Nella scia del Presidente

Graziano Dell’Anna



È quasi mezzogiorno quando, mosso da un vago mix di noia e curiosità, esco di casa deciso a dare un’occhiata, sempre che non sia conclusa, alla parata del Due Giugno. Porto con me l’ombrello ma, quando lo apro alle prime scaramucce di pioggia, un’impennata di vento quasi me lo strappa di mano e me lo rivolta come un guanto. Andato. Lo butto nel primo cassonetto che incontro e proseguo. Già all’altezza di via Labicana la gente che rifluisce – una marea multicolore di civili punteggiata qua e là da qualche divisa militare – mi conferma che hanno tolto il tappo al vascone ideale che va da piazza del Colosseo a palazzo Venezia bordeggiando i Fori Imperiali. La parata, in sostanza, è finita. Perché, allora, continuo a procedere anziché ingranare la retromarcia e tornarmene a casa? Non lo so. La sola cosa di cui sono certo è che il tempo mette al brutto, le gocce si fanno grosse e pesanti come chicchi di riso e, sprovvisto d’ombrello come sono, presto le lenti dei miei occhiali saranno tutte spruzzate di pioggia. Mentre passo sotto il drappone tricolore con cui i vigili del fuoco hanno tappezzato la facciata del Colosseo, gli ombrelli infittiscono, fanno la loro comparsa i primi impermeabili e, come funghi, spuntano gli immigrati venditori di ombrelli. Uno di loro mi si avvicina brandendo la sua mercanzia e mi fa il segno di vuoi, ma io declino con la mano e quasi vorrei dirgli: «Siete voi, miei cari, che ne avrete presto bisogno, e di uno bello grande per giunta, visto il temporale xenofobo in arrivo». La massa intanto si fa più densa, più numerose le uniformi, ma io non rinuncio. Tra padiglioni blu e autoblindo risalgo controcorrente via dei Fori Imperiali, pagaiando a forza di gomiti tra la folla in costante riflusso. Ma sono stanco e, all’altezza della torretta di guardia, decido che basta. È davvero finita. Non c’è più niente da vedere, qui. E sto per fare finalmente dietrofront quando qualcosa mi afferra. L’impatto è di una violenza inaudita e, per un certo raggio, investe le persone che mi stanno attorno. Ho bisogno di respirare, raccogliere i sensi e guardarmi un po’ in giro prima di intuire che la cosa che mi afferra è fatta di uomini, ma di umano non ha quasi nulla. È una folata metafisica. Una mano invisibile. Un mulinello di corpi che mi risucchia e converge verso un punto ben preciso. È lì che tende ogni cosa, una sorta di bolla d’aria che tutti additano e verso cui si orientano cellulari, fotocamere, teleobiettivi. In realtà non vedo nulla, come tutti, ma è evidente che è proprio da questo nulla – e dal fatto che sia nulla – che siamo attratti. I «Che succede?» e i «Chi è?» mi fanno capire che i presenti – se non tutti quasi tutti, almeno inizialmente – non hanno la minima idea di ciò che sta succedendo. La gente si accalca per il fatto semplice, puro, tautologico che c’è gente che si accalca. «Riprendi! Riprendi tutto!» strilla a qualcuno una voce isterica di ragazzina. «Guarda! La telecamera di Rai Uno! Riprendi!». Capisco finalmente di cosa, o meglio di chi, si tratta solo quando tra i «C’è o non c’è?» e gli «È lui o non è lui?» si fa strada la voce rauca di un ometto – capelli radi e barbetta ispida, cartellina di cartoncino blu in mano – che sbuca alla mia destra e abbaia: «Alberto! Dove cazzo sei? Vieni qui, cazzo! Corri! Devi farmi una foto con Silvio!».

Mentre rimbalzo come una biglia di carne in un flipper di carne lungo via dei Fori Imperiali, inizio a intuire la portata della situazione. Sono nel cuore dell’Evento, nel centro esatto della scia del Presidente. Mi dico che è la posizione ideale – non quella dell’osservatore in poltrona o dietro una scrivania, ma del protagonista, parte attiva dell’Evento – per analizzare da vicino non solo il Potere, ma anche e soprattutto le persone e i gesti che catalizza intorno a sé. Così inizio ad annotare nel mio taccuino mentale i brandelli di frasi che, come interferenze nella baraonda acustica, a stento riesco a cogliere. L’impressione generale è quella di un episodio che ha ben poco di politico. Si tratta di un evento religioso, mistico, una sorta di epifania. Ma l’entità divina, la cui presenza è testimoniata per ora soltanto dal cordone di body-guard e da un ombrello color blunotte con su la scritta "Staff", appartiene al pantheon mediatico: è il Dio televisivo che ha deciso di concedersi al proprio popolo scendendo sulla terra dal firmamento catodico. E che si tratti di una divinità non c’è dubbio. Lo dice il vecchietto che, con l’esaltazione del miracolato, sbraita: «Ne ho visto un pezzo. Oddio, ne ho visto un pezzo!». Lo dice, a suo modo, la riguardosa battuta di una ragazzo: «Silvio, facci il miracolo! Fai uscire il sole!». Ma soprattutto lo dice il «Santo subito!» urlato da qualcuno al quale, per puro scrupolo filologico, verrebbe da replicare: «Perché santo subito? Quale miracolo, esattamente, ha compiuto? I miracoli li ha promessi, d’accordo, e se li porterà a compimento ben venga, facciamolo santo subito. Ma per il momento questi miracoli non sono ancora avvenuti, o sbaglio?». Ma mi rendo conto che sarebbe un’obiezione ingenua. La tv ha, tra i suoi poteri, anche questo: abolisce la distanza tra l’enunciazione di un fatto e il fatto stesso, tra l’immagine e la realtà, tra l’idea di una cosa e la cosa in sé. Affermare dal pulpito del piccolo schermo di compiere un gesto è già farlo, averlo fatto.

Man mano che la gente, esaudita da una frase, una foto o una stretta di mano, rifluisce dalle prime file, la morfologia della folla cambia impercettibilmente, ogni singolo tassello vortica e si rivolta come un turacciolo nella risacca, ed è in virtù di questa scomposizione e ricomposizione molecolare che, all’improvviso, mi è possibile vederlo. Sono così vicino che distinguo chiaramente le tre gocce di sudore e la vena turgida, tesa che solca la tempia di uno dei gorilla. Tra cori da stadio e mani che si tendono, mi sforzo di far lavorare tutta la mia lucidità. Il Dio ha la pelle abbronzata. Una faccia facciosa, di gomma, con l’immancabile didascalia del suo sorriso. Gli occhi stretti e cisposi. Due enormi padiglioni auricolari. I capelli, sull’attaccatura della nuca, assumono una consistenza stopposa rivelando un castano chiaro da tintura. L’uomo che ho davanti, mi dico, riesce a associare l’irraggiungibilità dell’ente divino con la familiarità del "sono uno di voi".. «Silvio! Silvio!» acclamano tutti. Né «Berlusconi» né «Presidente», ma «Silvio». Come fosse un parente. Un conoscente. Un amico di vecchia data. «Mamma,», stride un bambino inforcato sulle spalle del padre, «perché lo zio Silvio non si gira?». Eppure la percezione della figura familiare, amicale non contraddice la sua essenza divina. Alcuni si avvicinano con espressioni gravi sul volto e, mentre gli sussurrano all’orecchio un dolore intimo e segreto, il Dio annuisce con altrettanta gravità, come se raccogliesse l’ex-voto di una madre che ha perso un figlio o di una vedova inconsolabile. «Alberto! Dove sei, cazzo?» fa di colpo la sua ricomparsa il tipo con la cartellina che, noto, gli si è tutta bagnata di pioggia e, a contatto con la barba irsuta, gli ha sporcato la guancia destra di bruscoli blu. «Vieni qui, subito, imbecille! Silvio! Silvio!». E riscompare inghiottito dalla massa informe dei corpi. Io, intanto, continuo a carambolare a pochi passi dal Dio e – l’impressione è che non piova più e invece no, è solo il fitto degli ombrelli che hanno fornito il nostro tempietto pagano di una piccola, policroma tettoia – mi accorgo che lo "zio Silvio" si rivolge soprattutto ai bambini, li lascia gesucristamente venire a sé, gli dà una stretta di mano, li prende in braccio, scherza con loro. Un uomo chiede il permesso di scattare una foto, ma è visibilmente disorientato che gli sia concesso e così ci mette quasi un minuto: l’Altissimo è fermo in posa, ma lui ha le mani che tremano, incespica con le dita, lo vedo che non riesce a pigiare il bottone, è troppo emozionato di trovarsi improvvisamente al cospetto del Dio.

Ma di che Divinità si tratti mi è chiaro quasi subito. È il Dio Denaro. La Cornucopia. La Ricchezza. Già, perché accanto ai «Silvio, fai il miracolo!» e i «Silvio santo subito!», le frasi più frequenti sono di tutt’altro tenore. «Aumentaci gli stipendi!» grida qualcuno. «Dacci 500 euro!» scherza seriosamente un altro. Quando il Dio si accosta benevolo a una transennata di uomini e donne, vecchi e bambini, le mani che si tendono voracemente verso di lui fanno scattare una voce allarmata alle mie spalle: «Distribuisce soldi? Dimmi, cazzo: sta distribuendo soldi?». Subito dopo la corrente umana mi fa sfilare accanto un omaccione che, sfregandosi l’avambraccio destro tra soddisfatto e incredulo e come se ciò dischiudesse chissà quali radiose prospettive economiche, grida con entusiasmo alla moglie: «Ce l’ho fatta, cara! L’ho toccato! Ho toccato il Re Mida d’Italia!». Mentre, privato di qualsiasi controllo sul mio stesso corpo, mi lascio portare con la slogata passività di pugno di plancton, si materializza nel cuore della folla un disabile in carrozzina. Ma la creatura multicorpo di cui faccio parte mostra di sapere ancora cosa sia la pietà: in prossimità della sedia a rotelle si fende in due organismi distinti per ricompattarsi subito dopo alle sue spalle. Ed ecco che, incastrata e sospesa a mezz’aria tra due blocchi compatti di spalle, un’anziana signora mi si rivolge all’improvviso con un’espressione da S.O.S. stampigliata in faccia. «Insomma, che succede?» protesta energicamente. «Che ci sto a fare qui? Io non volevo venirci! Io ero da tutt’altra parte!». Noto di straforo la presenza di qualche straniero. «Zilvio! Zilvio» farfuglia una cinesina che per un momento la corrente mi sballotta accanto. «Non approfittare, stronzo! Prova solo a toccarmi e io…» minaccia una biondona all’albanese dietro di lei (e ha un bel protestare contro le molestie sessuali: finora avrò toccato almeno qualche paio di tette, due tre culi, un cazzo e altrettante persone avranno toccato me nelle mie zone erogene. Non si accorge, la procace signora, che è da mezz’ora almeno che ci stiamo aggruppando, ingrippando e sgroppando in un’inenarrabile orgia collettiva? Non mi stupirei se, impunemente al riparo della collettività, qualcuno si stesse masturbando o stesse sodomizzando qualcun altro in assoluto relax). Ma chissà da quale recesso torna alla carica Barbablù, ha la cartella in cartoncino sempre più usurata e la barba sulla guancia destra se possibile ancora più livida. «Dai, Alberto, vieni!» grida esagitato un attimo prima di essere, per l’ennesima volta, ricacciato indietro dalla marea montante. «Questa volta ce la facciamo, cazzo. Silvio! Silvio! Una foto sola e poi, promesso, vado via!»

Ormai siamo a un tiro di schioppo da palazzo Venezia. La pioggia ha smesso quasi del tutto. La passeggiata del Dio fra i comuni mortali sarà durata, fin qui, almeno mezz’ora, eppure guardandomi indietro mi rendo conto che avremo percorso sì e no qualche centinaio di metri. Decido di concludere qui la mia esperienza e, facendo leva sui gomiti, riesco lentamente a districarmi dalla folla. Tra poco mi fermerò per un attimo in mezzo alla strada a riprendere fiato. Penserò a come la sfilata trionfale del Dio riassuma perfettamente la base del suo consenso personale e, in generale, del consenso del Potere: un misto di appeal carismatico, aspettative di tornaconto e puro e semplice accodamento. Quindi rialzerò la testa per vedere che direzione abbia preso il corteo e mi accorgerò, con grande sorpresa, che tutto è finito. Non crederò ai miei occhi. Per strada solo cartacce, bottiglie vuote e qualche passante con le mani in tasca o concentrato a interpretare una piantina turistica. Per un istante dubiterò che ciò a cui ho assistito sia realmente accaduto. Sono io che sogno o è la realtà che è diventata allucinata? Ma questo tra poco. Non ora. Adesso, mentre finalmente stacco l’ultima zampa dalla carta moschicida della folla, ritrovo con la coda dell’occhio l’omino dalla barba blu. La massa lo sta violentemente espellendo da sé come un corpo estraneo. Lui all’inizio prova a ribellarsi ma poi, rassegnato, si lascia depositare sul marciapiede. «Silvio… Silvio…» biascica col profondo, abissale sconforto del non visitato dal Dio, dall’escluso dalla Grazia. «Silvio… Silvio… LI MORTACCI TUA!»








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 17 giugno 2008