Il traboccamento #2

Antonio Moresco



E veniamo adesso all’altro volto del libro, alle grandi battaglie, alla guerra, che non è mai vista come antitesi rispetto alla "pace" ma che fa un tutt’uno con il resto e con la sua immobilità dentro il movimento della storia e del tempo.
Anche in questo caso, persino lettori d’eccezione e scrittori contemporanei a Tolstoj non hanno compreso. Ho sotto gli occhi, ad esempio, un’osservazione di Turgenev: "Guerra e pace di Tolstoj ha suscitato in me il più vivo interesse: vi sono decine di pagine ammirevoli, di prim’ordine -tutto ciò che si riferisce alla vita, la parte descrittiva-, ma l’aggiunta storica, per la quale si entusiasmano i lettori, è una commedia di burattini, una ciarlataneria."
Cecità incredibile proprio di fronte a una simile mancanza di burattinismo storico-culturale, a tale vicinanza al mondo e sconfinamento. Come di fronte al criticatissimo finale, giudicato da quasi tutti come deludente e mancato e bocciato senza appello (persino nella postfazione di Heinrich Böll contenuta nell’edizione che ho letto io) e che a me pare invece del tutto proporzionale. Ma che romanzo avevano letto? Perché tutto questo sconcerto e rifiuto di fronte all’ultima apparizione di Natàsa con in mano il pannolino sporco di merda del suo ultimo nato, vissuta dai più come una profanazione? Ma poi… certo che è una profanazione! Ma quella è anche la stessa identica figura che immobilizza ed espande il mondo con il suo canto. Non avevano capito di quali e ben altre profanazioni è capace Tolstoj? Che cos’avevano capito o pensato di quel canto? Cosa avevano capito della radicalità, della bontà e della violenza infantile di Tolstoj? Che prima scrive un romanzo apparentemente "storico" con una sensibilità, un’aderenza e una veggenza da far impallidire legioni di scrittori, anche grandi, che inventa personaggi simili e poi li distrugge -e li salva- così. Fino all’ultimo sogno del figlio del principe Andréj e della vita in guerra vista con gli occhi di un bambino, che riapre il ciclo delle passioni e delle illusioni.
Ma, a questo punto, vorrei riportare per esteso alcuni brani dove più direttamente Tolstoj -e con la stessa libertà distruttiva-costruttiva che attraversa l’intero libro- affronta la "storia" e la sua menzogna.
Ecco, ad esempio, una parte dello spiazzante riassunto della storia della Rivoluzione Francese e di Napoleone:

"Nel 1789 scoppia una sommossa a Parigi; la sommossa cresce, dilaga e assume la forma d’un movimento dei popoli da Occidente verso Oriente. A più riprese questo movimento si dirige verso Oriente e viene a cozzare con un contromovimento che va da Oriente a Occidente; nel ’12 quel movimento giunge al suo limite estremo, a Mosca, dopodiché, con singolare simmetria, si ha un contromovimento da Oriente verso Occidente, che, proprio come era avvenuto durante quel primo movimento, trascina con sé i popoli intermedi. Questo contromovimento giunge al punto di partenza del movimento sorto in Occidente: a Parigi – e lì si placa.
In questo periodo di vent’anni un’ enorme quantità di campi non vengono arati; vengono incendiate case; il commercio muta direzione; milioni di uomini vanno in miseria, si arricchiscono, emigrano, e milioni di cristiani, che professano le leggi dell’amore del prossimo, si uccidono a vicenda.
Che cosa significa tutto ciò? Perché è avvenuto? Che cosa ha obbligato questi uomini a dar fuoco alle case e a uccidere i propri simili? Quali sono state le cause di questi avvenimenti? Quale forza ha obbligato gli uomini ad agire in tal modo? Ecco le involontarie, ingenue e quantomai legittime domande che l’umanità si pone, imbattendosi nei monumenti e nelle memorie del passato periodo di quel suo movimento.
Per aver risposta a queste domande, il buon senso dell’umanità si rivolge alla scienza della storia, che ha come suo scopo l’autoconoscenza dei popoli e dell’umanità intera.
Se avesse mantenuto le concezioni degli antichi, la storia direbbe: una Divinità, per premiare, oppure per punire il suo popolo, ha dato il potere a Napoleone e ne ha guidato il volere in modo da conseguire i suoi fini divini. E questa risposta sarebbe chiara ed esauriente. Si potrebbe credere o non credere alla portata divina di Napoleone; ma per chi vi credesse, nella storia di questo periodo tutto risulterebbe comprensibile, e non vi potrebbe più essere alcuna contraddizione.
Ma la storia recente non può rispondere in questa maniera. La scienza non condivide le concezioni degli antichi riguardo al diretto intervento d’una Divinità nelle vicende umane, e deve perciò fornire altre risposte.
La storia recente dice, in risposta a queste domande: voi volete sapere che cosa significhi questo movimento, da cosa sia derivato e quale forza abbia prodotto questi avvenimenti? State a sentire.
Luigi XIV era un uomo molto orgoglioso e presuntuoso; aveva le tali e tal’altre amanti e i tali e tal’altri ministri e governava male la Francia. Gli eredi di Luigi erano anche loro uomini deboli e anche loro governavano male la Francia. Ebbero i tali e tal’altri favoriti e le tali e tal’altre amanti. Inoltre alcune persone, in quel periodo, scrissero dei libri. Alla fine del XVIII secolo, a Parigi si riunirono una ventina di persone, e si misero a dire che tutti gli uomini sono uguali e liberi. Perciò in tutta la Francia molta gente incominciò a sgozzarsi e a strangolarsi a vicenda. Questa gente uccise il re e molti altri. Proprio in quegli anni c’era in Francia un uomo geniale, Napoleone. Lui vinceva sempre tutti, cioè uccideva molta gente, perché era molto geniale. E per una qualche sua ragione andò a uccidere gli africani, e li uccise talmente bene e fu talmente furbo e intelligente che, quandò tornò in Francia, ordinò a tutti di obbedire a lui solo. E tutti gli obbedirono. Poi si nominò imperatore, e andò di nuovo a uccidere la gente, in Italia, in Austria e in Prussia. Anche là ne uccise molta, di gente. In Russia invece c’era l’imperatore Alessandro, che aveva deciso di riportare l’ordine in Europa e che perciò fece una guerra contro Napoleone…"

Il riassunto va avanti così per molto. A un certo punto, Tolstoj si interrompe e fa questa osservazione:

"Sbagliereste a pensare che questa sia una presa in giro, una caricatura delle narrazioni degli storici. Al contrario, è una versione quantomai attenuata di quelle risposte contraddittorie, e che non rispondono ad alcuna domanda, che ci vengono date da tutta quanta la storia, a partire dagli autori di memorie e dalle storie dei singoli Stati, fino alle storie universali e al nuovo genere delle cosiddette storie della cultura di quel tempo.
La stranezza e la comicità di queste risposte si devono al fatto che la storia recente sia simile a un uomo sordo, il quale risponde a domande che nessuno gli sta facendo.
Se lo scopo della storia è la descrizione del movimento dell’umanità e dei popoli, allora la prima domanda alla quale bisogna rispondere -poiché altrimenti tutto il resto risulterebbe incomprensibile- è la seguente: quale forza muove gli uomini?"

Dopo che Tolstoj ebbe a scrivere queste cose, molte altre scuole, dottrine, teorie, ideologie e persino strutture statali hanno fornito a getto continuo interpretazioni della storia, di quella passata e di quella futura, durante tutto l’Ottocento e il Novecento e anche adesso, usando come grimaldello e come giustificazione di volta in volta inconfutabile e definitiva: l’economia, la razza, la biologia, la tecnologia, la religione, la comunicazione, il potere…
A proposito del potere, ecco una rapida riflessione di Tolstoj:

"Ma gli storici universali, nella maggior parte dei casi, adoperano ancor sempre il concetto di potere come d’una forza che produce di per se stessa gli avvenimenti, e che sta a questi ultimi come una causa sta al suo effetto. (…) Le idee della rivoluzione e la pubblica opinione hanno prodotto il potere di Napoleone. E il potere di Napoleone ha soffocato le idee della rivoluzione e la pubblica opinione."

Quanto agli storici della cultura:

"Un terzo tipo di storici, che si chiamano storici della cultura, e che seguono la via tracciata dagli storici universali, i quali considerano talvolta gli scrittori e le dame come forze in grado di produrre gli avvenimenti, intendono questa forza in un altro modo ancora, completamente diverso. E la scorgono nella cosiddetta cultura, nell’attività intellettuale.
Gli storici della cultura sono perfettamente conseguenti con i loro progenitori, cioè con gli storici universali, giacché se gli avvenimenti storici si possono spiegare dicendo che alcune persone ebbero i tali o tal’altri rapporti fra loro, perché mai non li si dovrebbe spiegare dicendo anche che certe altre persone scrissero determinati libretti? Questi storici, da tutta l’enorme quantità di fatti sintomatici che si accompagnano a ogni fenomeno della vita, trascelgono il fatto sintomatico dell’attività intellettuale, e dicono che questo fatto sintomatico sarebbe in realtà la causa del fenomeno in questione. Ma, nonostante tutti i loro sforzi di dimostrare che la causa di un avvenimento risieda nell’attività intellettuale, solo a prezzo di ampie concessioni si potrà convenire che l’attività intellettuale e il movimento dei popoli abbiano qualcosa a che vedere l’una con l’altro."

Alla fine di questo grande "romanzo storico", fa irruzione una locomotiva:

"Arriva una locomotiva. Si domanda: cos’è che la muove. Il mužìk dice: è il diavolo che la muove. Un altro dice che la locomotiva va perché si muovono le sue ruote. Un terzo afferma che la causa del movimento risiede nel fumo, spinto via dal vento.
Il mužìk è inoppugnabile: ha inventato una spiegazione totale. Per confutargliela, occorrerebbe che qualcuno gli dimostrasse che il diavolo non esiste, o che un altro mužìk gli spiegasse che non è il diavolo ma un tedesco a muovere la locomotiva. Solo allora, dalle loro contraddizioni, i due si accorgerebbero di aver torto entrambi. Ma colui che dice che la causa è il movimento delle ruote, si confuta da sé, giacché se ha intrapreso la via dell’analisi, deve per forza andare oltre: deve spiegare la causa del movimento delle ruote. E fino a che non sarà pervenuto alla causa ultima del movimento della locomotiva, cioè al vapore compresso nella caldaia, non avrà il diritto di fermarsi nella ricerca della causa. Colui invece che ha spiegato il movimento della locomotiva come l’effetto della spinta contraria ricevuta dal fumo, ha proceduto evidentemente in questo modo: avendo notato che la spiegazione incentrata sulle ruote non forniva la causa, ha preso il primo fatto sintomatico che gli è capitato sotto gli occhi e l’ha spacciato senz’altro per la causa.
L’unico concetto che può spiegare il movimento della locomotiva è il concetto d’una forza equivalente al movimento constatabile.
L’unico concetto mediante il quale si può spiegare il movimento dei popoli è il concetto d’una forza equivalente a tutto il movimento dei popoli.
Invece quel concetto viene spiegato dai diversi storici come una somma di molte e diverse forze che non equivalgono affatto al movimento visibile. Gli uni vedono di esso quella certa forza che è immediatamente insita negli eroi, proprio così come il mužìk scorgeva il diavolo nella locomotiva; altri, vi vedono una forza prodotta da alcune altre forze, com’era appunto il caso del movimento delle ruote; altri ancora, vi vedono l’influenza degli intellettuali, che è come il fumo spinto indietro dal vento."

Ma adesso, prima di passare alle Benevole di Littell, voglio riportare ancora un ultimo brano da quest’altra riflessione, vertiginosa nella sua radicalità, semplicità e profondità che -come tutto il resto- rende paradossale e grottesca la collocazione di questo romanzo nel "genere storico" e che bisognerebbe tenere presente anche oggi e tanto più oggi:

"Una volta stabilito che il fine del movimento dell’umanità sia una qualsiasi di tali astrazioni, gli storici si dedicano allo studio delle personalità che hanno lasciato il maggior numero di monumenti -gli imperatori, i ministri, i condottieri, gli scrittori, i riformatori, i papi, i giornalisti- a seconda di come queste personalità hanno favorito o avversato, a parere degli storici, quella determinata astrazione. Ma poiché nulla dimostra che il fine dell’umanità sia la libertà, o l’uguaglianza, o l’istruzione, o la civiltà, e poiché il vincolo delle masse con i governanti e i luminari dell’umanità si trova ad avere come suo unico fondamento l’arbitraria supposizione che la somma della volontà delle masse venga sempre trasferita in quei personaggi che più ci son balzati all’occhio, ne consegue che l’operato di quei milioni di uomini che migrano da un luogo all’altro, danno fuoco alle case, abbandonano l’agricoltura e si sterminano a vicenda, non si esprime mai nelle descrizioni dell’operato di una decina di persone che non danno fuoco alle case, e non si sono mai dedicate all’agricoltura, e non uccidono i loro simili."

(Continua. La prima parte qui.)








pubblicato da a.moresco nella rubrica in teoria il 18 giugno 2008