Andiamo a vedere Le luci della centrale elettrica

Andrea Tarabbia



«Mentre mi parli contribuisci allo scioglimento dei ghiacciai» «e i tuoi capelli, che sono fili scoperti» «cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero». Milano nord, Parigi che è una città senza mosche, i CCCP che non ci sono più, appartamenti subaffittati e carri armati, tossici che si lavano i denti con le antenne delle televisioni (ma solo durante la pubblicità), la spesa al discount, i quartieri industriali e le ciminiere sullo sfondo, la lotta armata al bar, l’Iran da bombardare mentre qui si va a fare i camerieri.
Questa non è una recensione, è un grumo di frammenti buttati giù per digerire. Io non sono un critico musicale, e francamente credo di essere la milionesima persona che – soprattutto in zona Milano – si mette a parlare di loro, che poi è un lui, che poi non è importante quanti siano. Le luci della centrale elettrica mi sembrano oggi come oggi tra i pochi che abbiano qualcosa da dire, questo sì. Forse c’era bisogno di qualcuno che prendesse in mano una chitarra presa quasi a caso, che avesse in testa un mondo e un modo di descriverlo, e che si mettesse a urlarlo in un microfono, con una voce tra il disperato e l’esasperato, ai limiti dell’afonia e del latrato. Credo che ogni decennio della seconda metà del secolo abbia avuto, in questo Paese, la sua icona urlante: prima c’erano gli urlatori, poi Rino Gaetano negli anni Settanta, i CCCP – che non ci sono più – negli Ottanta, in un certo senso gli Afterhours per i Novanta. Ma me ne sono di sicuro dimenticato qualcuno. Oggi ci sono Le luci, che soprattutto dai primi due hanno preso molto e molto restituiscono (perfino un copia-e-incolla da Il cielo è sempre più blu in Nei garage a Milano nord – che è un omaggio, non una scopiazzatura). C’è Giorgio Canali – un Canali invecchiato e scavato – che gli cura i suoni, e questa per me è una garanzia: io sono un figlio degli anni Novanta, venuto su a Nirvana, CCCP/CSI, Marlene Kuntz, con i cantautori, con i Pearl Jam, i Velvet Underground (che hanno scritto il disco che rimarrà del secolo scorso e che sono i padri di molte stagioni, tra cui quella di cui parlo), quel Tom Waits di sintesi da Rain dogs in poi. Per me le chitarre non hanno mai dovuto suonare, hanno sempre dovuto urlare e lamentarsi, i violini li ho sempre pensati ai limiti della scordatura, le batterie non hanno mai contato granché, e nelle voci ho sempre cercato quell’unghia di dolore che le rende roche, sgradevoli e infiammate (se penso alle donne che ascolto, da Nada alla Faithfull, non c’è n’è una che non dia l’idea di un pacchetto di sigarette e di mattine difficili). «Tu mi dai l’idea di una mattina difficile» è una bella cosa da dire a qualcuno. Comunque questo è il mio mondo, il mio immaginario sonoro, è quello che in fondo cerco e amo in un disco. Il mondo è cacofonico, disperato e fastidioso. È diagonale, un po’ stonato, sempre sul ciglio di una frattura.
Anni fa si diceva: «Fanculo alla tecnica, fanculo alle scuole», io dico: «Fanculo anche al fanculo, che palle, io voglio qualcuno che abbia quella rabbia lì, quel dolore lì, perché cerco nella musica un controcanto a me, a quello che io provo a esprimere attraverso forme che non sono questa ma che devono trovare uno sfogo anche nel mio orecchio» . E’ per questo che, allo stesso modo, Beethoven è per me più grande di Mozart: per l’imponenza, per la mole di suoni e l’abissalità, per la capacità di arrivare dritto alle pulsioni più viscerali e animali, per la grandiosità che è grande nella rabbia come nell’amore come nella gioia come nello sconforto.
E poi la parola, ah, le parole! Bisogna stare attenti con le parole, bisogna trovare sempre la parolina giusta, quella in grado di dare la cifra esatta di quello che si vuole dire. Le parole sono una cosa delicata, il percorso che va dal cervello alla lingua è la distanza più lunga che si può percorrere. Ad esempio, io non capisco la parola «malessere», la parola «disagio». Sono parole cave, vuoti lemmi anestetizzati dall’uso. Malessere non vuol dire un cazzo, disagio non vuol dire un cazzo. Che cazzo vogliono dire? «Cucchiaio» vuol dire qualcosa, e anche «casa» vuol dire qualcosa. Tutti hanno un cucchiaio e sanno cosa vuol dire. Tutti hanno una casa o ne desiderano il concetto. Tutti hanno anche un malessere, ma il mio malessere è diverso dal tuo e pertanto non posso sapere come stai. Quindi quando trovo scritto, nelle recensioni o nelle quarte, che qualcosa o qualcuno «dà voce a un malessere» mi girano le palle. Se poi di questo malessere si dice pure che è «generazionale» divento una bestia. I ghiacciai che si sciolgono mentre parli non sono l’espressione di un disagio, sono un dolore di specie. E sono oltretutto una cosa terribile e terribilmente vera, che ci sopraffarà tutti (è di questi giorni la notizia che il Polo nord nel 2040 sarà un mare. Un mare, qualcuno se ne sta rendendo conto?, un mare: non ci saranno i ghiacciai, gli iceberg, gli animali di quelle terre. Non ci sarà un cazzo di niente, ci sarà un mare, e noi se saremo vivi nuoteremo nella nostra merda artica e penseremo che chi cazzo se ne frega degli orsi bianchi e dell’equilibro del sistema naturale, e delle specie, e delle possibilità di un futuro per tutti: «cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero»). Se penso a quello che succede, a come vanno le cose, a come sta il mondo, a come sto io.
Le luci della centrale elettrica hanno quella parte di urlo che io a volte per timidezza, per stanchezza o understatement mi tengo per me, lasciando che mi si macerino i condotti gastrici e che mi cominci a ballare quel fastidiosissimo nervetto tra lo zigomo e il naso, appena sotto il vetro del mio occhiale nuovo.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica musica il 11 giugno 2008