione ideologica non regge a uno sguardo appena un po’ più profondo. A guardar bene sono -ciascuno a suo modo- molto più “onniscienti” Beckett e Bernhard (ma anche altri scrittori novecenteschi come Thomas Mann, Sartre, Moravia, Calvino… Simenon… e altri stimabilissimi viventi come Philip Roth e molti altri americani di questi anni, e poi Yeoshua, Pamuk, lo stesso Littell… per non parlare di tanti attuali e industriali scrittori di noir, thriller…) di Hugo, di Dostoevskij, di Tolstoj, di Melville, di Dickens, di Balzac... Sono più “onniscienti” proprio perché hanno ristretto il loro sguardo sul mondo e su quanto -a loro parere- c’è da sapere, perché hanno reso orizzontale questo piccolo sapere astraendolo dalla voragine e dalla vertigine e dalla “materia oscura” in cui anche questo piccolo nostro sapere è immerso. I grandi romanzieri dell’Ottocento erano meno onniscienti di quelli industriali o concettuali e “non onniscienti” novecenteschi, e anche di oggi, che sono talmente onniscienti da pretendere di sapere che non si può più essere onniscienti. La forza, l’invenzione e la passione di certi scrittori dell’Ottocento erano infinitamente più grandi proprio perché -al contrario di quanto viene detto di loro- non erano onniscienti, non avevano ridotto lo spazio e la dimensione e il rischio in cui erano e siamo immersi a una misura di cui si potesse esibire una perfetta conoscenza. Riuscivano a sapere e a vedere così tanto, riuscivano a sognare così tanto proprio perché prendevano di petto una cosa più grande di loro, perché scavavano ciecamente un buco profondo nella polpa della vita e del mondo. Gli scrittori di oggi -e non parlo solo di quelli più normalizzati dalle ideologie e dalle logiche del mercato- sono spesso preda di conformismi che tendono, anche se in modi apparentemente diversi, tutti a uno stesso fine, in questo imbuto di specie. Conformismi trasformati in regole, leggi e galateo universali. Invece sono qualcosa a cui ci si può sottrarre, in ogni momento, anche oggi, sempre. Ci sono state epoche in cui gli scrittori -o perlomeno molti di essi- sono riusciti a sottrarsi a queste o ad altre “leggi” e hanno forzato il gioco chiuso e lo spazio. Così è successo nel Trecento, nel Seicento, nel Sette-Ottocento… C’è stato uno sfondamento, un traboccamento. Gli scrittori si sono liberati delle loro paralizzanti tutele.
Di questo c’è bisogno anche oggi, in questa situazione planetaria mai conosciuta prima. C’è bisogno anche oggi, tanto più oggi, di passare da questa cruna non completamente sorvegliata della letteratura, per inventare le possibilità e le forme proporzionali alla situazione che stiamo vivendo, per tentare di riaprire lo spazio e il tempo che abbiamo di fronte. Perché queste potenzialità sopite difficilmente potranno affiorare oggi dall’interno della dimensione semplificata della politica, della storia applicata, della religione applicata, dell’“informazione” e della “comunicazione”. Possono emergere ancora, anche (tra gli altri, tra i mille altri, naturalmente) dagli scrittori che avranno la libertà e il coraggio di infilare questa cruna. Non eroi, non diavoli che fanno girare le ruote, non superuomini, non sartriani e postsartriani vassalli del potere dentro la storia che si illudono di muovere i fili -come quelli che credevano fosse il fumo a spingere in avanti la locomotiva- ma gente inerme, però non annichilita dalla storia e dal potere e dalla loro leggenda. Gente senza storia (se la storia è quella cosa che ci viene descritta), senza potere e senza speranza, nel momento in cui potere, storia e speranza dell’uomo stanno saturando e fagocitando se stessi.
Ci sarebbero molte altre cose da dire. Mi fermo qui. Il resto (che è poi la parte infinitamente più grande) tenterò di dirlo da un’altra parte e in un altro modo.

(Fine. Prima, seconda, terza e quarta parte.)








pubblicato da a.moresco nella rubrica in teoria il 24 giugno 2008