Il traboccamento #1

Antonio Moresco



Ho appena finito di leggere Le benevole. E’ un romanzo di cui ho rinviato per mesi la lettura, un po’ per ragioni di tempo, un po’ per un preconcetto negativo.
E’ un periodo in cui sto rileggendo, uno di seguito all’altro, alcuni romanzi dell’Ottocento (I miserabili, Guerra e pace…) tra i più grandi e irradianti che siano mai stati scritti, opere in cui narrazione e pensiero, visione e prefigurazione sono una cosa sola e che oltrepassano, a mio parere, altre opere a loro contemporanee -anche grandi- di "genere filosofico", dove si esibisce un pensiero concettuale autoreferenziale, cortocircuitato e protetto.
Prima ancora avevo letto Grandi speranze e Il nostro comune amico di Dickens. A maggior ragione ero restio a tirare dentro una tale vertigine emotiva e conoscitiva questo libro rispetto al quale nutrivo forti sospetti. Mi interessava, e mi interessa, stare dentro questo enorme spalancamento e traboccamento di dimensioni e di piani, di visione e di conoscenza, che avviene a volte in alcune grandi opere dell’Ottocento. Perché mi pare che proprio questa dimensione "romanzesca" contenga una forza di allagamento e invenzione tanto più preziosa e indispensabile oggi, in una situazione così apparentemente dinamica ma in realtà così immobilizzata e bloccata. Una forza latente che bisogna saper ritrovare e resuscitare ancora dentro noi stessi e a cui bisogna attingere anche oggi, soprattutto oggi.
Tutto questo succede più raramente nei romanzi del Novecento, dove -a parte alcune straordinarie eccezioni- agisce spesso il demone della concettualizzazione, della separazione, della connotazione estetica e della fissazione ideologica terminale. Ma mi capita anche adesso di incontrarne ogni tanto qualcuno di altro tipo che ancora non conoscevo, come ad esempio Grande Sertão di Guimarães-Rosa, che ho letto un anno fa con emozione e sbigottimento, libro moderno e senza tempo, incontrato dopo la rilettura del Faust di Goethe e di altri libri cosiddetti "faustiani" del Novecento, come il Doctor Faustus di Thomas Mann e il meraviglioso Maestro e Margherita di Bulgakov.
Insomma, per farla breve, a un certo punto ho aperto il librone di Littell e l’ho letto dall’inizio alla fine.
Siccome il caso ha voluto che l’abbia letto subito dopo Guerra e pace, e siccome tutti e due sono romanzi incentrati su avvenimenti accaduti una cinquantina o poco più di anni prima che i loro autori (oltre tutto persone quasi della stessa età) ne scrivessero, proverò a parlarne insieme, avvicinandomi a poco a poco a quello che mi preme dire e postando di volta in volta le cose che sarò riuscito a buttare giù nei ritagli di tempo. Poi rileggerò e rivedrò l’intero scritto e lo renderò disponibile in pdf su questo sito.
Prima dirò alcune cose su Guerra e pace, poi su Le benevole. Alla fine cercherò di trarne alcune riflessioni (sulla storia, sul "romanzo storico", sul potere, sulla letteratura…) partendo dalle emozioni e dal pensieri suscitati in me da questi due libri scritti in secoli diversi e quasi in ere di letteratura e di specie diverse.
Cominciamo con Guerra e pace.

Guerra e pace

Avevo letto questo romanzo molti anni fa, mi era piaciuto molto e mi pareva di conoscerlo bene. Rileggendolo ora, ad alcuni decenni di distanza, in un momento diverso della mia vita di scrittore e di uomo, per di più in una traduzione diversa (di Igor Sibaldi), in un’edizione diversa e dai caratteri finalmente leggibili, la sua libertà, la sua originalità, la sua forza, la sua grandezza e la sua bellezza mi sono arrivate in modo così incontrollabile e totale che mi pareva di leggerlo, conoscerlo e incontrarlo per la prima volta.
È uno dei libri più conosciuti e più sconosciuti del mondo, una cosa fuori da ogni parametro, un traboccamento. Un libro spesso incompreso, dilapidato e rimpicciolito in ogni modo e forma, quando non guardato dall’alto al basso (alcuni giovani letterati russi, che ho conosciuto a Mosca alcuni anni fa, me ne parlavano con sufficienza come di un libro "per ragazzi"). Un’opera fuori da ogni misura e regola che è stata paradossalmente ridotta a canone "realistico" di misura e regola del "romanzo storico", che si muove in un’altra dimensione non solo rispetto alla storia ma anche rispetto alla letteratura (cosa che succede anche nei Miserabili, del quale vorrei dire qualcosa alla fine).
Questo romanzo, che è stato canonizzato come "grande romanzo storico" è in realtà un romanzo che sfonda la storia e la sua dimensione astrattamente separata. La sua libertà interna e la sua respirazione segreta lasciano sbalorditi. Qui non c’è nessuna autoreferenzialità della storia, questo libro è tutto attraversato e animato da una forza che sta anche dentro la storia ma che non sta solo e tutta dentro la storia, che apre e rende visibile e dicibile una dimensione infinitamente più vasta. Il mondo si apre, il "romanzo" è una cruna. Ogni cosa è vivida, viva, ha corpo, comunica l’emozione della presenza. Sbaraglia i confini e le gabbie della narrazione possibile. Si vede e si sente, si viene portati dentro ogni cosa con il cuore, la mente, gli occhi, le orecchie… Affiora ogni aspetto della vita, lo scollamento tra le azioni e i pensieri e i loro rari, repentini, inafferrabili e quasi miracolosi istanti di coincisione e fuggente pienezza, la presenza della morte dentro la vita. Viene data voce e respiro a ogni cosa: uomini, donne, querce, cavalli… Ogni cosa è vista e sentita con un’energia che sa coglierne la presenza nel suo momento di traboccamento.
Con questa parola non intendo necessariamente momenti-culmine, stati enfatici di esaltazione e pienezza, ma ogni stato possibile. Anche quelli di ristagno animale e di calma sono resi nel loro momento di travaso e traboccamento, come se ci fosse, oltre alla linea dell’orizzonte, anche una più segreta linea di traboccamento e Tolstoj si muovesse su questo margine nel momento in cui si oltrepassa. Tutto questo non avviene solo nelle indimenticabili scene della caccia e della serata dal conte zio, nella notte delle maschere, nelle battaglie di Austerlitz, Borodinò… nelle zone vigili della coscienza e in quelle sotterranee e dormienti, che non sono, in Tolstoj, "psicologia" o somma -magari eccessiva- di "particolari psicologici", come era parso ad alcuni del suoi primi -anche grandi- lettori (come Dostoevskij). Mentre stanno, al pari di tutto il resto, dentro una dimensione fluida e non separabile che non è tutta localizzabile dentro la storia umana e la psiche e il suo tempo scontornato e concettualizzato. Qui c’è una libertà fondativa che è stata poi ridotta a misera regola da chi, costruendo il piccolo edificio della cultura e della letteratura a propria immagine e somiglianza, ha avuto bisogno di difendersi e di separsi da una simile distruttiva e costruttiva libertà con il piccolo giro a vuoto delle antinomie. C’è uno sguardo sulla vita infinitamente più vasto di quello che passa attraverso la "storia" e le sue semplificazioni. Questo libro è al di sotto o al di sopra del piano culturalizzato della coscienza. E’ ancora oggi, tanto più oggi, sconosciuto. La sua verità e la sua energia segreta sono ancora in gran parte inattinte. Ogni figura che appare, anche di sfuggita, dall’interno di questo flusso di invenzione-visione espresso attraverso parole è presente e incombente, porta in sé qualcosa di così nucleare che sbaraglia le astratte dicotomie di essenza e apparenza, di superficie e di centro. E’ una delle poche opere umane che riescono ad andare vicino al punto anticipato di fusione e passaggio. Sentite, ad esempio, questa immobilizzazione che si palesa nello spazio e nel tempo di questo che dovrebbe essere un "romanzo storico":

"Sònja attraversò la sala con un bicchierino in mano, diretta alla dispensa. Natàša le lanciò un’occhiata, lanciò un’occhiata alla fessura della porta della dispensa e le sembrò di ricordare che già un’altra volta dalla porta della dispensa era entrata quella luce, attraverso quella fessura, e che anche allora Sònja stava passando di lì con un bicchierino in mano. ’Sì, questa è una cosa già successa, uguale uguale’ pensò Natàša."

Eppure i "personaggi" che appaiono ai nostri sensi e alla nostra mente erano inimmaginabili un istante prima, e lo sono ancora. Il personaggio di Pierre, per esempio, edulcorato progressivamente come "goffo e ingenuo" nelle successive letture e riletture del libro e nelle sue normalizzazioni (anche cinematografiche), è qualcosa di inaudito all’interno di un romanzo, tanto più di un "romanzo storico". E’ un uomo integrale, infantile, maliconico e idiota, quasi un povero matto e uno scemo, abnorme anche nell’aspetto, obeso o addirittura grande obeso (ad un certo punto Tolstoj definisce la sua grassezza "mostruosa"). Un uomo debordato e fuori registro che percepisce la vita e le enormi vicende storiche del suo paese e del suo tempo in uno stato di semicoscienza o di eccessiva e traboccante coscienza, che non capisce nulla e capisce tutto, che attraversa sonnambulicamente, in frac verde e cappello bianco, la battaglia di Borodinò con il suo mare di morti. Una presenza inconcepibile e devastante al centro di un "romanzo storico", un uomo che potrebbe apparire come un ritardato mentale, una persona storicamente non cresciuta e ancora allo stato di potenza cieca e di inermità irradiante. Che naturalezza e coraggio ci vogliono per fare di un simile uomo-elefante, di una simile bomba disinnescata in mano a un bambino, la figura portante di un’ enorme narrazione, tanto più di una che si vorrebbe "storica"!
E poi il principe Andréj, altro personaggio "irrisolto", sempre anticipato e ritardato rispetto all’ astratta coincidenza di storia e tempo. Anche lui sconosciuto a se stesso, oggi si direbbe un depresso, un nevrotico, forse un omosessuale mancato. Pierre e Andréj, che oggi verrebbero definiti, con linguaggio medico-psicanalitico, due disadattati (come d’altronde anche Natàša) sono invece invenzioni proporzionali che fanno slittare continuamente il piano del romanzo "storico", che distruggono sul nascere l’idea stessa di "storia" e la sua menzogna. Che romanzo storico è mai questo dove viene così radicalmente oltrepassata e annientata ogni idea lineare di "storia"?
E poi Natàša, altra figura inconcepibile, che porta anch’essa tutta la narrazione e visione al suo traboccamento con la sua vicinanza così estrema al mondo e la sua distanza, che è poi lo stesso sguardo intimo e alieno di Tolstoj. Raramente un romanziere, anche di pensiero, ha visto il mondo da una vicinanza così estrema, e ne ha perciò potuto cogliere la sua inconcepibile distanza. Tolstoj non è né un canocchiale usato dalla parte diritta né a rovescio. Le sue figure non sono né ingrandite né rimpicciolite, sono proporzionali. La figura di Natàša, ad esempio, che irrompe fin dall’inizio per sfondamento alieno, entrando per la prima volta nella stanza e di fronte ai nostri occhi per un eccesso e un traboccamento di corsa, e che ci permette di vedere per tutto il libro quel piccolo tratto residuale del suo esorbitare:

"Aveva detto che non le andava di cantare, ma da molto non aveva cantato così, e a lungo, in seguito, non cantò più come quella sera. Il conte Il’jà Andréič la udì dallo studio dove stava discutendo con Mìtin’ka, e come uno scolaro che, per la fretta d’andare a giocare, vuol terminare al più presto la lezione, cominciò a confondersi nel dare le disposizioni al suo sovrintendente e alla fine tacque del tutto; anche Mìtin’ka rimase fermo di fronte al conte e sorrideva in silenzio, ascoltando quel canto. Nikolàj non distoglieva gli occhi dalla sorella, e riprendeva fiato insieme a lei. Sònja, ascoltandola, pensava a quanto fosse enorme la differenza tra lei e l’amica, e a come sarebbe stato impossibile, per lei, acquistare anche soltanto un poco del suo fascino. La vecchia contessa se ne stava seduta con un sorriso tra il mesto e il gioioso, e con le lacrime agli occhi, e scuoteva il capo di tanto in tanto. Pensava a Natàša, alla propria giovinezza, e al fatto che ci fosse un qualcosa d’innaturale e terribile nel matrimonio imminente di Natàša e il principe Andréj."

Già un’altra volta abbiamo colto Natàša nel momento e nella dimensione del canto, che porta ogni cosa alla sua dolorosa proporzionalità e al suo punto di traboccamento:

"Dopo pranzo Natàša, su richiesta del principe Andréj, andò al clavicordo e cantò qualcosa. Il principe Andréj era in piedi accanto alla finestra, conversava con le dame, e la ascoltava. A metà di una frase il principe Andréj tacque, tutt’a un tratto, e del tutto inaspettatamente sentì che gli erano salite le lacrime agli occhi, cosa questa che non aveva mai pensato potesse accadergli. Guardò Natàša che cantava, e nel suo animo avvenne qualcosa di nuovo, che gli dava felicità. Era felice, e al tempo stesso si sentiva triste. Non aveva alcuna ragione di piangere, ma stava per piangere. Perché? Per il suo amore d’un tempo? Per la piccola principessa? Per le sue delusioni?… Per le sue speranze d’un altro avvenire?… Si e no. La ragione principale per cui avrebbe voluto piangere era la contraddizione terribile, e di cui tutt’a un tratto si rendeva vivamente conto, tra quel qualcosa di infinitamente grande e indefinibile che vi era in lui, e quel qualcosa di angusto e di corporeo che lui era e che era anche lei. Questa contraddizione lo tormentava e insieme gli dava gioia durante il canto di lei."

Poche pagine prima viene detta questa cosa meravigliosa e terribile di Natàša:

"Natàša era felice come non lo era mai stata in vita sua. Era giunta a quel grado supremo della felicità, nel quale l’essere umano diventa infinitamente buono, e non crede alla possibilità del male, dell’infelicità e del dolore."

Tolstoj è uno dei pochissimi scrittori al mondo che sa esprimere e portare al suo grado di fusione, al suo dolore e al suo traboccamento più alti quello stato antistorico che è stata chiamato "felicità", che è solo uno dei nomi possibili e spettrali di qualcos’altro.

(continua)








pubblicato da a.moresco nella rubrica in teoria il 16 giugno 2008