Disumane lettere

Carla Benedetti



E’ in questi giorni in libreria – edito da Laterza - il mio ultimo libro Disumane lettere. Indagini sulla cultura della nostra epoca. E’ un saggio di 218 pagine, che tenta di rispondere a questa domanda: Può la cultura creare correttivi alle strutture di pensiero e di giudizio che ci stanno guidando verso una catastrofe?
Il libro è il frutto di un lungo lavoro "sul campo", alla ricerca delle zone di ustione della cultura del nostro tempo. Ho cercato di portare alla luce nuove forme di pensiero e di sentire che si stanno facendo strada in questi anni (nella letteratura,nell’arte, nel pensiero politico, nella rete), capaci di rompere abitudini mentali consolidate e di rigenerare ciò che è stato amputato. Il libro deve molto all’impresa collettiva del "Primo amore" e alla sua parola-magnete: "la rigenerazione", lanciata nel primo numero della rivista.

Il libro inizia così:

Noi contemporanei stiamo vivendo un’esperienza che non ha precedenti in tutta la storia dell’umanità. Per la prima volta la specie umana fa i conti con la possibilità di scomparire a breve termine, trascinando nella propria agonia altre specie viventi. Gli scienziati prevedono un collasso del pianeta di qui a un secolo per surriscaldamento, sovrappopolazione, epidemie, esaurirsi delle risorse naturali, guerre per appropriarsi del poco che resterà, finché resterà – a meno che non si inverta la rotta, da subito. Viviamo già a credito sulle generazioni future, quelle che nasceranno tra trenta, cinquant’anni, e che faranno fatica a trovare acqua, cibo, energia – milioni di vite future a cui sarà impedito di crescere,di ricominciare. E questa è in assoluto la novità più disumana. Stermini e ferocie accompagnano da sempre il cammino dell’umanità, ma non era mai successo prima d’ora che la violenza genocida si esercitasse sui viventi di domani.

Nessuno scienziato, nessun pensatore, nessun poeta, artista o storico del passato si era mai trovato prima d’ora di fronte a qualcosa di analogo. Nemmeno Leopardi, che pure ha registrato la «strage» di tante illusioni ad opera della civiltà moderna, poteva immaginare che meno di due secoli più tardi avrebbe cominciato a vacillare persino l’illusione della posterità. Molte delle strutture di pensiero e di giudizio che stanno a fondamento della cultura moderna si trovano di colpo spiazzate e oltrepassate da ciò che esse non potevano né avrebbero potuto prevedere. In questa nuova condizione persino gli enunciati tipicamente nichilisti (non c’è nulla nella vita che valga la pena continuarla, meglio che la specie si estingua) risuonano in modo diverso. Non riescono più a presentarsi come estremi, paradossali, a loro modo eroici, al contrario appaiono quasi farseschi.

Una cesura ci separa così da tutto ciò che è venuto prima. È come se l’umanità intera stesse oggi facendo un «esperimento» sui propri limiti di specie. Ed è questo a darci la misura assoluta della fine di un ciclo storico, del concludersi di quella cosa chiamata «modernità» e dell’inizio di un tempo incerto, in bilico su di un crinale.

Cosa ha da proporre la cultura umanistica in una situazione simile? Con tutto questo sono infatti costrette misurarsi oggi non solo le scienze ma anche le umane lettere, come le si chiamava un tempo in Italia. L’eventualità di una fine dell’uomo – per lo meno nella forma in cui è esistito finora - provoca un cambiamento vertiginoso della prospettiva con cui siamo soliti guardare alla cosiddetta cultura. È come se lo sfondo si aprisse di colpo e nel nuovo orizzonte che si spalanca apparissero sotto una luce diversa quelle stesse cose familiari che da secoli chiamiamo «Letteratura», «Filosofia», «Arte», strappandole al loro alveo illusorio di quasi eternità, trasportando ogni cosa in una dimensione di rischio e di azzardo sconosciuta alla modernità.
Eppure, è proprio questa nuova dimensione a ridare ai saperi umanistici una posizione cruciale nel mondo contemporaneo, altrettanto decisiva di quella che compete alle scienze. Più che un ruolo è una sfida, la massima: la possibilità di riaprire il gioco, creando strutture di pensiero e di giudizio che funzionino come dei «correttivi» rispetto a quelle che ci stanno portando verso la catastrofe annunciata, elaborando proiezioni potenti dell’umano capaci di rimettere in movimento energie da tempo addormentate o paralizzate.

La consapevolezza di questa sfida si vede oggi affiorare sempre più nella letteratura e nelle zone più fluide del pensiero e dell’invenzione – anche se a fatica e non senza conflitto, perché in urto con abitudini mentali consolidate. Ne sono spia un allargamento della prospettiva da cui si guarda l’uomo e le sue vicende (un buco nel fondale della Cultura, che ci spalanca un orizzonte da storia naturale), una nuova percezione della forzache può sprigionarsi dalleopere d’arte e di pensiero, e un sentimento di emergenza che tocca ogni singolo individuo.

Quest’ultimo non ha nulla a che fare con la visione apocalittica che ha dominato la cultura degli ultimi decenni del Novecento. Spesso confusi per apparente somiglianza di contenuti (enfatizzano entrambi la drammaticità di una situazione) i due sguardi hanno invece prospettive diametralmente opposte. La forma mentis apocalittica, che a me pare il difetto di gran parte del pensiero critico novecentesco, e una della cause della paralisi della cultura, è sempre chiudente, perché pone come necessario ciò che sta per accadere, e il suo messaggio si riassume trivialmente in questo: «Non possiamo farci niente». Il senso di emergenza invece non chiude ma rilancia: «Poiché qualcosa di enorme e di intollerabile sta accadendo in questa epoca, per fargli fronte bisognerà inventare qualcosa di proporzionale, e altrettanto enorme». E lavora per aprire nuove prospettive.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica annunci il 25 gennaio 2011