Il traboccamento #3

Antonio Moresco



Le benevole

È passato quasi un secolo e mezzo da quando Tolstoj ha scritto il suo formidabile libro. Adesso siamo nel Duemila. E c’è qui un altro grande romanzo scritto anch’esso -come ho già detto- a poco più di una cinquantina d’anni di distanza dai fatti narrati, da due scrittori pressappoco della stessa età, che racconta, oltre tutto, una successiva migrazione (di nuovo da Occidente a Oriente) con le sue ancora più abominevoli ideologie di supporto, e che si presenta anch’esso come una grande narrazione che attraversa la storia.
Ho già detto anche che la mia prima -e preconcetta- impressione rispetto a questo libro era negativa, ma che poi ho cominciato a leggerlo e sono arrivato alla fine. Aggiungo adesso che questo mio preconcetto si è dissolto rapidamente di fronte al coraggio, alla bravura dello scrittore e all’impatto del libro, ma per lasciare a poco a poco il posto ad altre e più sostanziali riserve.
Le cose da dire e da sviluppare sarebbero tante, il tempo è poco. Mi limiterò, in questo caso, a riportare anche qui alcuni dei pensieri (mobili, contraddittori e a volte ripetuti e in progress) che mi hanno accompagnato durante tutta la lettura e che ho annotato rapidamente con la matita sui margini delle pagine e sulle pagine bianche tra una parte e l’altra del libro.
Li trascrivo così come sono:

Le critiche mosse a questo autore, per aver trasferito dentro un romanzo una materia simile. Insomma, si può o non si può scrivere un romanzo sull’Olocausto, un’opera che non sia redatta direttamente da un testimone e non rientri nella dimensione della pura testimanionza?
Ma -mi domando- perché questa critica scatta solo per un’impresa simile e non invece, ad esempio, per tanti piccoli e mediocri romanzi che pure sono stati scritti e vengono scritti a getto continuo su questo stesso tema? Perché viene sollevata proprio ora, nel momento in cui appare un’opera che mi sembra comunque, fin dalle prime pagine, di statura, impegno e portata diversi rispetto alle piccole narrazioni edificanti che vengono scritte su questo stesso argomento e che non sollevano invece obiezioni di principio?

E poi, erano forse testimoni diretti quelli che hanno raccontato la creazione del mondo, la cacciata dei primi uomini dal paradiso terrestre, il diluvio universale…?
Che paragone sballato! -dirà qualcuno- Quelli erano ispirati direttamente da Dio!
Ma (volendo rispondere sullo stesso piano a questa obiezione) se Dio ha ispirato e permesso il racconto di avvenimenti simili, perché non dovrebbe permettere il racconto di quest?
Non c’è un divieto divino.

Altra, e complementare, critica: la mancanza di una figura "morale" in cui indentificarsi all’interno del libro, la cui presenza darebbe invece un senso etico alla scelta di riportare alla luce una così incomparabile e abominevole vicenda e un simile buco nero (o di un processo morale di miglioramento e presa di coscienza da parte del suo protagonista).
Ma non è la presenza o meno di un personaggio "positivo" che fa di un libro una cosa buona o cattiva, positiva o negativa. Non basta farcire un mediocre romanzetto clonato con una moralina per renderlo legittimo o meno anche sul piano etico. Ci sono libri che esibiscono personaggi e processi positivi e che pure rimangono inerti, che ci lasciano freddi, mentre altri privi di questa intenzionalità etica esibita che muovono invece a fondo la nostra sensibilità e la nostra coscienza e scatenano la nostra ribellione interiore. Il romanzo che sto leggendo mi sembra uno di questi.

Un libro importante, assolutamente da leggere e con cui confrontarsi.

Ancora. Vengono scritti tanti mediocri romanzi sull’Olocausto, con i loro ben collocati intenti edificanti, che hanno trasformato questa immane e intollerabile tragedia in un genere letterario, il "genere Olocausto", e allora nessuno protesta, mentre protestano proprio di fronte a un’opera che comunque si confronta con questo orrore senza nessuna normalizzante consolazione e, mi pare, con grandezza e proporzionalità letteraria.

Questo libro è una grande impresa, e sono meschine la sbrigatività difensiva e la superficialità con cui è stato liquidato in Italia dagli addetti ai lavori. Mentre bisognerebbe salutare con sollievo l’arrivo di una cosa tanto significativa attraverso la cruna della "letteratura".

Sì, sì, certo, Melville, ma anche Thomas Mann, tutto il filone dei romanzi cosiddetti "faustiani".

La fogna di bocca da cui esce ininterrottamente il filo del racconto e la sua sinistra cantabilità.

Eppure, eppure, in questo libro che mi sembra proporzionale e scritto come ne sono stati scritti pochi, in questi anni, mi pare anche che ci siano una gracilità e una mancanza di originalità di fondo, che sia costruito su cliché.

Il suo basso continuo, ad esempio: che anche noi, in circostanze analoghe, non ci saremmo comportati diversamente… Certo, nel punto finale la spinta è così potente che trascina ogni cosa, ma è prima che si gioca tutto, anche in noi stessi…

Alcuni cliché, che sono stati legati spesso a questo tipo di materia e a questo tipo di personaggio:
L’omosessualità, la bisessualità (L’infanzia di un capo di Sartre, Visconti…).
L’incesto (Bernhard…)
La musica (Mann…)

Thomas Mann. C’è, in questo romanzo, anche molto di Thomas Mann. Mi sembra, in fondo, molto più che melvilliano, manniano o postmanniano (il romanzo storico-metaforico, il romanzo-composizione…). Thomas Mann, molto più che l’originalità terremotante di Guerra e pace, dei Miserabili, di Moby Dick… Mi sembra che Thomas Mann (scrittore che, comunque, io non disprezzo affatto e di cui ho ultimamente letto o riletto diverse cose che hanno fatto crescere il mio rispetto e la mia considerazione nei suoi confronti) sia uno degli scrittori più imitati e proseguiti, in questo momento. Ci sono molti scrittori che stanno seguendo la sua traccia (composizione, accumulo lineare, metafora), e sono proprio coloro che, all’interno del mercato letterario di questi anni, vengono visti come quelli che riescono a coniugare qualità letteraria e vendibilità, leggendo i quali si "porta a casa" qualcosa anche sul piano dell’informazione, storica o di altro tipo, e che sono particolarmente appetiti da editori e pubblico (sono così molti buoni scrittori americani, orientali, israeliani, turchi…). Cose buone, dignitose o anche più che dignitose. Ma, mi pare, un passo indietro, sul piano della libertà, dell’invenzione e della prefigurazione, rispetto ai grandi romanzi dell’Ottocento, e proprio nel momento in cui ci sarebbe invece bisogno di attingere a possibilità e forze più grandi…

Il libro è molto bello, è straordinario, ma nello stesso tempo sorprendentemente privo di orginalità. Anche l’idea di fondo non esce dalla banalità, dal cliché (a differenza che in Guerra e pace, dove si procede per spiazzamento, invasione e traboccamento continui e originalità incontrollabile e intatta). Il suo impianto e la sua lingua sono, in fondo, molto tradizionali e gestiti, il "tradizionale moderno", naturalmente, quello che comunque è dovuto passare attraverso il Novecento e attraverso scrittori come Beckett e Bernhard per riaprirsi una possibilità di narrazione lungo questa stessa linea e non facendo irruzione da un’altra parte, da prima, da dopo, e senza rimettere in movimento ogni cosa, le strutture mentali, la lingua, le forme, la tradizione, per poter rendere proporzionale e dicibile e narrabile il residuo della materia del mondo nel quale stiamo vivendo in questo limite o passaggio di specie.

La Trilogia del nord di Céline, dove lo sguardo sulla distruzione e sulla catastrofe non lascia (non può lasciare) intatta la pagina…

Altro cliché "nazista": l’ossessione per l’igiene.

Straordinario nel visualizzare ambienti, stati d’animo e universi paralleli, con l’effetto-presenza unico della letteratura:
"Mi piaceva l’aspetto desueto delle spiagge sovietiche: gli ombrelloni variopinti ma senza tela, le panchine macchiate di escrementi di uccelli, le cabine di metallo arrugginito con la vernice scrostata, che rivelano piedi e teste di ragazzini appostati dietro i parapetti. Avevamo il nostro angolo preferito, una spiaggia a sud della città. Il giorno in cui la scoprimmo, una mezza dozzina di vacche, sparpagliate intorno a un peschereccio a vivaci colori coricato sulla spiaggia, brucavano l’erba novella della steppa che invadeva le dune, indifferenti al bambino biondo che, su una bici rabberciata, gironzolava in mezzo a loro. Sull’altra sponda di una stretta baia una triste musichetta saliva da una baracca azzurra, eretta sul molo traballante…"

Sono indimenticabili tutte le parti sui massacri sistematici di ebrei durante l’avanzata verso Oriente, le fucilazioni di massa, l’orrore somatizzato anche dal protagonista, le parti sul Caucaso, Lermontov, le mille etnie, lingue e dialetti…

Tutto straordinariamente eloquente e letterariamente vivo e robusto. Eppure nello stesso tempo tutto piatto e giocato su dei cliché (letterari ed esistenziali).

Un’opera straordinaria e di grande pregio letterario e nello stesso tempo (come succede spesso in questi anni) stereotipata e tradizionale e dalla lingua eloquente e piatta. È, nello stesso tempo, un’operazione letteraria volontaristica e "postmoderna" e qualcosa che si avvicina molto al capolavoro.

Il protagonista del libro non è comunque -come pare leggendo alcune liquidazione "etiche" di questo romanzo- impermeabile all’orrore, la cui pressione è costretto a somatizzare in mille modi inequivocabili, anche se privi della canonica estrinsecazione e presa di coscienza esibita, che paiono accontentare tutti e dare dignità etica a un libro, mentre, al contrario, possono contenere il massimo della mistificazione etica, proprio perché pretendono di dare in qualche modo -in un’operazione letteraria- spiegazione o comprensione e superamento rispetto al male e all’orrore, che restano invece sconvolgenti, insuperabili, inaccettabili.

A me, che sono legato da sempre in maniera indissolubile al libro di Primo Levi su Auschwitz, non pare giusto dire che qui sia in atto un’operazione biecamente estetizzante e dove l’estetizzazione prevalga. A me l’orrore arriva tutto, arriva ancora di più, proprio perché non c’è questa piccola, prevedibile e galateale trasfigurazione culturale, e proprio perché lo scrittore è robusto.

L’impressionante documentazione che sorregge questo libro è resa fluida dalla grande capacità narrativa e visiva dello scrittore, che ti fa entrare dentro questo orribile universo parallelo che è il nostro stesso universo, ti fa vedere e soffrire con un effetto-presenza a volte intollerabile.

Questo libro tocca un punto nevralgico, non solo per l’argomento che tratta ma anche per la domanda che ha sollevato: se si può (senza cadere nell’estetizzazione) porre al centro di una grande narrazione romanzesca un simile orrore o se invece bisognerebbe lasciare questo compito ai suoi soli specialisti e custodi autorizzati.

Ancora sulle critiche al fatto che non c’è un personaggio "positivo". Se, alla fine, il protagonista fosse diventato "buono" allora il libro sarebbe stato accettabile. Criticano il fatto che ne abbia fatto un romanzo e nello stesso tempo avrebbero preteso che fosse stato ancora più "romanzesco".

Il protagonista. È un personaggio-tunnel, un personaggio-cicerone che -guarda caso- si trova sempre nei punti più nevralgici e terribili (stragi di ebrei, Stalingrado, Auschwitz…).

L’imbuto della ininterrotta prima persona, quasi come una condanna letteraria moderna per lo scrittore postnovecentesco e postbernhardiano.

Ancora sull’idea che, nelle stesse circostanze, ci saremmo comportati anche noi così… Sì, sì, certo, nel punto finale della cascata, quando tutta la massa d’acqua è di fronte al precipizio, la corrente è così forte che è quasi impossibile -senza eccezionale eroismo e vigore- resisterle. È se mai prima che si può uscirne, che si gioca tutto. Sempre, anche oggi. Bisogna stare sempre attenti a quello che succede prima, all’inizio. È soprattutto prima che sei colpevole, dopo sei la colpa.

Le reazioni così sbrigative di fronte a questo libro: proprio come un moto di rigetto verso qualcosa di comunque più grande e ardito di quanto si è in grado di capire e accettare.

Altro cliché "nazista" ed elemento psicanalitico-simbolico: l’odio verso la madre. Anche con aspetti patologici kitsch: si masturba sulla foto della madre, fa eiaculare sopra di essa dai suoi amanti… Il suo odio per la madre e il suo diventare (cliché amletico) vendicatore del padre.

Qui invece c’è un imbarazzante simil Céline:
"È il mio unico vizio… -borbottava,- l’unico! Tutto il resto… finito! L’alcol… un veleno… Quanto a fornicare… Tutte quelle femmine avide! pitturate! sifilitiche! pronte a succhiare il genio di un uomo… a circoncidergli l’anima!… Per non parlare del rischio della procreazione… onnipresente… Per quanto si faccia non si sfugge, ci riescono sempre… un abominio! Orrori tettuti! scodinzolanti! civette marrane, che aspettano solo di assestare il colpo di grazia! La fregola permanente! Gli odori! Tutto il santo anno!…"

Altro cliché: il marito paralitico -e musicista- della sorella incestuosa.
Tutta la conversazione su Schönberg e l’ombra-cliché del Doctor Faustus di Thomas Mann.

Parte col personaggio- specchio dicendo: un uomo assolutamente come tutti noi, che ha fatto quello che avremmo fatto anche noi, ecc… e poi ce lo rappresenta attraverso tutta una serie di cliché culturali, esistenziali, patologici e di altro tipo.

Eppure è proprio l’elemento "femminile" del protagonista a permettere l’ambiguità e la duplicità che rende possibile questo tipo di narrazione e di sguardo.

Altre duplicità, oltre a quella uomo/donna: francese/tedesco, uomo di cultura/barbaro…

Parallelismi, metafore… Come in Thomas Mann. Una sorta di romanzo di (de)formazione dell’Europa del Novecento.

Romanzo con alti e bassi incredibili, sorretto spesso da cliché e zone kitsch, ma comunque molto bello e dotato di un vero ardimento tradizionale.

Lunghe parti didascaliche e informativo-documentative, dove questo aspetto diventa soverchiante.

Ma c’è comunque sempre bisogno delle abominevoli (anche se mistificanti) verità di questo "avvocato del diavolo":
"Riguardo agli eccessi -le aberranti dissolutezze come quelle che si potevano vedere al Deutsche Haus o, più sistematicamente, l’apparente incapacità delle nostre amministrazioni di trattare i popoli colonizzati, alcuni dei quali sarebbero stati pronti a servirci di buon grado se avessimo saputo dare loro qualche assicurazione, e non con violenza e disprezzo -non va nemmeno dimenticato che il nostro colonialismo, anche in Africa, era un fenomeno giovane, e che gli altri, all’inizio, non avevano fatto tanto meglio di noi: basti pensare alle massicce stragi compiute dai Belgi in Congo, alla loro politica di sterminio sistematico, oppure alla politica americana, antesignana e modello della nostra, della creazione di spazio vitale mediante l’assassinio e i trasferimenti forzati- l’America, si tende a dimenticarlo, era tutt’altro che uno "spazio vergine", ma gli Americani ce l’hanno fatta dove noi abbiamo fallito, tutta la differenza sta lì. Perfino agli Inglesi, così spesso presi ad esempio, e che Voss ammirava tanto, c’è voluto il trauma del 1858 perché si mettessero a inventare strumenti di controllo un minimo sofisticati; e se, un po’ alla volta, hanno imparato a usare da veri virtuosi l’alternanza di bastone e carota, non bisogna dimenticare che il bastone non lo trascuravano di certo, come si è potuto vedere con il massacro di Amritsar, il bombardamento di Kabul, e altri casi ancora, numerosi e dimenticati.
Mi sono allontanato dalle riflessioni da cui ero partito. Quello che volevo dire è che se l’uomo non è di sicuro buono per natura, come hanno sostenuto poeti e filosofi, non è nemmeno cattivo per natura: il bene e il male sono categorie che possono servire a definire l’effetto delle azioni di un uomo su un altro; ma a mio parere sono fondamentalmente inadeguate, se non addirittura inutilizzabili, per giudicare ciò che accade nel cuore di quell’uomo. Döll uccideva o faceva uccidere della gente, quindi è il Male; ma in sé era un uomo buono verso i suoi, indifferente verso gli altri, e per di più rispettoso delle leggi. Cos’altro chiedere all’uomo qualunque delle nostre città, civili e democratiche? E quanti filantropi in giro per il mondo, diventati famosi per la loro stravagante generosità, sono invece mostri di egoismo e insensibilità, avidi di gloria pubblica, gonfi di vanità, tirannici con chi gli sta accanto?"

(Continua. Le prime due parti sono qui e qui. )








pubblicato da a.moresco nella rubrica in teoria il 20 giugno 2008