Intervista a William Langewiesche

Silvio Bernelli



Una volta all’anno la Scuola Holden di Torino organizza un Seminario sul narrare. Si tratta di quattro giorni di studi aperti a tutti gli studenti della scuola inventata da Alessandro Baricco per conoscere l’esperienza di un grande autore. Quest’anno è il turno dell’americano William Langewiesche, scrittore e giornalista d’inchiesta, una delle firme più importanti dell’edizione americana di Vanity Fair. È stato l’unico cronista ammesso nelle zone off limits tra le rovine delle Twin Towers. Tra i suoi libri si segnalano American Ground, Terrore dal mare e Il bazar atomico, tutti pubblicati in Italia da Adelphi per la traduzione di Roberto Serrai e Matteo Codignola. Alto, abbronzato, l’aria dell’uomo forte, William Langewiesche indossa elegante camicia azzurra a righe sottili e pantaloni sportivi blu. Ai piedi, Clarks marroni. Si presta al rito dell’intervista con l’aria di uno che ha sempre voglia di raccontarsi.

Scrivere è più di un abilità tecnica, è qualcosa che ha a che fare con le qualità morali della persona che scrive. È una frase di V. S. Naipaul, un maestro del reportage letterario, tratta da Fedeli a oltranza. È d’accordo?

Sì, anche se non vorrei usare una definizione così impegnativa come "qualità morali". Ci sono molti aspetti così privati dell’arte di scrivere, spesso impossibili da comunicare a parole. Persino uno scrittore abile come Naipaul facendo questa affermazione, in qualche modo rimane sulla superficie del segreto dello scrivere.

È stato questa componente morale dello scrivere a fare di lei un autore di reportage piuttosto che di romanzi?

Anche, ma una delle ragioni principali è che sarei stato un pessimo scrittore di romanzi. Non li leggo, non so abbastanza di come si scrive un romanzo. Dovrei farlo e provare. Mi sono interessato di letteratura non–fiction fin da bambino, i miei riferimenti sono sempre stati letterari o storici, lontani dall’arte del romanzo. La non-fiction mi interessa di più perché c’è un contenuto di cui si può scrivere in qualunque forma. Il romanzo meno, lo trovo più autoindulgente.

Le sue pagine si nutrono di personaggi, spesso gente "più grande della stessa vita", come certi ingegneri newyorkesi ingaggiati per lavorare a Ground Zero, i sopravvissuti ai naufragi delle navi Crystal ed Estonia raccontati in Terrore dal mare. Ha qualche sorta di fascinazione speciale per la figura dell’eroe?

Non chiamerei eroi queste persone, il termine stesso "eroe" è molto abusato, soprattutto negli Stati Uniti. Ma puntare l’attenzione, il focus del racconto su un personaggio significa raccontare meglio una storia, restringerne i confini. Il fatto che questa gente sia "più grande della vita" è solo perché viene coinvolta in eventi straordinari, lontani dalla vita normale delle persone, dalle abitudini di tutti i giorni.

American Ground è un tentativo di seduta psicoanalitica per gli interi Stati Uniti dopo l’attacco dell’11 settembre 2001?

Vorrei fosse vero. American Ground è la storia di un ambiente molto particolare, quello dove sorgevano le Twin Towers, dove ho vissuto nove mesi. All’interno di questo luogo recintato e controllato si è creato una sorta di caos creativo, molto bello da vedere, che non aveva niente da vedere con gli aspetti tragici o politici dei fatti accaduti l’11 settembre. Ad esempio, la glorificazione che è stata fatta dei Vigili del Fuoco di New York, da dentro quel luogo recintato non trovava molte giustificazioni.
Scrivendo American Ground sono stato concentrato su quello che avevo visto lì a Ground Zero e non sulle condizioni generali degli Stati Uniti in quei mesi, e così non ho compreso fino in fondo le reazioni che il mio libro avrebbe scatenato. È stato quello il mio errore di scrittore. Da un altro punto di vista, devo dire che organizzare quel caos, mettere a punto un piano di smantellamento di un cumulo così enorme di rovine, è stato in sé una cosa molto americana. L’atteggiamento era: c’è una cosa da fare e la facciamo. Era un po’ questo l’intento che si respirava a Ground Zero, un modo spiccio ma efficace di trattare la tragedia, che volevo raccontare. Non credo che in molti altri Paesi del mondo avrebbe potuto succedere qualcosa del genere. È stata una reazione particolare, tutta americana. Ed è grazie a quella che credo sia nato il mio libro migliore.

Lei non è affatto tenero con la politica estera del suo Paese, eppure i suoi concittadini hanno rieletto George W. Bush quand’era già chiaro che tutte le sue mosse in politica estera erano state un disastro, invasione dell’Iraq in testa. Com’è stato possibile?

Non lo so. È uno dei segnali per cui mi rendo conto di non capire più gli Stati Uniti. Era ovvio che George W. Bush non fosse in grado di comandare gli Stati Uniti, e non è una questione sull’essere di destra o di sinistra, è un semplice dato di fatto. L’uomo è straordinariamente incompetente. L’unica ragione per la sua rielezione può essere stata l’isteria esplosa nel Paese dopo l’11 settembre. Ora però, forse, l’isteria sta svanendo. Potrebbe essere l’ora di un cambiamento.

Cinque mesi fa Scott Turow, l’autore di Presunto innocente e amico personale di Barack Obama, mi ha detto che Obama non ce l’avrebbe mai fatta a vincere la corsa per la Casa Bianca. Pensa che si sbagliasse?

Non so, vedremo quello che succede, ma se la maggioranza degli americani decide di eleggere un simbolo di cambiamento, di rifiuto alla politica di George W. Bush, chiunque sia, questo sarà un segnale di salute del Paese. Se non lo faranno, sarà invece un segnale di pessima salute. Non so chi vincerà le elezioni, ora nessuno può saperlo. Comunque è irrilevante, basta che sia qualcuno che porti un cambio di rotta rispetto all’Amministrazione Bush.

In Il bazar atomico lei sostiene che probabilmente la guerra nucleare, per quanto limitata a due stati poveri e instabili, non grandi potenze, tornerà ad essere realtà.

Non penso che una guerra nucleare sia prevedibile, né dove, ma è possibile che ci sia una guerra nucleare limitata nei prossimi dieci anni. Dobbiamo ragionarne in termini possibilistici per non farci prendere dalla mania di schiacciare il bottone dei missili nel caso scoppi davvero. Comunque è più probabile che il conflitto esploda tra stati poveri e instabili che non in seguito a un attacco di qualche organizzazione terroristica che agisce fuori dal quadro degli Stati nazionali.

Lei pensa che il Pakistan possa essere uno Stato così?

Il Pakistan è oggi probabilmente il Paese più pericoloso al mondo per gli assetti mondiali, ma non in quanto minaccia nucleare, quanto più per il miscuglio tra jihadismo e nazionalismo. Il nucleare pakistano oggi è saldamente nelle mani di un ristretto gruppo di militari. Fin quando la situazione resterà questa, il Pakistan non rappresenta una minaccia nucleare.

Penso che oggi ci siano solo due scrittori americani che possano andare in Iraq e raccontare il disastro di quella guerra così com’è, lei e Cormac McCarthy, sempre che ricominci a scrivere come ai tempi di Cavalli selvaggi. Lei sul conflitto in Iraq ha già scritto Regole d’ingaggio, pensa di scriverne ancora?

Non ho in programma di tornare in Iraq. Non sono stanco di quella guerra, ma non ne posso più di avere a che fare con gli uffici stampa militari, l’organizzazione logistica, i burocrati che controllano la Green Zone di Baghdad. L’arroganza e la stupidità che ho trovato là mi hanno del tutto fatto abbandonare l’idea di tornarci. E poi lì ora la guerra civile è finita. Vediamo cosa succederà. Il mio prossimo libro invece parlerà del Kosovo. Uno stato-non stato, dominato dal mercato nero. Un luogo feroce e terribilmente interessante.

Pubblicato su "l’Unità", 2 giugno 2008.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 12 giugno 2008