Guido Morselli vs. Roland Barthes

Andrea Amerio



Quando iniziai a leggere questa raccolta di articoli - cortese dono di Alessandro Gaudio, Lecturer of Italian Literature all’Università di Malta, che l’ha curata con Lina Terziroli per la collana “Archeometro” diretta da Andrea Scarabelli - avevo l’amaro in bocca.
Da poco terminata La mente prigioniera di Milosz, ero stupito di quanto un libro tanto importante fosse passato così silenzioso. Ma guarda, mi dicevo, è uscito lo stesso anno dell’invece chiassosissimo Miti d’oggi di Roland Barthes.
La copia studiata per il primo corso seguito nel primo anno di università la ripescai dalla libreria tutta letta e annotata con estrema attenzione, soprattutto l’ultima parte teorica.
Paragonato al Milosz appena finito, questo Barthes ora lo giudicavo inessenziale, vacuo. E saliva un vago senso di nausea per la sproporzione di fortuna fra il testo di Barthes e il testo di Milosz negli anni della mia formazione.
Non ero affatto contento di non amare più quel testo, ma il “potere temporale” del libro, la cosiddetta "wordliness" di cui parla Edward Said, talora può creare percorsi di senso interessanti e dare qualche risposta.
Tra questi scritti di Morselli fino a ora introvabili, disseminati in una miriade di pubblicazioni a circolazione limitata infatti incappavo una recensione alla prima traduzione italiana del libro di Barthes (Lerici 1962) pubblicata sul periodico "Questo e altro" (n. 6-7, marzo 1964).
Benché, il “valoroso Roland Bathes” meriti “un ragionato plauso” per il suo sforzo di mettere sotto esame la “dilagante circolazione fiduciaria di titoli verbali senza valore”, “rendere alle nostre convinzioni attendibilità” e “al nostro discorso significazione”, Morselli giudica lo “smilzo florilegio” una “Lettura stimolante che largamente ripaga" ma solo "per i propri limiti e difetti”. La sua nuova accezione di “mito” e il metodo di indagine scelto per portarla alla luce infatti snatura pericolosamente l’essenza più profonda del mito e rischia di rientrare nel novero dei titoli verbali “tossici” e senza valore appena citati. “Questi sarebbero miti e sono invece, nella poziore accezione del termine costume, uso, gusto (o se vogliamo senza eccedere il pessimismo) mal gusto, malvezzo”. Quanto all’ultima parte teorica di Miti d’Oggi Morselli liquida le “trenta paginette (anche troppe)” “discettanti” e “più che discutibili” come “un complesso disquisire superfluamente irto e confuso”.
Gli “spaccati e sezioni anatomiche in questo atlante Barthesiano hanno un’impietosa lucidità, digiuna di trapassi e sfumature, che può sembrare scientificamente astratta; ma”, continua Morselli, “ma se ci si fa l’occhio risulta che quel rigore non è così scaltro e freddo, che lo anima una superiore e tuttavia irridente indulgenza”.
E poiché non si fa stregare dagli slogan ("La borghesia vieta all’uomo di inventarsi") e dalla novità dell’idioletto frizzante che invece avevano avuto buon gioco a conquistare il diciottenne provincialotto dell’Universtià di Torino, Morselli dietro l’accezione derisoria ma accomodante di questa nuova idea di “mito” (che è poi la Harley celebrata dagli 883), scorge un pericolo reale. E la sua critica si fa più tagliente e profonda.
Barthes “si rivela un filologo oltranza chiuso in una visione unilaterale e formale”. “La nozione di mito secondo lui si deduce filologicamente o ci si rinuncia”. “A coglierla si arriva per decifrazione”. Mentre il segno stilizzato, “il meccanismo verbale”, “in vero non può essere che un volto, sia pure espressivo, di un vivere dagli infiniti aspetti”.
“Il linguaggio se ben interpretato è un tramite rivelatore, non è il motore (o se preferiamo, l’anima del mito), come non ne è il terreno, il sostrato, o l’alimento”.
“Bisogna in più direzioni e in più livelli cercare, perché la realtà sociale non è mai a fior di superficie, ostentata e facile”.
E soprattutto: “il mito, se è irrazionale anamorfosi, anche sproporzionata e bislacca, non consiste affatto nel mentire le qualità del soggetto ma anzi a sublimarle accogliendole e figurandole tutte aperte e palesi con fervore confidente, ingenuo”. Incistato da decenni nelle bibliografie dei dipartimenti delle più varie discipline, il libro di Barthes ha fatto scuola ed è considerato un classico. Non c’è da stupirsi che invece l’inattuale Morselli abbia patito la consunzione del silenzio. Aveva il talento di scegliere il momento più sbagliato per dire la cosa più giusta, di marciare fuori tempo.
Bruciarti vivo dovevano, altro che non pubblicarti.








pubblicato da a.amerio nella rubrica libri il 20 febbraio 2014