La “sprezzatura” di Wisława Szymborska

Graziano Dell’Anna



In questi giorni la repubblica delle lettere porta il lutto al braccio per la morte di Wisława Szymborska, poetessa polacca Nobel nel ’96. La sua è stata ed è sicuramente una delle voci più limpide e profonde della poesia contemporanea. Insieme a personalità del calibro di Witold Gombrowicz, Czesław Miłosz, Zbigniew Herbert e Gustaw Herling, ha contribuito a portare la letteratura polacca sul piedistallo della cultura europea del Novecento. È naturale, dunque, che nelle ultime quarantott’ore giornalisti, scrittori, poeti e lettori di tutto il mondo siano letteralmente impazziti dal dolore. Sulle terze pagine sono comparsi i diversi coccodrilli. Blog e social network rigurgitano di omaggi, aneddoti, citazioni di poesie (al punto che viene compianto, giustamente, anche il suo traduttore italiano, Pietro Marchesani, morto pochi mesi prima). Tutto ciò dà in qualche modo la misura della popolarità della Szymborska. Una poetessa che con la sua ultima raccolta, Due punti, ha venduto più di quarantamila copie in meno di due mesi e che quanto a vendite teneva testa agli scrittori di prosa solitamente più “di cassetta”. Tutto ciò mi induce a sollevare una questione che non vuol essere affatto uno sberleffo cinico – anch’io ho amato la poesia della Szymborska praticamente da sempre, fin da quando a metà Novanta, a diciott’anni, arrancavo verso la libreria “Palmieri” di Lecce per accaparrarmi le edizioni Scheiwiller delle sue prime traduzioni italiane – ma solo, appunto, un’occasione di riflessione. Mi chiedo come mai Zbigniew Herbert e Czesław Miłosz, due altri giganti della poesia polacca del Novecento (Miłosz, tra l’altro, Nobel nell’80), non godano della stessa popolarità e successo di pubblico della loro collega e conterranea. La risposta che mi do è questa: perché la Szymborska unisce al suo grande talento poetico il dono della leggerezza, anzi della “sprezzatura”, nel senso che assegnava a questo termine Baldassare da Castiglione («Trovo una regula universalissima, la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane che si facciano o dicano più che alcun altra: e cioè fuggir quanto più si po, e come un asperissimo e pericoloso scoglio, la affettazione; e, per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò, che si fa e dice, venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi… Da questo credo io che derivi assai la grazia»). La poesia della Szymborska mette insieme elementi della realtà quotidiana, metafore a portata di mano, ironia e tono dimesso anche quando fa fronte a temi alti: «Morire – questo a un gatto non si fa» è l’incipit esemplare di una delle sue poesie. Da questo punto di vista siamo lontani anni luce dai versi del Rapporto dalla città assediata di Herbert, solenni e stipati di riferimenti mitici, biblici, storici. Allora aveva ragione il Calvino delle Lezioni americane? Nel nuovo millennio letterario senza il passepartout della leggerezza non si va da nessuna parte? Non proprio, direi. Prendiamo, ad esempio, Hemingway. Il tocco della sua prosa ossuta, senza aggettivi. Il ritmo elementare, secco della frase. Il dire pane al pane e vino al vino. È per questo – anche e soprattutto per questo – che l’autore de Il vecchio e il mare è stato letto e osannato e imitato per decenni. Finché non ci siamo accorti che un tizio del Mississipi che riusciva a tener testa a Proust per la lungaggine di certe frasi – barocco, multiforme, a tratti difficile – gli era una spanna estetica sopra. Lo stesso – e questa è la Nemesi – ho l’impressione che stia accadendo per Calvino. Perché la leggerezza ha il merito di abbattere i filtri tra autore e contemporanei, ma non è detto che non sia a sua volta abbattuta dal filtro del tempo.








pubblicato da s.baratto nella rubrica poesia il 4 febbraio 2012