Gente che agita i forconi

Sergio Baratto



Poco più di un anno fa, nel settembre del 2012, provai a scrivere qualcosa sui quattro gatti e mezzo che avevano tentato una ridicola catena umana attorno al parlamento (e che oggi parassitano i forconi): una specie di sgangherata “Occupy Montecitorio” organizzata da indignados davvero improponibili: freak di provincia dalle oscure frequentazioni neofasciste, paranoici del complotto, nemici dei banchieri giudei ecc. L’iniziativa, com’era immaginabile, fallì miseramente e i “catenari” – come vennero ribattezzati su Facebook, dove l’iniziativa era nata – furono sommersi da un (meritato) diluvio di pernacchie.
Io, invece, ne trassi motivo d’inquietudine.
Quando ne parlai un po’ in giro, mi fu risposto che forse esageravo, che vedevo il pericolo laddove c’era soltanto cialtroneria, e che fenomeni del genere coinvolgevano una piccola porzione di internauti in uno spazio virtuale (i social network) già di per sé non rappresentativo degli umori dell’opinione pubblica.
Insomma, andò a finire che tenni più o meno per me le mie riflessioni.
A giudicare dagli eventi di questi giorni, di fronte all’uscita in grande stile dalle fogne della feccia populista, fascistoide e nemmeno tanto nascostamente antisemita, mi pare purtroppo di poter dire che, per una volta, avevo visto giusto e lontano.
In determinate condizioni, può persino succedere che i quattri gatti e mezzo, dopo aver limitato per molto tempo le loro baruffe alla Rete (dove, come si crede erroneamente,
scripta volant) crescano di numero e comincino a organizzarsi.

Ieri ascoltavo in radio le interviste ai manifestanti assembrati in Piazzale Loreto:
«Come hai saputo di questa iniziativa?»
«L’ho letto su Facebook.»
«È lì che ti informi?»
«Sì.»
«Solo su Facebook o anche in altro modo?»
«Solo su Facebook.»

Mi colpisce tra l’altro un fatto: che molti commentatori siano rimasti spiazzati da questa mobilitazione, di cui ignoravano sia l’esistenza sia i contenuti. Mi colpisce perché, senza troppo sforzo, io ne conoscevo la data di inizio già da qualche settimana, e i contenuti - se possibile - da molto più tempo ancora.
Non perché mi sia avvalso di chissà quale canale d’informazione: semplicemente, mi è bastato bazzicare in rete, sui social network, e spulciare tra i gruppi complottisti, anticasta e populisti che da qualche tempo hanno eletto Facebook a loro habitat privilegiato. Tutto qui: basta leggere, cliccare qualche link.

Perciò sono sempre più convinto che i social network siano oggi non solo un formidabile veicolo di diffusione e di moltiplicazione delle pulsioni elementari e delle “passioni tristi”, ma anche una fucina creativa dove questo micidiale impasto di rabbia cieca, livore, razzismo, paranoia e cattiveria ha la possibilità di lievitare e trasformarsi fino a tracimare dalla dimensione virtuale.
Per questo mi pare fondamentale non sottovalutarne sia l’importanza come cartina tornasole dei movimenti peristaltici dell’opinione pubblica sia l’impatto che può avere sulla realtà.

Queste che seguono sono le cose che scrissi allora. Forse, pur nella loro sommarietà, possono servire come spunto per una riflessione più ampia.

***

La vicenda della “catena umana intorno al parlamento” ha un che di paradossale: sarebbe ridicola se non fosse anche tragica. In rete c’è chi li prende – non immeritatamente – per i fondelli. Ma lo sberleffo non serve a molto.

Per quanto sia demenziale, siamo in presenza di centinaia di persone (più, se vogliamo, i 33.000 e passa rivoluzionari da tastiera che se ne sono rimasti a casa ma “c’erano col cuore”) convenute a Roma a volte anche sobbarcandosi un oneroso viaggio di ore, per aver letto e aderito a un improbabile, sgangherato Occupy de noantri organizzato esclusivamente su Facebook, oltretutto (per usare un eufemismo) in maniera abborracciata, da persone di incerta identità personale ma grosso modo ascrivibili al variegato sottobosco anticasta/cospirazionista (infatti a quanto pare qualcuno dei convenuti in piazza ha pubblicamente menzionato, nell’elenco delle rivendicazioni e delle doléances, anche le immancabili scie chimiche). Il tutto in totale assenza di una vera piattaforma politica, di una decisa assunzione di responsabilità personale e anagrafica, di un minimo di chiarezza e sincerità ideologica.

Siamo in presenza di gente che si è mossa su basi assolutamente inesistenti o inconsistenti, che addirittura ha preso il treno dalla Liguria, e che una volta trovatasi quasi sola e abbandonata in piazza (le domande più frequenti era: dove sono gli organizzatori? Adesso che si fa?), per mascherare l’evidente imbarazzo è costretta a farfugliare le solite quattro banalità sugli italiani pecoroni che non hanno il coraggio di fare le rivoluzioni… Che addirittura non hanno il gene rivoluzionario nel loro DNA.

Gente, ci scommetto (ma la mia non è solo un’intuizione: basta dare una scorsa a una manciata di profili Facebook a campione, tra gli aderenti a questo tipo di iniziative) che dei sommovimenti sociali che hanno animato lo Stivale nel decennio passato ha solo una vaga idea o un’opinione aberrante, maturata a partire dai tg.

Gente che se n’è stata a casa quando effettivamente a muoversi in Italia sono state importanti minoranze – da Genova 2001 ai tristi riots del 15 ottobre 2011 – e che invece adesso, inopinatamente, in modo completamente sprovveduto, si dimostra pronta a seguire con zelo idiota dei pifferai grotteschi, caricaturali, emuli in sedicesimo del grillismo, che nella paranoia complottista hanno trovato realizzazione, nella rete un potente mezzo per diffonderla e nel mondo reale, addirittura, un seguito (per quanto al momento sparuto) di gonzi.

Ecco, ciò su cui mi piacerebbe ragionare è proprio questa improvvisa “disponibilità alla dedizione” che, secondo me non per caso, si manifesta non in presenza di un progetto politico strutturato o di un embrione reale di movimento sociale rivoluzionario (uso questo termine in senso lato) – cosa che richiede una “fatica”, cioè un lavoro del pensiero e un’assunzione forte di responsabilità –, bensì in presenza di improbabili chiamate alle (metaforiche) armi da parte di “rivoluzionari” folkloristici, magari pittoreschi ma nondimeno inquietanti, in un contesto semantico dominato da cliché demagogici (la casta, la dicotomia tra la gente e i politici) talvolta di matrice chiaramente destroide (l’identità nazionale-razziale, il complotto giudaico, le teorie della cospirazione massonica).








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 13 dicembre 2013