Maledetti uffici stampa!

Massimiliano Parente



D’accordo, ma come? Come quando fuori piove e uno, giocando a carte, sospira e dice «Guarda, piove»? Insomma, se molti recensori non leggono del tutto i libri che recensiscono, come hanno "denunciato" recentemente l’amico Mascheroni e l’amico Langone su "Il Giornale", che fare? (Nota per i posteri: i collaboratori culturali in particolare, e i giornalisti in generale, sono tutti "amici" tra di loro, non si pestano i piedi ma si accoltellano volentieri la schiena a vicenda, e quindi qui, pur da scrittore, ma attenendomi alla deontologia del buon collaboratore di giornale, citerò molti amici, veri o finti che siano, geni o mezzi e mezzi o mezze calzette che siano).

E quindi. Non che non sia vero, figuriamoci. E tuttavia dipende dai casi, dai libri, dalle persone, dall’imperscrutabile "onestà intellettuale" (due parole, un ossimoro?), dalle capacità di chi fa questo mestiere… dipende da così tanti fattori soggettivi che messa così non rischia di non dipendere da niente e finire a tarallucci e vino? Filippo La Porta già se ne esce lamentandosi di non essere stipendiato da nessun giornale… Si possono recensire molti libri al mese? Sì, dipende. Io ho impiegato dieci giorni di lettura dalla mattina alla sera per recensire su "Libero" Le Benevole di Jonathan Littell, e ci ho messo dieci minuti e una trentina di pagine di spensierata lettura random per avere l’idea esatta del libro dell’amica Guia Soncini e scriverne, e se ci avessi messo di più avrei perso il tempo che mi serve per leggere e scrivere libri importanti. Piuttosto, lo dico all’amico Gigi e all’amico Camillo e all’Amico del Giaguaro, la malattia virale dei giornali che parlano di libri, la metastasi delle Terze Pagine, dei capocultura, dei collaboratori, delle case editrici, degli uffici stampa, non sarà nel meccanismo nevrotico e drogato del demi-monde editorial-giornalistico, e la parolina magica e nefasta e pavloviana non sarà quella più stradetta dagli addetti, e cioè: "anticipazione"? È il problema dei libri ridotti a "notizie", a chi ne parla prima e non a chi ne parla meglio. Se poi uno ne parla prima e meglio tanto meglio, ma non c’entra. Sono complici tutti, sebbene tutti se ne lamentino e a tutti un simile sistema complichi la vita.

Ecco quello che avreste voluto sapere sulle recensioni e nessuno ha mai osato chiedere, neppure l’amico Langone, che mi chiama per intervistarmi sulla questione e io, maligno, gli sottopongo l’orribile faccenda, e lui, sospirando: «Lo so, è proprio così. Spesso quando voglio scrivere di un libro appena uscito per i giornali è già vecchio». La cosa è semplice: ogni casa editrice predispone una o più anticipazioni, a seconda della forza contrattuale del libro e del livello di visibilità dell’autore (la sua "dote" mediatica). Per esempio, l’amico Pansa sui resistenti sanguinari, poiché tirava, lo si dette a chiunque, indiscriminatamente, mentre l’amico Arbasino lo si dà subito a "Repubblica", di cui è collaboratore, e dopo a chi se lo prende, ma se per caso ne parlo io per primo su "Libero", solo perché mi accorgo, grazie a una segnalazione dell’amico Gnocchi, che il testo era già edito, una vocina querula e non amica dell’ufficio stampa Adelphi minaccia al telefono oscure rappresaglie poiché «ho bruciato La Repubblica». «Non mi dica, sul serio? Posso dare fuoco anche a lei già che ci sono?» ebbi il tempo di dire, e clic.

In altri termini ogni ufficio stampa cerca di "vendere" la prima recensione del "libro" a una testata importante. "Vendere" non implica per forza un mercimonio pecuniario, spesso molto peggio. La ricerca disperata dell’anticipazione è il martirio di ogni ufficio stampa, in misura inversamente proporzionale alle dimensioni dell’editore. Più sei piccolo, più sono cazzi, ma più sei grande più sei un passacarte. Per questo l’ufficio stampa è una professione senza nome, "un ufficio" appunto. Se per esempio devi chiamare il capocultura di "Libero" telefoni all’amico Gnocchi, se devi chiamare l’ufficio stampa Adelphi chiami solo l’ufficio stampa Adelphi, il quale, in quanto ufficio, si prende pure confidenze che quattro mura, una scrivania, un computer e un fax non dovrebbero. Si noti che ogni "anticipazione" è sempre, giocoforza, "in esclusiva". Se la dai al "Corriere" non puoi darla a "Repubblica", se a "Panorama" non all’"Espresso" xné a un quotidiano prima di loro o insieme. Se esce l’uno, non uscirà l’altro. Sebbene i giornalisti siano puttane, gli uffici stampa sono puttane fedeli loro malgrado: se l’anticipi una volta dopo nessuno te la prende più. Se uno esce prima dell’altro puoi anche impiccarti, con l’altro hai chiuso. Pornoerotismo eraclitorideo monodose: non ci si bagna mai due volte con lo stesso libro. Per questo gli uffici stampa spesso sono donne frigide e poco passionali, le quali la danno a molti ma una volta sola. La legge ferrea e darwiniana degli uffici stampa, per un autore medio pubblicato, è il famoso teorema QBS-QBQ-SBS-MSA-ALNBPDQDSNSIC: Quotidiano Brucia Settimanale, Quotidiano Brucia Quotidiano, Settimanale Brucia Settimanale, il Mensile si Attacca, al Lettore Non Brucia Perché Di Questo Discorso Se Ne Sbatte I Coglioni.

Una volta uscita l’anticipazione, che spesso è una recensione frettolosa perché i tempi sono stretti e le bozze non ci sono mai fino all’ultimo, i giornali esclusi si danno due alternative: o non parlarne (ne ha già parlato il giornale concorrente, come se i lettori avessero le rassegne stampa), oppure parlarne di corsa, mettendo fretta ai recensori o giornalisti o critici o pubblicitari che siano. Il triste dato di fondo è che un libro, ridotto a "notizia", sottoposto non ai diktat dell’Ansa ma all’Agenzia Ansia del cortocircuito degli addetti ai lavori, non è più un oggetto di cultura da approfondire, su cui pensare, su cui tornare, sul quale innestare dibattiti seri, specie quando ne vale la pena.

Basta mettere in fila le loffie e patetiche recensioni italiane uscite, per tornare all’esempio su menzionato, su "Le Benevole" dell’amico Jonathan Littell, un capolavoro di mille pagine di cui in Francia continuano ancora a parlare (un Paese dove però esiste, tra l’altro, un "Magazine Litteraire" sofisticato e colto e che addirittura vende), per rendersi conto che quasi nessuno ha davvero letto il romanzo ma solo la prima anticipazione, la quale, nel caso specifico, fu una doppietta in rapida successione Repubblica-Corriere (nell’ambiente significa che "Repubblica" ha inculato il "Corriere " di un giorno), ma una volta usciti loro finita lì, notizia bruciata, i successivi scrivono di Littell giusto per inerzia d’informazione e, al limite, per farsi una sega con quello che avanza. Pertanto i secondi e terzi e quarti arrivati hanno solo potuto aggiungere alcuni dettagli opinionistici sulle opinioni già espresse, per dare a vedere di impastare il pane riciclato con la farina del proprio sacco di aggettivi aggiunti.

Quindi Le benevole per il "Sole 24ore" diventa uno schifoso «libro porno pulp», per l’amico Nico Orengo, su "Tuttolibri" la settimana successiva, sempre una schifezza «porno pulp» (e forse anche "splatter", mi pare, e citando gli stessi passaggi narrativi del "Sole 24ore"), per l’amico Antonio D’Orrico, non su "Quattroruote" ma la settimana dopo su "Corriere Magazine", addirittura «il navigatore Tom Tom». Ci sarebbe una sola soluzione rivoluzionaria, una modesta proposta swiftiana che renderebbe felici lettori di giornali, scrittori, uffici stampa e recensori: non si potrebbero abolire le anticipazioni per legge, e istituire un Premio Nazionale alla Miglior Recensione, elogio o stroncatura che sia, e non alla cagatina o cagatona che esce prima degli altri?








pubblicato da c.benedetti nella rubrica giornalismo e verità il 19 giugno 2008